Si sente spesso parlare del rapporto deficit/PIL, un indicatore che offre dati molto importanti sullo stato di salute dei conti pubblici di un Paese. Ecco tutto quello che c’è da sapere.
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Il rapporto deficit/PIL è uno degli indicatori più osservati per valutare i conti pubblici di un Paese. In Italia è tornato al centro dell’attenzione nell’autunno 2026, con la preparazione della Legge di Bilancio 2027 e la conferma, da parte di Istat ed Eurostat, che nel 2025 il disavanzo si è fermato al 3,1% del PIL: un decimale sopra la soglia europea, sufficiente a far sfumare la chiusura anticipata della procedura Ue per disavanzo eccessivo.
L’indicatore mette in relazione due grandezze: il Prodotto Interno Lordo, cioè il valore dei beni e servizi prodotti in un Paese in un anno, e il deficit, inteso come disavanzo: la situazione in cui, nell’anno considerato, le spese delle Amministrazioni pubbliche superano le entrate.
Un rapporto deficit/PIL più elevato indica quindi un disavanzo maggiore in rapporto alla dimensione dell’economia e, di norma, un maggiore ricorso al debito per coprirlo. Da solo, però, non basta a giudicare la solidità dei conti: vanno considerati anche il livello del debito, la crescita economica, il costo degli interessi e il saldo primario.
Le regole europee fissano per il deficit un valore di riferimento del 3% del PIL, richiamato dal Patto di Stabilità e Crescita. Superarlo può portare all’apertura di una procedura per disavanzo eccessivo: è quanto accaduto all’Italia nel 2024. La procedura è ancora aperta, ma da giugno 2026 è sospesa, dopo che la Commissione europea ha giudicato efficaci le misure correttive adottate.
Di seguito, come si calcola il deficit/PIL, in cosa si differenzia dal debito, qual è il dato attuale in Italia e cosa prevedono le regole europee.
Cos’è il deficit/PIL e come si calcola
Alla base dell’indicatore c’è il deficit pubblico, che si registra quando:
nel periodo considerato le spese delle Amministrazioni pubbliche superano le entrate, costituite soprattutto da imposte e contributi.
Il perimetro non è il solo bilancio dello Stato: comprende anche regioni, enti locali ed enti di previdenza. Il deficit si produce quando le entrate di questo insieme di amministrazioni non bastano a coprire le uscite per servizi, stipendi pubblici, pensioni, sanità, istruzione e interessi sul debito.
I conti pubblici, in un dato anno, possono trovarsi in 3 situazioni:
- avanzo o surplus: le entrate superano le uscite;
- pareggio: entrate e uscite si equivalgono;
- deficit: le uscite superano le entrate.
Il deficit/PIL si ottiene dividendo il disavanzo per il PIL nominale e moltiplicando il risultato per 100:
deficit/PIL = (indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche / PIL nominale) x 100
Nel sistema europeo dei conti SEC 2010, il deficit delle Amministrazioni pubbliche è misurato attraverso l’indebitamento netto, calcolato dall’Istat secondo criteri contabili armonizzati in tutta l’Unione. Per questo il dato viene spesso indicato con il segno meno: nel 2025 l’indebitamento netto italiano è stato di poco inferiore ai 70 miliardi di euro, pari al -3,1% del PIL.
Rapportare il disavanzo al PIL serve a misurarlo rispetto alla dimensione dell’economia: 70 miliardi di deficit pesano in modo molto diverso su un’economia da 500 miliardi o da oltre 2.000. Ne deriva che il rapporto può migliorare sia riducendo il disavanzo sia facendo crescere il PIL nominale, e può peggiorare anche a deficit invariato, se l’economia si contrae. Il PIL, però, non coincide con le risorse a disposizione dello Stato: la capacità di sostenere il debito dipende anche dalle entrate, dai tassi d’interesse e dalla dinamica della crescita.
Accanto al deficit si guarda al saldo primario, cioè l’indebitamento netto al netto della spesa per interessi: indica se, escludendo il costo del debito già accumulato, le Amministrazioni pubbliche incassano più di quanto spendono. Nel 2025 il saldo primario italiano è stato positivo, pari a +0,8% del PIL.
Deficit/PIL: quale differenza con il debito?
I due indicatori più seguiti per fotografare i conti pubblici sono deficit/PIL e debito/PIL, che misurano grandezze diverse.
Il deficit è un flusso: la differenza tra entrate e uscite delle Amministrazioni pubbliche in un determinato periodo, di solito un anno.
Il debito pubblico è invece uno stock: l’ammontare complessivo delle passività finanziarie delle Amministrazioni pubbliche in un dato momento. Cresce soprattutto per effetto dei disavanzi accumulati nel tempo, ma non coincide con la loro semplice somma, perché su di esso incidono anche operazioni finanziarie e altri aggiustamenti contabili (i cosiddetti aggiustamenti stock-flussi).
Quando opera in deficit, infatti, uno Stato deve reperire il denaro che manca per coprire le spese e quindi deve fare debito, emettendo titoli di Stato o accendendo prestiti.
