Dopo 2 mesi consecutivi in rosso, ecco cosa succede storicamente all’oro

Gerardo Marciano

7 Maggio 2026 - 17:42

Dopo due mesi consecutivi al ribasso, l’oro è davvero a rischio inversione o sta solo prendendo fiato? Dati storici, banche centrali e target degli analisti raccontano uno scenario incerto.

Dopo 2 mesi consecutivi in rosso, ecco cosa succede storicamente all’oro

A gennaio 2026 l’oro ha scritto la storia. Ha toccato il record assoluto di 5.595 dollari per oncia, spingendo milioni di investitori a convincersi che il metallo giallo fosse diventato inarrestabile. Un rally spettacolare, quasi verticale, che in soli due mesi - gennaio con un +8,91% e febbraio con un +11% - aveva portato il metallo giallo a sfiorare i 5.600 dollari per oncia, alimentato dalla guerra in Iran, dalle paure sul dollaro, dall’accelerazione degli acquisti delle banche centrali e da una domanda globale che sembrava non volersi fermare. Poi, nel giro di poche settimane, qualcosa si è rotto.

Marzo ha portato un -11,17%. Aprile ha aggiunto un altro -0,85%. Due mesi consecutivi negativi che hanno cancellato buona parte dei guadagni accumulati, riportando il prezzo spot intorno ai 4.639 dollari. L’euforia si è trasformata in disorientamento. E ora tutti si fanno la stessa domanda: è una pausa sana in un mercato toro strutturale, oppure il peggio deve ancora arrivare? Il problema è che nessuno lo sa con certezza - ma la statistica di lungo periodo ha qualcosa da dire. E quello che dice è insieme incoraggiante e inquietante.

Dallo storico mensile dell’oro dal febbraio 1975 ad aprile 2026, ci sono state 77 sequenze distinte con almeno due mesi consecutivi negativi. La situazione attuale - marzo e aprile 2026 entrambi in rosso - è esattamente questo caso. E quello che è successo dopo disegna uno scenario che non è né rassicurante né catastrofico. È, semplicemente, incerto. Ma con qualche segnale che vale la pena leggere.

La statistica che nessuno ti ha ancora mostrato

Prendiamo i numeri dal loro inizio. Dopo due mesi consecutivi negativi, nel mese immediatamente successivo l’oro ha chiuso in positivo nel 55,26% dei casi. Una probabilità leggermente favorevole al rialzo, ma appena sopra il 50% - quasi come un lancio di moneta con un piccolo vantaggio. Non è il tipo di segnale che fa scattare un ordine di acquisto convinto.

Il quadro migliora se si allunga l’orizzonte. A sei mesi dal secondo mese negativo, la probabilità di un rialzo sale al 59,21%, con un rendimento medio del +3,45% e una mediana del +2,06%. A un anno, la probabilità di chiusura positiva scende però al 52,63%, con un rendimento medio del +5,68% ma una mediana di appena +1,16% - segno che i casi positivi sono stati spinti in alto da pochi episodi molto forti, mentre la mediana racconta una storia più ordinaria.

Il dato più scomodo è un altro: in 34 casi su 76 disponibili, dopo i due mesi negativi la discesa è proseguita anche nel terzo. Tradotto: in quasi il 45% dei casi storici, non c’è stato nessun «non c’è due senza tre» - c’è stato esattamente il contrario. Il terzo mese è andato ancora peggio. Chi si aspetta un rimbalzo automatico di maggio farebbe bene a tenere questo numero bene in mente.

Gli analisti alzano le stime. Ma non tutti pensano lo stesso

Quello che rende questo momento così difficile da interpretare è la divergenza insolita tra i grandi istituti. Da un lato, c’è un consenso strutturalmente rialzista. Il sondaggio Reuters che ha coinvolto 31 analisti e trader indica un prezzo mediano atteso per il 2026 di 4.916 dollari per oncia - il più alto da quando Reuters ha iniziato a raccogliere questi dati nel 2012. Un numero in netto rialzo rispetto alla stima di 4.746 dollari di tre mesi fa, e un salto abissale rispetto alla proiezione di 3.000 dollari dell’anno scorso.

Goldman Sachs mantiene il proprio target a 5.400 dollari per fine 2026. Citi è più cauta: vede l’oro a 4.300 dollari nel breve (tre mesi) e a 5.000 dollari nel medio (sei-dodici mesi). Michael Antonelli di Baird Private Wealth Management si spinge oltre nell’opposizione al consensus, dichiarando esplicitamente che si aspetta un prezzo sotto i 4.500 dollari entro fine anno, citando il progressivo affievolimento delle preoccupazioni sul dollaro con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm.
Tre case, tre storie diverse. Eppure tutte e tre concordano su un punto: il cammino sarà volatile, irregolare, condizionato da fattori che nessun modello riesce a quantificare con precisione.

Il grande paradosso: inflazione alta e oro in calo

C’è una cosa che confonde molti investitori retail in questo momento, e vale la pena nominarla chiaramente. L’oro è storicamente considerato il rifugio per eccellenza contro l’inflazione. Eppure, proprio mentre i prezzi al consumo negli Stati Uniti rimangono elevati - il PCE core ha registrato un +0,7% mensile, il dato più alto da giugno 2022 — l’oro sta perdendo terreno.

