Le crescenti tensioni tra USA ed Europa, evidenziate durante il forum di Davos, hanno acceso l’interesse per gli investimenti considerati sicuri, come oro e argento, già protagonisti come copertura contro l’inflazione.
I mercati sviluppati, tra cui l’indice S&P 500, hanno invece mostrato segni di rallentamento. Gli mercati emergenti, al contrario, sono in piena crescita, segno che alcuni investitori confidano nella capacità degli USA di gestire le proprie crisi senza compromettere l’economia globale.
L’indice dei mercati emergenti MSCI ha iniziato l’anno con slancio, consolidando un trend positivo già evidente nel 2025: lo scorso anno, per la prima volta in otto, le azioni dei mercati emergenti hanno sovraperformato quelle statunitensi, con il benchmark MSCI EM in rialzo del 31% contro il 16% dell’indice S&P 500.
Non tutto questo però riflette un’ottimistica prospettiva sugli USA. I mercati emergenti stanno guadagnando attenzione anche come alternativa agli asset statunitensi. Con valutazioni azionarie elevate, gli investitori cercano di diversificare l’esposizione concentrata alla più grande economia del mondo. Lo specialista di mercati emergenti Ashmore ha registrato il primo afflusso netto trimestrale nei suoi fondi da oltre quattro anni, sottolineando la cautela degli investitori verso gli USA.
Tuttavia, le prospettive della più grande economia mondiale continuano a influenzare fortemente paesi come Corea del Sud, Taiwan e Cile. La crescita economica degli USA si traduce spesso in maggiore domanda per le economie esportatrici e in rialzi azionari per i fornitori locali. I grandi investimenti delle aziende tecnologiche statunitensi in intelligenza artificiale hanno, ad esempio, beneficiato produttori asiatici di chip come TSMC e Samsung.
Gli investitori nei mercati emergenti scommettono quindi sulla crescita continua degli USA, sul contenimento dell’inflazione — pur sopra il target del 2% — e sull’incremento dei prezzi delle esportazioni e delle materie prime, fondamentali per molte economie emergenti. Le banche centrali, guidate dalla Federal Reserve, seguono generalmente una politica di allentamento, alimentando le aspettative di crescita. Secondo la Federal Reserve di Chicago, le condizioni finanziarie negli USA sono oggi le più favorevoli degli ultimi quattro anni.
Le azioni globali hanno subito pressioni a causa delle ambizioni di Donald Trump di controllare Groenlandia, ma gli indici dei mercati emergenti hanno risentito meno dei mercati sviluppati. Questo tipo di investimento, che richiede di valutare le conseguenze geopolitiche sui flussi di cassa e sulle aziende, è più ancorato alla realtà rispetto ai metalli preziosi.
L’indice dei mercati emergenti, con un rapporto di 13 volte gli utili previsti, può sembrare costoso rispetto ai livelli storici, ma offre almeno un metro per giudicare il prezzo, a differenza di oro o argento, dove la valutazione convenzionale è meno utile. Se da un lato esiste cautela nel reinvestire negli asset statunitensi, la fiducia nei mercati emergenti indica che gli investitori non stanno ancora entrando nel panico.