Vi siete mai chiesti dove finiscono gli oggetti donati alle associazioni umanitarie? Quanto scoperto sta facendo discutere.
Aiutare il prossimo e le persone in difficoltà è un atto di generosità che molti individui, quando ne hanno la possibilità, compiono con grande disponibilità. Anche in Italia esistono tantissimi donatori abituali: si stima infatti che siano circa 6 milioni le persone che donano per dare una mano a chi vive situazioni di disagio. Gli ultimi dati mostrano che circa l’11,6% della popolazione sopra i 14 anni ha effettuato una donazione nel 2024, con un leggero aumento rispetto all’11% registrato nel 2023.
Donare non significa necessariamente offrire denaro ad associazioni umanitarie, ambientaliste o impegnate nella difesa degli animali. Molte persone, ad esempio, scelgono di donare vestiti o scarpe che non utilizzano più, lasciandoli nei contenitori presenti in quasi tutte le città italiane. Ma vi siete mai chiesti dove finiscano realmente questi indumenti? Arrivano davvero alle persone più bisognose?
Un uomo ha inserito un dispositivo GPS nelle scarpe donate
Questa domanda se l’è posta anche un ingegnere francese, che ha deciso di fare un piccolo esperimento. Quello che ha scoperto ha generato una polemica piuttosto accesa. Va però fatta una premessa: non tutti i vestiti o le scarpe donate fanno necessariamente la stessa fine di quelle coinvolte in questo caso. Tuttavia la vicenda ha sollevato dubbi e interrogativi che non accennano a placarsi.
La storia inizia quando un ingegnere francese di nome Thomas, mentre stava riordinando l’armadio, trova un paio di scarpe da ginnastica Nike quasi nuove che non utilizza più. Decide quindi di donarle inserendole in uno dei contenitori per la raccolta di abiti usati gestiti dalla Croce Rossa, convinto che possano essere utili a qualcuno in difficoltà.
Prima di gettarle nel contenitore, però, gli viene un’idea: infilare un piccolo AirTag, uno dei dispositivi di tracciamento GPS di Apple, sotto la soletta delle scarpe per scoprire dove sarebbero finite.
Dopo pochi giorni Thomas controlla il percorso registrato dal dispositivo. Le scarpe, inizialmente, lasciano il punto di raccolta e vengono portate in un centro di smistamento alla periferia della città, cosa del tutto normale. Successivamente, però, la situazione prende una piega inaspettata.
Invece di essere trasferite in un altro centro o in un luogo destinato alla distribuzione ai bisognosi, le scarpe risultano dirette verso un quartiere residenziale, fino a fermarsi nei pressi di un condominio privato. L’AirTag rimane fermo in quell’abitazione per diversi giorni.
Le scarpe finite a casa di un volontario
Approfondendo la questione, Thomas scopre che in quell’appartamento viveva un volontario della Croce Rossa.
L’ingegnere racconta tutto a un amico giornalista, che decide di rendere pubblica la storia. Nel giro di poco tempo la vicenda diventa virale sul web, mettendo in cattiva luce l’operato dell’organizzazione umanitaria.
La narrazione che si diffonde online è semplice: alcune donazioni destinate alla beneficenza finirebbero per alimentare guardaroba privati invece di aiutare chi ne ha realmente bisogno. Molti utenti sui social si indignano e iniziano a criticare l’associazione, raccontando anche episodi sospetti che avrebbero vissuto in passato.
Di fronte al clamore mediatico, la Croce Rossa interviene spiegando che non tutti gli indumenti donati vengono consegnati direttamente ai bisognosi. Alcuni capi vengono infatti venduti in negozi solidali per finanziare programmi umanitari, altri vengono affidati a organizzazioni partner che gestiscono la distribuzione, mentre quelli non utilizzabili vengono riciclati o smaltiti.
L’organizzazione ha ipotizzato che le scarpe possano essere state temporaneamente conservate a casa del volontario prima di essere portate in un negozio solidale. Tuttavia non sono state pubblicate prove concrete che confermino questa versione.
Nel frattempo la polemica continua. Alcuni utenti consigliano di non utilizzare i contenitori per gli abiti usati, ma di portare direttamente i vestiti nei centri di accoglienza o nei rifugi locali, per assicurarsi che arrivino davvero alle persone in difficoltà.
Naturalmente non è possibile sapere con certezza cosa sia realmente accaduto in questo caso. Il volontario potrebbe aver preso le scarpe per sé, ma potrebbe anche averle portate a casa solo temporaneamente prima di destinarle a un negozio di beneficenza.
In ogni caso è importante evitare generalizzazioni: la solidarietà resta fondamentale, ma lo è anche la fiducia nelle organizzazioni che operano nel campo della beneficenza e dell’aiuto umanitario.
© RIPRODUZIONE RISERVATA