La Corte Suprema brasiliana è “una minaccia ancora più grande per la democrazia rispetto alle rivolte dell’8 gennaio”. Questa la denuncia pubblicata dalle colonne del Wall Street Journal da Mary Anastasia O’Grady.
ll New York Times e il Wall Street Journal hanno infatti denunciato il rischio di una deriva repressiva e antidemocratica orchestrata dal Supremo Tribunale Federale brasiliano per annientare l’ex presidente Bolsonaro e il suo seguito popolare.
Il giudice della Corte suprema del Brasile, Alexandre de Moraes ha varato una stretta sui social dopo il tentato golpe dello scorso 8 gennaio da parte dei sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro.
Moraes ha stravolto la Costituzione del 1988 e ha usato le ampie prerogative di polizia previste per la Corte suprema brasiliana, per indagare, perseguire e arrestare migliaia di comuni cittadini, oltre che congelare i conti correnti di imprenditori considerati i presunti finanziatori di gruppi sovversivi.
Come se non bastasse, sta ricorrendo alla censura: trincerandosi dietro all’accusa di «disinformazione», ha sospeso i profili delle reti social di persone considerate come una minaccia per la democrazia.
Dopo le elezioni, invece di un ritorno alla normalità costituzionale che era stata paventata dallo stesso Lula, con un richiamo all’urgenza di una “pacificazione nazionale”, la situazione è precipitata: prigioni di massa, minaccia di processare politicamente migliaia di persone, censura nelle reti social, multe e blocco dei conti correnti bancari per coloro che vengono accusati di opposizione al regime.
Diverse personalità hanno lanciato l’allarme democrazia in Brasile, tra cui il giornalista premio Pulitzer, Glenn Greenwald.
Le proteste dell’8 gennaio scorso verrebbero strumentalizzare per criminalizzare e reprimere il dissenso.
Questo il biglietto da visita del nuovo regime, il “Sistema Lula”, concentrati a spazzare via ciò che rimane del precedente governo, con una logica lucida e spietata volta a prevenire qualunque atto di rivolta per il prossimo futuro.