I due indicatori non si muovono sempre nella stessa direzione. Il caso italiano del 2025 lo dimostra: il deficit/PIL è sceso dal 3,4% al 3,1%, mentre il rapporto debito/PIL è salito dal 134,3% al 136,7%.
Qual è il rapporto deficit/PIL dell’Italia? Dati e previsioni
Nel 2025 il rapporto deficit/PIL si è attestato al 3,1%, in calo rispetto al 3,4% del 2024 e lontano dal 7,2% del 2023. L’Istat lo ha confermato il 22 settembre 2026 con i conti economici nazionali, che hanno rivisto al rialzo la crescita del PIL 2025 allo 0,6%. Il 21 ottobre 2026 la seconda notifica a Eurostat ha certificato il dato senza riserve, insieme al debito/PIL al 136,7%, pari a circa 3.097 miliardi di euro.
Nel confronto europeo, sempre secondo la seconda notifica Eurostat, il deficit del 2025 è rimasto al 3% del PIL nell’area euro e al 3,1% nell’Unione. Undici Stati membri, Italia compresa, hanno chiuso l’anno con un disavanzo pari o superiore al 3%: i valori più alti sono quelli di Romania (-7,8%), Polonia (-7,2%), Belgio (-5,2%) e Francia (-5,1%). Sul debito, l’Italia è seconda solo alla Grecia (145,4%).
Per gli anni successivi, il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2026 prevede un deficit/PIL:
- al 2,9% nel 2026, con una crescita del PIL rivista all’1%;
- al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028 nello scenario che include la spesa aggiuntiva per difesa ed energia legata alla clausola nazionale di salvaguardia; senza questa componente, al 2,8% e al 2,6%;
- al 2,3% nel 2029.
Nello scenario programmatico il debito salirebbe al 138,1% del PIL a fine 2026 e al 138,5% nel 2027, per poi scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. Le previsioni di primavera della Commissione europea stimavano il deficit italiano al 2,9% sia nel 2026 sia nel 2027.
Ridurre il disavanzo pubblico è una delle condizioni per riportare su un sentiero discendente il rapporto debito/PIL, obiettivo fissato dal Piano Strutturale di Bilancio di medio termine. Non è però una condizione sufficiente: sull’andamento del debito pesano anche la crescita nominale, il costo degli interessi e gli aggiustamenti stock-flussi.
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Cosa stabilisce il Patto di Stabilità Ue sul deficit/PIL?
Come indicato sinteticamente dall’Unione Europea, il Patto di Stabilità e Crescita è:
“un insieme di regole volte a garantire che i paesi dell’Unione europea perseguano finanze pubbliche sane e coordinino le loro politiche fiscali.”
I valori di riferimento risalgono al Trattato di Maastricht: 3% del PIL per il deficit e 60% del PIL per il debito. La riforma della governance economica approvata nell’aprile 2024 (regolamenti Ue 2024/1263 e 2024/1264) li ha lasciati invariati, ma ha cambiato il modo in cui si controllano i conti. Il riferimento operativo è ora la spesa primaria netta, cioè la spesa pubblica al netto di interessi, componenti cicliche e misure discrezionali sulle entrate: ogni Paese concorda un percorso pluriennale di crescita massima di questa spesa nel proprio piano strutturale di bilancio.
Le regole prevedono due clausole di salvaguardia, una generale e una nazionale, che consentono deviazioni temporanee da quel percorso in circostanze eccezionali. La clausola nazionale è stata concepita per le spese per la difesa e, su richiesta italiana, è stata estesa a determinati investimenti per la sicurezza energetica. L’Italia ne ha chiesto l’attivazione l’11 settembre 2026 e la Commissione europea ha dato parere favorevole a ottobre; serve ora la decisione del Consiglio Ue, e sul piano interno lo scostamento di bilancio deve essere autorizzato dalle Camere a maggioranza assoluta.
Il superamento del 3% non comporta in automatico l’apertura di una procedura per disavanzo eccessivo: la Commissione valuta il caso, anche alla luce di fattori rilevanti, e propone al Consiglio Ue se avviarla. Una volta aperta, lo Stato deve correggere i conti secondo il percorso fissato dal Consiglio; in caso di inadempienza persistente sono previste sanzioni.
Per l’Italia la procedura per disavanzo eccessivo è stata aperta il 26 luglio 2024, con un deficit 2023 allora stimato al 7,4% del PIL (poi rivisto dall’Istat al 7,2%). Il 21 gennaio 2025 il Consiglio ha chiesto di correggere il disavanzo eccessivo entro il 2026, con una crescita della spesa netta non superiore all’1,3% nel 2025 e all’1,6% nel 2026. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha giudicato efficaci le misure adottate e la procedura è stata sospesa, pur restando aperta.
Con il deficit 2025 al 3,1% è venuta meno la possibilità di chiuderla in anticipo. Nel DPFP il Governo ritiene che la chiusura possa arrivare sulla base dei dati di consuntivo del 2026, se le previsioni di primavera 2027 della Commissione confermeranno il rientro sotto il 3%. La decisione finale spetta al Consiglio Ue.
Articolo revisionato da Emanuele Di Baldo il
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