Erdogan e la (vera) strategia contro il coronavirus

Erdogan insiste sull’immagine vincente della Turchia contro il coronavirus: pochi decessi e contagi controllati. Ma è proprio così? La realtà suggerisce che la strategia turca mira soltanto a migliorare la reputazione del Paese in Occidente.

Erdogan e la (vera) strategia contro il coronavirus

Erdogan sta dipingendo la Turchia come un modello virtuoso contro la pandemia.

I casi confermati di Covid-19 nella nazione di 83 milioni hanno superato quota 125.000, e il bilancio ufficiale delle vittime è di oltre 3.400, sebbene si pensi che il dato reale sia più alto visto che si stanno riportando solo i decessi di persone positive alla malattia.

Un risultato, comunque, di tutto rispetto per il presidente, che non sta esitando a elogiare la sua politica tempestiva di intervento contro l’epidemia. Da osannare soprattutto se in contrasto con gli scenari drammatici provenienti dall’Occidente, con Stati Uniti e Paesi europei in grave crisi sanitaria.

Ma cosa si nasconde dietro la strategia pensata da Erdogan? Innanzitutto una economia sull’orlo del collasso. E poi, un grande bisogno di tornare protagonista nel mondo, accettato dalle potenze mondiali. USA in primis.

Erdogan e l’epidemia: salvare l’economia, non le vite

Il primo - e forse unico - grande cruccio turco, sin dallo scoppio dell’allerta epidemia, è stato economico.

Per questo, la risposta di Erdogan al coronavirus è stata classificata come singolare rispetto a quelle delle principali potenze mondiali. La strategia messa in atto, infatti, è stata di cercare di bilanciare precariamente apertura e chiusura durante l’epidemia.

Il presidente ha imposto solo un blocco parziale e ha insistito per far lavorare senza sosta l’industria, nei suoi principali settori, nel tentativo di salvare l’economia.

Ristoranti, bar e piccole imprese sono stati chiusi, ma impianti di produzione, fabbriche tessili e cantieri - tra cui quelli impegnati nei progetti di sviluppo promossi da Erdogan - hanno continuato a funzionare.

Questo approccio ibrido, unitamente a un efficiente sistema sanitario, ha conferito al presidente turco la fiducia di gran parte della popolazione, con sondaggi d’opinione che ad aprile hanno rilevato approvazione per il 60%. Ma ha anche lasciato dubbi sulla sua strategia, accusata di aver dato priorità all’economia rispetto alle vite umane.

I critici, infatti, hanno sottolineato quanto la politica dell’apertura delle industrie abbia diffuso il virus nei distretti della classe operaia e reso vulnerabili i lavoratori nei cantieri. Invano si sono lamentati sindacati e operai.

Tutto questo, perché Erdogan teme fortemente il collasso imponendo il lockdown ad un’economia già segnata da disoccupazione e inflazione.

La Turchia cerca gli Stati Uniti nella crisi coronavirus

Nel pieno della crisi da coronavirus e con riserve disponibili di soli 35 miliardi di dollari, Erdogan sta cercando aiuto dagli Stati Uniti.

Non a caso, il presidente turco ha inviato aiuti sanitari a ben 55 Paesi nel mondo, soprattutto occidentali. Gli USA sono stati anch’essi beneficiari di materiale utile per fronteggiare la crisi. Grazie all’apertura a pieno regime delle industrie, la Turchia ha potuto accontentare le carenze degli Stati, chiusi per il blocco.

Erdogan ha anche scritto a Trump per sollecitare partnership e collaborazione. Le ultime posizioni della Turchia contro la Nato e nelle vicende internazionali libiche e siriane hanno alzato muri di sfiducia verso la nazione. Che adesso ha bisogno di una nuova considerazione, politica e, quindi, economica.

Il Governo turco ha rinviato anche l’attivazione del suo sistema di difesa missilistica S400 russo appena acquistato. Questo potrebbe essere un passo avanti per facilitare la più grande disputa tra Turchia e Stati Uniti.

E aiutare Erdogan in difficoltà finanziaria e politica. Nonostante l’immagine vincente contro la lotta al coronavirus.

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