Come si spiega?
La risposta è nei tassi di interesse. La Fed ha tenuto i tassi fermi nella sua ultima riunione, alzando al contempo i segnali di preoccupazione per l’inflazione. La Bank of England ha fatto lo stesso, prefigurando addirittura scenari in cui potrebbe essere necessario un aumento «energico» dei tassi in risposta all’impatto economico della guerra in Iran. Tassi alti significano rendimenti reali elevati sugli asset obbligazionari, che diventano relativamente più attraenti rispetto all’oro — un asset che non paga cedole né dividendi.

È questo il cortocircuito che tiene l’oro in una trappola: le stesse forze geopolitiche che storicamente spingerebbero gli investitori verso l’oro - la guerra, l’incertezza, la volatilità - stanno contemporaneamente alimentando l’inflazione energetica, che a sua volta rende improbabile un taglio dei tassi a breve. E senza taglio dei tassi, il vento strutturale che potrebbe spingere l’oro verso i 5.400 dollari di Goldman rimane bloccato.

Le banche centrali: l’ancora che regge tutto

In mezzo a questo quadro complicato, c’è però un elemento che tutti gli analisti — ottimisti e pessimisti — concordano nel citare come supporto strutturale: la domanda delle banche centrali.
Goldman Sachs stima che le banche centrali stiano acquistando oro a un ritmo medio di 60 tonnellate al mese nel 2026. Un sondaggio condotto dalla stessa Goldman all’interno della sua conferenza dedicata alle banche centrali il 23 aprile ha rivelato che circa il 70% degli intervistati si aspetta un aumento delle riserve auree globali nei prossimi dodici mesi. La stessa percentuale — il 70% — prevede che il prezzo dell’oro si stabilizzi sopra i 5.000 dollari per oncia entro un anno.
Si tratta di un dato straordinario: i principali acquirenti strutturali di oro al mondo, quelli che non comprano per fare trading ma per costruire riserve generazionali, continuano a credere nel valore del metallo. Il rallentamento di febbraio — quando il nowcast di Goldman ha registrato acquisti di sole 2 tonnellate invece delle 60 abituali — è stato probabilmente un’anomalia legata all’estrema volatilità dei prezzi, non un segnale di inversione strutturale.
I driver di lungo periodo rimangono intatti: crescita dei livelli di debito pubblico americano, preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale occidentale, diversificazione dalle riserve in dollari accelerata da dinamiche geopolitiche come la questione della Groenlandia e le tensioni in Venezuela. Se questi fattori dovessero accelerare, Goldman stima che il rialzo di medio termine potrebbe essere significativo.

Cosa guarda chi sa leggere l’oro

Keith Lerner, Chief Investment Officer di Truist, ha indicato con precisione i due catalisti tecnici che il mercato dovrebbe monitorare per capire se la fase di consolidamento è finita: il ritorno sopra la media mobile a 50 giorni e il superamento del massimo di metà aprile. Fino a quando l’oro non torna sopra quei livelli, il trend di breve rimane incerto.
Sul fronte macroeconomico, il vero game changer sarebbe un taglio dei tassi della Fed, specialmente se accompagnato da un calo dei rendimenti reali. Goldman stima 50 punti base di tagli nei prossimi mesi — un’ipotesi che, se confermata, toglierebbe il freno principale al rialzo dell’oro.
Il dollaro, nel frattempo, rimane una variabile critica. Il rialzo del 2,2% di giovedì è arrivato proprio dopo un indebolimento del greenback, scatenato dai segnali giapponesi di possibile intervento sul cambio. Un dollaro più debole rende l’oro meno costoso per chi detiene altre valute, amplificando la domanda globale.

Comprare, aspettare o stare fuori?

La risposta onesta è che nessuno può dirtelo con certezza. E chiunque lo faccia con eccessiva sicurezza sta probabilmente vendendo qualcosa.
Quello che i dati dicono è questo. Sul piano strutturale, i driver di lungo periodo dell’oro rimangono solidi: banche centrali compratrici, debito pubblico in crescita, geopolitica instabile, potenziale debasement delle valute fiat. Il consensus degli analisti punta verso i 5.000 dollari entro un anno, e Goldman vede 5.400 entro fine 2026.
Sul piano tattico, il rischio di breve è reale. Il 44,74% delle volte, dopo due mesi consecutivi negativi, il terzo mese è andato ancora peggio. La pressione inflattiva da energia potrebbe tenere i tassi alti più a lungo del previsto. Goldman stessa riconosce che i rischi di breve periodo sono orientati al ribasso, con ulteriore liquidazione possibile se le tensioni nello Stretto di Hormuz si intensificano.
Se hai già oro in portafoglio e lo hai comprato prima del rally, probabilmente non hai nulla di cui preoccuparti: stai seduto su guadagni significativi e il metallo sta facendo esattamente quello che dovrebbe fare in un portafoglio diversificato. Se invece stai pensando di entrare oggi, la saggezza operativa suggerisce di aspettare una conferma tecnica — il ritorno sopra la media mobile a 50 giorni, come indica Lerner — prima di muoverti.
L’oro non è mai una storia lineare. È sempre stata una storia di pazienza.