E se la missione del governo Meloni fosse gestire l’effetto Zapatero del SuperBonus?

Mauro Bottarelli

12/11/2022

12/11/2022 - 14:32

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Prima la lettera di Abi e Ance, poi lo stop ai crediti di Poste Italiane, infine l’attacco frontale di Chigi e MEF. L’esecutivo Draghi ha innescato una bomba a orologeria nei conti per dopare il Pil?

E se la missione del governo Meloni fosse gestire l'effetto Zapatero del SuperBonus?

Il Commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, parla di possibilità di contrazione dell’economia continentale nel corso dei mesi invernali. Un garbato eufemismo per non ammettere che, esattamente come accaduto con l’approccio transitorio all’inflazione sposato dalla Bce, a Bruxelles si siano accorti dei rischi di downside solo quando ne sono rimasti travolti. Come un gatto sul Raccordo Anulare.

Ad aggravare il quadro, un’inflazione che apparentemente non consentirà alla Banca centrale di operare in modalità di sostegno (leggi altro Qe, sotto mentite spoglie emergenziali) e un clima da tutti contro tutti - inaugurato in grande stile dalla Germania - che, oltre a non lasciar intravedere possibili vie d’uscita comuni in stile eurobond, apre al contrario a contrapposizioni e colpi bassi da mors tua vita mea fra gli Stati membri. A partire dalla riforma del Patto di stabilità.

E l’Italia? Apparentemente rincuorata dai 9 miliardi messi in campo dal Governo per contrastare il caro-energia - di fatto, sostanziatosi in una rateizzazione delle bollette - e forte di un mondo dei media che ha immediatamente sostituto la crisi dei termosifoni con le ONG, il Paese sembra in stato di attesa incosciente del proprio destino. Il quale, a poco a poco, sta delineandosi. Sottotraccia come gli iceberg.

Nell’arco di 48 ore a ridosso del Consiglio dei ministri, infatti, Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti hanno sferrato un attacco frontale al SuperBonus, quasi a voler preparare prima e giustificare a brutto muso poi, la scelta di riduzione al 90% dello stesso per quanto riguarda i condomini già nel 2023. Il tutto, quasi a corollario ufficiale dell’improvviso e drastico stop operativo di Poste Italiane alla cessione del credito legato proprio al bonus edilizio.

Ma cosa hanno detto la premier e il titolare del DEF? Il ministro Giorgetti ha sentenziato come i bonus legati all’edilizia stanno causando rilevanti maggiori oneri rispetto alle stime. L’incremento, sulla base delle informazioni al primo settembre, segnala uno scostamento complessivo di 37,8 miliardi sull’intero periodo di previsione. Insomma, si ode sempre meno in lontananza un ticchettio sinistro. Simile al conto alla rovescio di un timer.

Perché a sua volta, Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa seguita al CdM ha letteralmente sfilato i guantoni e cominciato a menar fendenti come in una rissa da bar, quando ha dichiarato: Segnalo a chi ha fatto la campagna elettorale dicendo che il #Superbonus consente di ristrutturare casa gratuitamente che questo ’gratuitamente’ pesa sulle casse dello Stato per 60 miliardi di euro e ha creato con un buco di 38 miliardi. Qualcosa più di una giustificazione politica a una scelta economica, quasi una palese attribuzione di responsabilità su fatto determinato. Fattispecie che nel caso delle querele per diffamazione o calunnia rappresenta una seria aggravante.

E se il fronte distopicamente bipartisan dei difensori del SuperBonus nella sua versione originale formato da M5S e Forza Italia lascia già di per sé intravedere il rischio di sorprese sgradite all’orizzonte, chiaramente ammantate da spirito di servizio in difesa di imprese e famiglie. il rischio di un improvvido e tutto politico approccio alla Xi Jinping verso il settore edilizio si staglia nitido. Non fosse altro per la quasi contemporaneità dell’attacco dei due pesi massimi del governo alla lettera di Abi e Ance, rispettivamente associazione bancaria e dei costruttori edili, indirizzata proprio all’esecutivo. E con toni allarmistici. Di fatto, una risposta implicita. Ma diretta.

Le due rappresentanze di categoria hanno infatti preso carta e penna e scritto una missiva congiunta al governo sul tema SuperBonus, chiedendo una misura tempestiva e di carattere straordinario per scongiurare al più presto una pesante crisi di liquidità per le imprese della filiera che rischia di condurle a gravi difficoltà. Nella lettera, poi, le associazioni chiedono che l’esecutivo consenta agli intermediari di ampliare la propria capacità di acquisto utilizzando una parte dei debiti fiscali raccolti con gli F24, compensandoli con i crediti da bonus edilizi ceduti dalle imprese e acquisiti dagli intermediari.

Unendo i puntini principali della vicenda come in un simbolico gioco de La settimana enigmistica, il quadro che pare concretizzarsi è quello di uno scenario alla Zapatero. Ovviamente con le debite proporzioni. Se infatti la colossale bolla immobiliare generata dal credito facile al settore immobiliare iberico fra il 2009 e il 2012 costrinse la Spagna a richiedere il salvataggio europeo del suo intero sistema bancario, ecco che il richiamo esplicito di Abi e Ance a un’imminente crisi di liquidità del settore sembra richiamare proprio quell’esplosione di sofferenze, incagli e insolvenza di controparte che stava per generare una catena di default da mattone.

Chiaramente, poi, il grado di leverage politico della questione è enorme. E Giorgia Meloni ha subito annusato l’odore di bruciato. Perché se uno scenario simile si rivelasse reale, il quadro che ne uscirebbe sarebbe quello di un governo Draghi che si è intestato gli allori del Pil al +6,6% garantito in larghissima parte proprio dal booster sfrenato del Super Bonus, salvo lasciare da pagare il conto - a livello di saldi pubblici - all’esecutivo che lo ha succeduto.

Un po’ come la questione energetica, apparentemente risolta con spirito da Mister Wolf proprio dall’ex premier e ora, di fatto, rimessa in discussione da quell’adesione dell’Algeria ai BRICS che non pare garantire totale indipendenza di scelta di Sonatrach rispetto ai desiderata di Mosca. E attenzione, perché proprio l’alibi dell’emergenza garantì a Madrid un’operazione di reset creditizio che se il Banco de España quantificò in 61,3 miliardi di euro, la Corte di cassazione iberica nel 2014 sentenziò essere stato in realtà del 75% maggiore, qualcosa come 108 miliardi totali.

Il rischio? Potenzialmente alto. Perché il sistema bancario italiano, MPS in testa, certamente non attraversa un momento di splendore, non fosse altro per le scelte obbligate di politica monetaria della Bce e la recessione ormai imminente che porterà in dote il solito, strutturale aumento delle sofferenze unito a un prudenziale e conseguente - ma letale per un’economia già debole - credit crunch.

E se la nascita a tempo di record dell’esecutivo Meloni fosse stata propedeutica proprio alle necessità di gestione emergenziale di una patata bollente storica come le criticità bancarie, ormai giunta al redde rationem dopo dieci anni di sostegni Bce? Il capro espiatorio perfetto. E ampiamente sacrificabile a livello politico. Come Forza Italia pare infatti aver capito a tempo di record. Casualmente, poi, tutto nel pieno di una crisi diplomatica con il partner Ue da sempre più attivo nello shopping in saldo di istituti e filiali.

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