L’attivismo di Trump in questa prima settimana alla Casa Bianca è impressionante, e ci sono motivi diversi che guidano le sue azioni.
La prima molla è psicologica: l’essere stato quattro anni lontano da Washington, ossia dal potere, gli ha fatto accumulare una energia repressa che deve scaricare nel lavoro.
E gli ordini esecutivi, le nomine, le interviste, le conferenze stampa, le dichiarazioni estemporanee via X e Truth Social sono l’espressione di questa voglia di fare non comune, sciorinata davanti al paese quasi a ricordare, minuto per minuto, che finalmente c’è un presidente, dopo il Biden assente o addormentato.
Quest’aspetto è, di per sé, positivo. Il primo sondaggio post entrata in carica, di Reuters, dà a Trump un voto del 47%, che non aveva mai avuto nel primo mandato, e contestualmente il 37% a Biden, il più basso dei suoi quattro anni. La sensazione diffusa, a mio avviso, è che gli americani hanno preso atto, più o meno consciamente in rapporto all’allineamento che hanno con le idee del nuovo presidente, che c’è finalmente qualcuno al comando. Che il vuoto di leadership dell’era Biden-Harris è stato riempito.
Come, lo si è cominciato a vedere dalla natura degli interventi di Trump, che hanno toccato già tutti i settori più importanti su cui era stata impostata la campagna del GOP trumpiano. In testa c’è la repressione dell’immigrazione clandestina, con lo stop drastico sul confine meridionale e l’inizio delle deportazioni degli irregolari che, oltre ad aver commesso il reato federale di ingresso clandestino negli Stati Uniti, hanno commesso crimini di vario tipo.
L’ICE (Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia incaricata del controllo dei confini) ha comunicato venerdi 24 gennaio che aveva già arrestato “538 individui, tra cui un sospetto terrorista, 4 membri della banda venezuelana Tren de Aragua, e numerosi illegali colpevoli di crimini verso minori”. Gli agenti hanno potuto arrestare questo nutrito gruppo di delinquenti perché erano già o in galera, o inseguiti da ordini di cattura, ma di fatto protetti dal regime di “santuario pro illegali” in vigore in centinaia di città e contee in mano ad amministrazioni Democratiche. Questo regime “antifederale” ha consentito, finora, ai sindaci e alle polizie locali di ostacolare l’ICE nel suo lavoro, fino all’assurdità di non dare agli agenti federali le informazioni sui tempi di rilascio degli irregolari detenuti nelle prigioni municipali e statali.
Il secondo motivo di questa frenesia è politico. Se l’immigrazione pone problemi operativi evidenti, dalla repressione dell’ICE alla costruzione della parte ancora da completare del Muro, Trump deve fare in fretta anche ad ottenere il rinnovo della legge dei tagli fiscali che aveva saputo far approvare nel 2017. Quella legge era temporanea, con scadenza a fine 2025. Se non sarà prorogata, dal 2026 gli americani subiranno un forte aumento delle tasse sui redditi, sugli utili aziendali e sui capital gain degli investitori. Harris aveva detto che avrebbe lasciato morire la legge di Trump, perché la linea dei Democratici è “tassa e spendi”. Forse è anche per questa “promessa” che la Democratica ha perso, ma adesso è Trump che ha i mesi contati per non deludere il suo elettorato.
Se il Fisco è il compito più urgente, altri obiettivi sono in cantiere: riforma e tagli della burocrazia, con la possibile abolizione di agenzie (la FIMA è nel mirino, per la pessima prova mostrata con l’uragano d’aprile in Carolina del Nord) e di ministeri (quello della educazione è da tempo sulla lista ‘nera’). Il DOGE, il dipartimento degli sprechi da eliminare affidato a Elon Musk, è già al lavoro: l’ultra miliardario, con ironia paradossale, pare stia progettando l’eliminazione dei penny, visto che per produrre la moneta da un centesimo la zecca ne spende 3,5.
