“Drill, baby, drill”? Ecco perché è solo una illusione di Trump

Redazione Money Premium

14 Febbraio 2025 - 06:35

Dopo anni di boom, la rivoluzione del fracking negli Stati Uniti sembra rallentare. Il programma economico di Trump è senza futuro?

“Drill, baby, drill”? Ecco perché è solo una illusione di Trump

Negli ultimi quindici anni, gli Stati Uniti hanno vissuto una rivoluzione energetica senza precedenti grazie al fracking, una tecnologia che ha trasformato il Paese nel leader mondiale nella produzione di petrolio e gas naturale.

La produzione di greggio è salita da 4,8 milioni a 13,5 milioni di barili al giorno, raggiungendo i 20 milioni includendo i liquidi petroliferi, eliminando il deficit energetico americano e proiettando gli USA al centro dello scacchiere geopolitico globale.

Grazie a questa trasformazione, i prezzi del petrolio in termini reali si sono ridotti, sottraendo trilioni di dollari alle petro-dittature e stimolando una rinascita industriale, con la Rust Belt americana che è diventata un fiorente “Plastics Belt” alimentato da petrolchimici a basso costo.

Il ruolo degli Stati Uniti come esportatore di gas naturale liquefatto, ha inoltre permesso all’Europa di ridurre la propria dipendenza dal gas russo, specialmente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin.

Tuttavia, il ciclo di espansione sembra aver raggiunto il suo picco. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la produzione di shale oil ha toccato il massimo storico nel novembre 2023 e ha iniziato a calare nel 2024, segnando il primo declino dalla nascita della rivoluzione del fracking. La causa principale è l’esaurimento dei giacimenti di prima categoria, i cosiddetti “tier-1”, che sono stati sfruttati al massimo durante gli anni del boom. Allo stesso tempo, molte compagnie energetiche stanno riducendo le perforazioni per concentrarsi sul ritorno di valore agli azionisti, piuttosto che investire in nuovi progetti.

Le proiezioni indicano che i prezzi del greggio non aiuteranno il settore a riprendersi rapidamente. Natasha Kaneva, capo delle materie prime di JP Morgan, prevede che il Brent scenderà sotto i 60 dollari al barile entro il 2026, una soglia che rende economicamente insostenibile l’aumento della produzione. Non si tratta di una carenza di petrolio nel sottosuolo, ma di un problema di prezzi del petrolio troppo bassi per giustificare nuove esplorazioni. Anche l’aumento dei costi del capitale, dovuto a tassi di interesse più elevati e all’incertezza economica globale, rappresenta un ostacolo significativo.

Nonostante le promesse di Donald Trump, che durante la sua campagna ha rilanciato lo slogan “drill, baby, drill” per sottolineare l’importanza di sfruttare le risorse nazionali, la realtà è ben diversa. Le sue iniziative per deregolamentare il settore e mettere all’asta riserve naturali, come quelle dell’Alaska, non hanno prodotto i risultati sperati. Infatti, nell’ultimo tentativo di asta, nessuna azienda ha presentato offerte per le concessioni proposte. Persino i giganti dell’energia, come Exxon, rimangono prudenti. Liam Mallon, responsabile del settore upstream di Exxon, ha dichiarato che nessuno nel settore è più nella modalità “drill, baby, drill”, preferendo invece concentrarsi su progetti che garantiscano una redditività solida e sostenibile.

Guardando al futuro, la traiettoria della produzione statunitense sarà determinata da tre fattori principali: l’andamento dei prezzi del gas e del petrolio sui mercati globali, l’evoluzione dei costi del capitale e il livello di innovazione tecnologica. Sebbene tecnologie come la perforazione laterale e l’imaging 3D abbiano già rivoluzionato il settore, ulteriori progressi saranno necessari per superare i limiti imposti dalla geologia.

Gli Stati Uniti, pur continuando a essere un gigante energetico globale, si trovano oggi di fronte a un bivio. L’eredità energetica costruita su decenni di produzione di petrolio e gas naturale sembra meno solida del previsto, con il sogno di un nuovo boom sempre più lontano. Le promesse politiche di Trump 2.0 rischiano di scontrarsi con una realtà dominata dai costi del capitale crescenti e da un’industria più focalizzata sul ritorno sugli investimenti che sulla semplice espansione produttiva.