«Credo ci sia una regia che unisce i centri di potere in Italia e i vertici di YouTube e hanno deciso di intervenire tempestivamente, sapendo dell’uscita del film che era stata annunciata».
È netto il giudizio del regista Michelangelo Severgnini sul recente episodio di censura che ha portato all’oscuramento su YouTube, del suo ultimo docu-film, Referendum, prodotto dall’AntiDiplomatico.
Non è la prima volta che un film di Severgnini viene boicottato o addirittura censurato. YouTube ha, infatti, bannato il film dalla sua piattaforma, solo il trailer è ancora visibile, non la pellicola intera.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare cos’è successo e per raccogliere la sua opinione in merito.
1. Qualche giorno fa, YouTube ha censurato il tuo docu-film Referendum, prodotto dalla testata L’AntiDiplomatico: la piattaforma ne ha resa impossibile la visione. Perché e che cosa avrebbero visto di così “pericoloso” gli spettatori?
Un’idea me la sono fatta su cosa abbia dato fastidio e forse anche un’idea a chi abbia dato fastidio. Partiamo da quest’ultima questione per rispondere alla prima: il 20 maggio scorso il film Referendum viene caricato in tarda serata sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico solo per abbonati. Questa opzione è stata di recente attivata dalla testata è conta al momento un centinaio di abbonati. È difficile pensare a una segnalazione nottetempo. Ugualmente, ho caricato lo stesso file sul mio canale personale di YouTube, in una modalità riservata e l’algoritmo non ha rilevato alcuna anomalia. Se, quindi, escludiamo queste due ipotesi (segnalazione e algoritmo), ne rimane una sola: l’attenzionamento. Credo ci sia una regia che unisce i centri di potere in Italia e i vertici di YouTube e hanno deciso di intervenire tempestivamente, sapendo dell’uscita del film che era stata annunciata.
A questo punto è già facile rispondere alla tua domanda. Sono convinto che ciò che hanno visto di pericoloso è una narrazione libera sulla realtà condivisa, sotto forma di arte cinematografica. E quando dico libera, non intendo vagamente indipendente. Intendo la narrazione di una parte di Italia che vede nel superamento del vincolo esterno l’urgenza più stringente del Paese, parte del Paese cui appartengo. È un film di parte nel senso che mostra una visione diversa sulle cose. Ma mi sfidassero a dire che c’è qualcosa di falso in questo film. Le opinioni sono scomode, quelle sono state censurate. Ed è ancora più grave. Questo è reato d’opinione, è psico-reato.
2. La contestazione che ha portato alla censura da parte di YouTube è «aver diffuso contenuti di disinformazione e di non aver contestualizzato alcune immagini di bombardamenti» e «contenuti presentati erroneamente come prova di abusi di diritti umani commessi in una località specifica, ma che riguardano un’altra località o un evento diverso». Come rispondi a queste accuse mosse dalla piattaforma?
Cosa devo rispondere? Ogni immagine al di fuori del contesto narrativo è accompagnata da una didascalia. Mi sembra una cosa normale nel cinema documentario. Il montaggio è costruito con un’alternanza tra scene di vita reale con protagonisti in particolare Enzo Pennetta e Ugo Mattei e scene di combattimenti in Ucraina. In un paio di casi queste immagini di repertorio si riferiscono a fatti antecedenti al presente: il rogo di Odessa del 2014 e i bombardamenti su Baghdad del 2003. C’è una didascalia. Sono evidentemente accuse pretestuose perché tra la lista delle accuse previste dalla piattaforma non esiste “aver diffuso libere opinioni che danneggiano la propaganda americana” e allora hanno messo due accuse a caso.
3. Avete presentato un ricorso?
Il ricorso è stato presentato tramite il modulo della piattaforma. Normalmente avrebbero dovuto rispondere entro una settimana, la quale però è ormai abbondantemente superata. Non solo, una comunicazione avvisa l’AntiDiplomatico che nel caso del caricamento di un altro video “simile”, l’intero canale sarà cancellato definitivamente. Simile, in che senso? Pura intimidazione, dopo una penitenza. Il reato d’opinione va punito!
4. Nel frattempo, Ugo Mattei ha diffidato la RAI per la “completa omissione” da parte del servizio pubblico dell’informazione relativa alla raccolta firme per il referendum contro la guerra Perché questo referendum dà così fastidio?
