C’è un’immagine simpatica, che spesso viene usata in queste situazioni, e descrive bene ciò che è accaduto e sta accadendo ai mercati finanziari in relazione al ritorno di Donald Trump sulla scena politica. Quella di un cane che, dopo aver visto il proprio padrone tornare a casa, scodinzola felice, certo che riceverà una ricompensa, magari una succulenta bistecca promessa da tempo. Ma quella bistecca non arriva. E l’entusiasmo iniziale si trasforma in ansia, panico, senso di abbandono.
Il cane, ovvero il mercato, teme che il padrone possa aver cambiato idea, che quella promessa di crescita, di stimoli, di deregulation, si dissolva nel nulla.
E se la bistecca (alias, l’espansione monetaria, la spesa pubblica, i tassi bassi) non arriva più, cosa succede? Succede che il mercato va nel panico.
Trump, la Fed e il mercato affamato
Quando Donald Trump fece la sua comparsa come serio candidato alla presidenza, prima ancora della vittoria elettorale, i mercati iniziarono a scontare un mix di entusiasmo e incertezza. Dopo la sua elezione, la reazione fu euforica: aspettative di tagli fiscali, meno regolamentazioni, piani infrastrutturali e politiche pro-business.
Ma nel tempo, la narrativa è cambiata. Oggi, con una Fed che mantiene i tassi su livelli elevati e una liquidità che si contrae per via del quantitative tightening, il contesto è molto diverso. E a questo si aggiunge un altro elemento: i dazi. Trump è tornato a parlare di barriere commerciali, di tariffe su prodotti stranieri, di pressione su Cina, Messico e persino Europa.
Tuttavia, chi conosce l’ex presidente sa che ogni sua mossa, per quanto possa sembrare impulsiva o disordinata, è spesso parte di una strategia più grande. E forse, per capire la logica dietro tutto ciò, dobbiamo guardare altrove. Verso il cuore del commercio globale: il mercato valutario.
Il disavanzo e la “guerra delle valute”
Dietro ogni dichiarazione roboante su dazi, tariffe e rapporti commerciali si nasconde spesso un obiettivo preciso: migliorare la posizione competitiva degli Stati Uniti. E uno degli strumenti principali per farlo è il dollaro.
Il dollaro forte, almeno in teoria, dovrebbe essere una buona notizia: attira capitali, rappresenta fiducia nel sistema USA, consente importazioni più economiche. Ma è proprio questo il punto. Un dollaro troppo forte penalizza le esportazioni, rende i prodotti statunitensi meno competitivi e amplifica il disavanzo commerciale.
Il “disavanzo” – parola spesso pronunciata con tono grave dai politici – altro non è che il differenziale tra quanto gli USA comprano dall’estero e quanto riescono a vendere. Ed è qui che entra in scena il protezionismo: se non posso indebolire la mia valuta direttamente, posso creare una narrativa o un contesto in cui gli investitori iniziano a spostare capitali altrove.
E sembra proprio quello che Trump sta cercando di fare. Il DXY (Dollar Index) resta vicino ai massimi, ma mostra segnali di cedimento. Alcuni investitori iniziano a ridurre l’esposizione al dollaro, complice l’incertezza politica, il rischio geopolitico e la retorica aggressiva su dazi e conflitti.
Un equilibrio delicato
Ma indebolire il dollaro non è semplice. Ci sono forze opposte enormi in gioco: il biglietto verde è ancora la valuta di riserva globale per eccellenza. Nei momenti di crisi, gli investitori corrono verso i Treasury statunitensi, considerati risk-free. E questi oggi rendono oltre il 4%.
Però, c’è anche qualcosa di curioso che si sta verificando: le azioni europee e cinesi stanno recuperando terreno, pur in assenza (almeno apparente) di motivi macro strutturali forti. Alcuni analisti parlano di “mean reversion”, ma la cosa curiosa, è che sembra esserci veramente ragioni fondamentali ed economiche dietro questo spostamento massiccio di capitali.
In Europa, il parziale disimpegno americano dal sostegno all’Ucraina ha spinto i Paesi del blocco UE ad accelerare i piani di riarmo e di spesa pubblica. La Germania, regina dell’austerity, ha annunciato piani di emissione di debito record. E si sa, i mercati amano il debito.
In Cina, nonostante le tensioni, il governo ha avviato politiche più espansive, cercando di stimolare i consumi e supportare il mercato immobiliare.
Il vero piano: indebolire il dollaro
Trump potrebbe dunque aver messo in atto una strategia per indebolire il dollaro. Una strategia fatta di pressioni indirette, di scenari instabili, di tensioni commerciali, che costringono i mercati a riconsiderare l’allocazione dei capitali.
In parte si percepisce anche a livello economico: il “breakeven” a cinque anni, l’indicatore che misura le aspettative di inflazione, è in salita. Segno che gli investitori stanno iniziando a considerare uno scenario meno deflazionistico per l’economia USA. E un’inflazione attesa più alta implica un dollaro debole. Non a caso, le ultime settimane hanno mostrato un allentamento del DXY, pur senza crolli improvvisi.
In questo senso, la progressiva uscita di capitali, unita a una narrativa anti-globalizzazione, crea una pressione al ribasso sulla valuta.
Una situazione che può sfuggire di mano?
Certo, la strategia è rischiosa. I dazi, come sottolineato dal FMI, potrebbero generare una contrazione del PIL globale fino al 7%. Il GDPNow della Fed di Atlanta rivede al ribasso le stime di crescita.
Eppure, per un politico come Trump, potrebbe essere un gioco che vale la candela. Se il dollaro si indebolisce, l’export riparte. Se l’Europa e la Cina si rimettono in moto, anche gli USA ne beneficiano.
Come ogni grande stratega, Trump potrebbe avere un obiettivo che va oltre l’immediato: ridisegnare il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine economico mondiale. Non più leader assoluto, ma attore centrale in un sistema multipolare, dove l’interesse nazionale prevale sulla cooperazione globale.