Il problema vero, tempi alla mano, è che il neo Presidente ha in effetti meno di due anni per realizzare la sua ambiziosa agenda. Nel novembre del 2026 ci saranno le elezioni di medio termine, e l’elettorato tradizionalmente usa questo appuntamento per fare un primo bilancio dell’attività del presidente neo-eletto.
Il caso Trump è unico: essendo stato rieletto dopo un intervallo di quattro anni, non potrà comunque esserlo ancora nel 2028. Quindi ha un periodo limitato in cui deve sfruttare al meglio l’attuale situazione in Congresso, dove il suo partito, il Repubblicano, ha il controllo di entrambi i rami: infatti, se ne perdesse anche uno solo, i Democratici potrebbero bloccare le sue aspirazioni legislative. Ora la maggioranza del GOP è di 6 seggi al Senato (53 contro 47, che non è poco, come si è visto in occasione della conferma della nomina di Pete Hegseth a ministro della Difesa, pur con tre dissidenti nel GOP). E alla Camera il margine è ancora più risicato, 220 a 215.
Ogni due anni (ad ogni elezione presidenziale, e a metà del mandato nelle elezioni di medio termine), il Congresso viene rinnovato sostanzialmente: in lizza alla Camera ci sono sempre tutti i 435 deputati, che durano dunque due anni, e al Senato 33 (o 34) a rotazione su 100 senatori, che durano sei anni.
Trump, a causa del suo attivismo personalistico eccessivo (tratto con cui si era già espresso in modo controproducente nel primo mandato), corre un rischio molto alto. Oggi ha un capitale politico notevole, frutto della netta vittoria di novembre. Può mantenerlo, o addirittura incrementarlo se raccoglie presto dei successi visibili. Sul piano domestico, nella gestione della immigrazione clandestina, con tagli intelligenti della spesa pubblica che abbassano il debito statale, e mantenendo la sua promessa di tenere basse le tasse. Sul piano internazionale, deve riuscire a fare da broker efficace e filo Ovest nella partita ukraina (mostrando di sapere chi è l’aggredito e chi è l’aggressore).
E deve continuare ad appoggiare decisamente Israele contro Hamas e l’Iran (ieri, buon segno, ha autorizzato la vendita a Netanyahu delle superbombe USA che Biden aveva negato).
Ma può anche perderlo in fretta, questo capitale, se commette errori gravi.
E alcuni hanno già riempito le cronache. Il pardon ai condannati per violenze e resistenza ai poliziotti il 6 gennaio 2021 è il primo. Il 58% degli americani ha criticato il suo perdono a tutti i suoi fans condannati, proprio perché c’erano anche i violenti tra loro. Il 54% sarebbe stato invece con Trump, nel perdono, se avesse fatto distinzione tra i condannati violenti e quelli pacifici che avevano solo manifestato. Non a caso, ed è la prova del grave autogol, il maggiore sindacato degli agenti (The Fraternal Order of Police) che aveva dato l’endorsement a Trump prima del voto, lo ha condannato ora per il perdono ai suoi supporter che avevano ferito degli agenti durante la sommossa.
Altro errore è stato quello commesso togliendo la scorta federale al suo ex segretario di Stato Mike Pompeo, all’ex consigliere John Bolton e ad Anthony Fauci. Motivare la decisione con la battuta “hanno fatto tanti soldi per essere stati al governo e possono permettersi una scorta privata” è stato un errore di stile, ma anche di sostanza: i tre sono stati minacciati di morte per la loro attività pubblica (e lui, Trump, sa bene che gli scherani del regime iraniano, o i pazzi fanatici, esistono).
Se spende tempo, energie mentali e sparate per cause che lo allontanano dal suo core business, fare bene le cose che fa un bravo presidente, Trump fa il gioco dei suoi avversari Democratici. E della stampa mainstream, ben felice di parlare di questi svarioni ignorando i successi. All’esame del voto di medio termine un presidente Repubblicano che presenta un bilancio minato da autogol gratuiti, che diventano argomenti usabili dalla propaganda DEM contro il GOP, rischia di ritrovarsi nel terzo e quarto anno del suo mandato con un esercito congressuale indebolito.
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