Istat, deficit 2025 confermato al 3,1% ma il Pil viene rivisto al rialzo. Cosa cambia per la manovra?

Flavia Provenzani

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La revisione dei conti pubblici non porta il rapporto deficit/Pil sotto la soglia del 3%. L’Italia resta nella procedura per disavanzo eccessivo e si riducono i margini per la legge di Bilancio 2027.

Istat, deficit 2025 confermato al 3,1% ma il Pil viene rivisto al rialzo. Cosa cambia per la manovra?

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Nessuna sorpresa dall’Istat. Nel 2025 il rapporto tra deficit e PIL si è attestato al 3,1%, lo stesso valore delle stime precedenti. L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche migliora rispetto al 3,4% del 2024, ma resta sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee. Migliora anche il saldo primario, cioè l’indebitamento al netto della spesa per interessi, che sale a +0,8% del PIL dal +0,5% dell’anno precedente.

In valori assoluti l’indebitamento netto è stato di 69,7 miliardi di euro, in miglioramento di circa 5,1 miliardi rispetto al 2024. Il saldo primario è positivo per 17,4 miliardi, mentre il saldo di parte corrente, cioè il risparmio delle Amministrazioni pubbliche, sale a 50,4 miliardi dai 36,7 del 2024. Il miglioramento, spiega l’Istat, dipende da una crescita delle entrate correnti di circa 42,4 miliardi, superiore a quella delle uscite correnti, pari a circa 28,8 miliardi.

Già a marzo l’Istat aveva stimato il deficit 2025 al 3,1%, cifra confermata ad aprile nella notifica a Eurostat, quando il debito era stato indicato al 137,1% del Pil. La revisione di settembre era l’ultima occasione per vedere quel valore scendere sotto il 3%. E non è stato così.

Un deficit al 3% o inferiore avrebbe aperto la strada all’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo, in cui l’Italia si trova dal luglio 2024. Con il 3,1%, quella possibilità si allontana e la chiusura della procedura dipenderà dai conti del 2026, per i quali la Commissione europea, nelle previsioni di maggio, stima un deficit al 2,9%. Il passaggio formale resta comunque una decisione del Consiglio Ecofin.

Alla vigilia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si era mostrato prudente. «Non sono fiducioso, sono speranzoso per l’Italia», aveva detto a margine dell’Ecofin di Dublino, ricordando che la decisione spettava all’Istat, istituto che «agisce con assoluta indipendenza».

Il Pil rivisto al rialzo: crescita allo 0,6% nel 2025

La revisione dei conti porta però anche una notizia positiva, con l’Istat che ha rivisto al rialzo la crescita del Pil. Nel 2025 l’economia italiana è cresciuta dello 0,6% in volume, un decimo di punto in più rispetto allo 0,5% stimato a marzo. Ancora più ampia la correzione sul 2024, quando la crescita sale all’1,1%, con una revisione di tre decimi di punto.

A prezzi correnti, il Pil del 2025 è pari a 2.265 miliardi di euro, circa 7 miliardi in più rispetto alla stima di marzo. Anche il livello del 2024 è stato rivisto al rialzo, di circa 8,6 miliardi.

A sostenere la crescita sono stati soprattutto gli investimenti fissi lordi, aumentati del 3,9%, mentre i consumi finali nazionali sono cresciuti dell’1%. Più debole il contributo del commercio estero: le esportazioni di beni e servizi sono salite dell’1,7%, ma le importazioni sono cresciute molto di più, del 4,2%.

Guardando ai settori, il valore aggiunto è aumentato del 2,6% nelle costruzioni, dello 0,8% in agricoltura, silvicoltura e pesca, dello 0,4% nell’industria in senso stretto e dello 0,3% nei servizi.

Il Pil più alto aiuta i conti, perché aumenta il denominatore su cui si misurano deficit e debito, tuttavia, nel caso del deficit 2025, la revisione non è bastata a portare il rapporto sotto la soglia europea.

Cosa cambia per la manovra 2027

Il dato pesa soprattutto sulla prossima legge di Bilancio 2027. Secondo le ricostruzioni, un deficit sotto il 3% avrebbe liberato tra 8 e 10 miliardi di euro di margini aggiuntivi, portando la manovra a sfiorare i 30 miliardi complessivi.

Senza quello spazio, diventano più difficili alcune delle misure allo studio del governo, che erano condizionate proprio a un quadro più favorevole, come l’estensione dell’aliquota Irpef al 33% fino a 60.000 euro di reddito, l’innalzamento a 100.000 euro della soglia per il regime forfettario e la detassazione della tredicesima.

Resta sul tavolo l’ipotesi di attivare la clausola di salvaguardia nazionale, che permetterebbe di escludere dal calcolo del deficit parte della spesa per difesa e sicurezza energetica, fino a un massimo cumulato di 14 miliardi nel triennio.

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