Questo referendum dà fastidio per due motivi: perché è la cosa peggiore che gli Italiani potrebbero fare in riferimento agli interessi americani e perché sappiamo già da diversi sondaggi che una larga maggioranza di cittadini italiani è contraria all’invio di armi in Ucraina. Pertanto, sulla carta, è un referendum già vinto. L’unico modo che hanno gli Americani di difendere i loro interessi è quello di impedire che la maggioranza degli Italiani venga a sapere dell’esistenza del referendum. Elementare, no? E quindi si servono dei loro maggiordomi nelle istituzioni e nella stampa italiane per realizzare questo obiettivo.
Però dà fastidio o addirittura desta qualche timore anche un’altra dinamica, secondo me. In questo 60% di Italiani contrari alla guerra c’è probabilmente buona parte del mare astensionista, ma ci sono sicuramente elettori eterogenei che appartengono a forze politiche, dal M5S alla Lega, che rispetto alla questione Nato sono dormienti da anni ormai, ma potrebbero risvegliarsi. Non solo, i due firmatari appartengono ad un universo extra-parlamentare dove il tema del vincolo esterno è ancora più centrale. Issare un vessillo che intercetti una nervatura così profonda nell’elettorato italiano potrebbe essere molto pericoloso, per loro. Ed anche questo universo extra-parlamentare, per la verità, in questo momento è pieno di contraddizioni. Chiarirsi le idee se l’uscita dalla Nato vada chiesta oggi o dopodomani, sarebbe già un grosso passo avanti.
5. Non è certo la prima volta che il tuo lavoro viene boicottato. Il tuo film, L’Urlo, ha subito ripetuti episodi di censura: dal Festival dei Diritti Umani di Napoli lo scorso novembre, alla destra parlamentare che si è rimangiata l’invito a Palazzo per presentarlo. Come te lo spieghi?
Purtroppo, mi ritrovo a distanza di 6 mesi esatti a far fronte ad un altro episodio eclatante di censura contro un mio film, ma è da quando sono tornato in Italia nel 2018, dopo 10 anni all’estero, che il mio lavoro è oggetto di censura, specialmente il mio lavoro sulla Libia che svela la relazione tra finanziamenti alle milizie di Tripoli e contrabbando del petrolio libico, ricollocando così la natura stessa del fenomeno migratorio.
Per questo motivo, il film L’Urlo, girato nel 2019 e pronto dal 2021, è bloccato persino dal proprio produttore che non ne autorizza la distribuzione in ogni forma. Pertanto, l’unico modo per vederlo è quello di organizzare delle proiezioni gratuite in mia presenza, durante le quali promuovo anche l’omonimo libro pubblicato invece nel frattempo dall’AntiDiplomatico. Solo la legge sul diritto d’autore mi autorizza a mostrare il film con questo stratagemma. Nell’ultimo anno sono state circa 50 le proiezioni organizzate in questo modo.
Ma in particolare, lo scorso 25 novembre la proiezione del film L’Urlo al Festival dei Diritti Umani di Napoli, autorizzata in via eccezionale dal produttore, è stata interrotta dopo 20 minuti da un’azione squadrista di alcuni responsabili delle Ong italiane presenti in sala.
In seguito a questo episodio i collaboratori del Presidente del Senato Ignazio La Russa mi hanno contattato per invitarmi a Palazzo Madama, dove ho ricevuto la solidarietà della seconda carica dello Stato in difesa dell’articolo 21 della Costituzione.
Ora trovo grave che a distanza di 6 mesi, di fronte a un episodio simile, per altro di fronte al sopruso di una società straniera che si prende gioco della legge italiana sul nostro territorio, il Presidente del Senato non torni a farsi sentire in difesa dell’articolo 21 della Costituzione, perché considero quanto avvenuto con il film “Referendum” quanto meno di pari gravità rispetto ai fatti di Napoli che mi hanno coinvolto.
Lo trovo grave perché questo lascia pensare che l’invito ricevuto lo scorso novembre non fosse sulla base, dunque, dell’articolo 21 della Costituzione, ma sulla base di un tornaconto elettorale che evidentemente l’episodio suggeriva al presidente del Senato.
Questa, dunque, è la gravità del suo silenzio. Perché se la seconda carica dello Stato mi protegge soltanto quando dico cose a lui gradite, allora quella non è libertà di espressione, quella è la legge del più forte.
Mi viene il sospetto che la libertà di espressione in Italia non esista in quanto tale, ma solo nel momento in cui ti consegni intellettualmente a qualche potente che ti può garantire finché comunque dirai le cose a lui gradite.