Il problema americano non è tanto il debito federale, che alla vigilia della Grande Crisi Finanziaria del 2008 era ancora al 63% del pil e che da allora è cresciuto in modo esponenziale, soprattutto in questi ultimi tre anni per via della crisi sanitaria e della spesa pubblica assistenziale e per investimenti che ha cercato di contrastare la flessione dei redditi e finanziare la ripresa, visto che nel secondo trimestre di quest’anno è arrivato al record storico di 34.831 miliardi di dollari, rispetto ad un pil nominale che dovrebbe arrivare 28.781 miliardi, superando il 121%: l’Italia ci convive da quarant’anni con questi livelli di debito.
Preoccupa di più l’andamento della spesa per interessi sul debito federale, che nel secondo trimestre di quest’anno è stata di 1.097 miliardi di dollari rispetto ai 515 miliardi dello stesso periodo del 2020: il raddoppio è dovuto non solo all’aumento del debito ma soprattutto a quello dei tassi di interesse decisi dalla Fed per contrastare l’inflazione, rispetto ai livelli infimi del 2020.
Altra questione più delicata riguarda l’andamento contrastato della sottoscrizione del debito federale da parte degli stranieri, incentivata dall’elevato tasso di rendimento che è stato garantito agli investitori.
Nel complesso, le detenzioni estere di titoli federali sono passate dai 7.599 miliardi del luglio 2023 agli 8.338 miliardi del luglio scorso (+ 739 miliardi), mettendo a segno un consistente +9%: i titoli della Treasury piacciono assai. La Cina, come già fa da tempo, ha continuato a ridurre i propri investimenti passando da 822 a 728 miliardi. Mentre il Giappone è rimasto stabile attorno ai 1.112/1116 miliardi, un po’ tutti gli altri Paesi hanno aumentato le detenzioni: Lussemburgo, Isole Cayman, Irlanda, Singapore, Hong Kong, Taiwan ed Arabia Saudita. Anche il Messico è stato della partita.
Fin qui, dunque, tutto discretamente bene.
C’è un’altra questione da tenere a mente.
Secondo la teoria monetaria dominante, il Paese titolare della valuta prevalente per gli scambi internazionali e di riserva deve essere in deficit commerciale rispetto al resto del mondo: solo così si può immettere sul mercato la liquidità necessaria all’intero sistema.
Gli Usa sono ormai in deficit commerciale strutturale da quasi mezzo secolo, e devono compensare questo sbilancio con il credito proveniente dall’estero su cui, ovviamente, pagano i corrispondenti interessi.
L’equilibrio, stante il deficit commerciale per beni e servizi, si rinviene con l’apporto positivo netto dei flussi di reddito derivanti dagli investimenti diretti e di portafoglio all’estero che vanno così ad aggiungersi al Conto commerciale per comporre la Bilancia dei pagamenti correnti: il “Centro dell’Impero” ha una ricchezza finanziaria accumulata nel tempo che viene investita all’estero che garantisce un afflusso netto di dividendi, interessi e rendite (Reddito primario) che pareggia o surclassa il deficit commerciale.
Se, invece, il valore degli investimenti e degli impieghi finanziari all’estero tende a diminuire fino a diventare inferiore a quello degli asset detenuti dagli stranieri, ed il flusso dei pagamenti all’estero per dividenti, interessi e rendite sugli asset detenuti dagli stranieri tende a contrarsi rispetto agli afflussi corrispondenti, la situazione si ribalta pericolosamente.
Ed è questo ciò che sta accadendo, anche per un duplice paradosso: visto il rally delle Borse di New York, molto più dinamiche rispetto a quelle di tanti altri Paesi, il valore degli asset stranieri negli Usa sta aumentando molto più velocemente di quanto non si siano apprezzati i valori delle detenzioni americane all’estero. A questo va aggiunto l’apprezzamento del dollaro rispetto alle altre valute, che ha contribuito a sminuire il valore delle detenzioni americane all’estero mentre ha tenuto elevato quello delle detenzioni straniere in America.
Il risultato composto di questi andamenti è stato fortemente penalizzante per gli Usa, che hanno visto violentemente peggiorare la loro posizione finanziaria netta verso l’estero: il loro passivo è precipitato dai 18.250 miliardi di dollari del secondo trimestre del 2023 ai 22.519 miliardi del secondo trimestre di quest’anno, con un peggioramento di ben 4.269 miliardi. Una ecatombe.
Oltre al passivo strutturale della bilancia commerciale, nel complesso per le transazioni in merci e servizi, va rilevato che anche quella dei pagamenti correnti è ormai stabilmente in rosso con una progressiva vistosa contrazione dello storico cospicuo attivo del saldo della componente dei redditi primari (dividendi, interessi e rendite), passato dai 116 miliardi di dollari del 2022 ai 63 miliardi del 2023, e crollando dai 18 miliardi del secondo trimestre del 2023 agli 1,1 miliardi del secondo trimestre di quest’anno: questa è la conseguenza del drenaggio di risorse dovuto al pagamento di alti tassi di interesse sul complesso dei titoli di debito detenuti dagli stranieri.
Il flusso dei pagamenti all’estero per redditi primari è schizzato dai 1.068 miliardi di dollari del 2022 ai 1.310 miliardi del 2023 (+242 miliardi), e dai 321 miliardi del secondo trimestre del 2023 ai 361 miliardi del secondo trimestre di quest’anno (+40 miliardi).
Al deficit commerciale strutturale degli Usa, cui si è aggiunto quello della bilancia dei pagamenti correnti, ora si combina un peggioramento catastrofico della posizione finanziaria netta sull’estero: basta pensare che il saldo negativo del 2008 era ancora inferiore a 4 mila miliardi di dollari, e che da allora si è moltiplicato per più di quattro volte.
Il debito netto degli Usa verso l’estero viaggia oltre il 60% del pil: è una proporzione da Paese povero, che ha bisogno dei capitali altrui per sopravvivere.
Ma, in realtà, sono i capitali stranieri che ormai beneficiano dei rally della finanza americana. Una giostra che sta costando cara per il deflusso crescente di dividendi, interessi e rendite.
Il collasso si avvita velocemente: motus in fine velocior.