Clausola di salvaguardia nazionale. Cos’è e cosa rischiano gli italiani

Emanuele Di Baldo

5 Agosto 2026 - 13:07

Invocata, paventata e mai realmente capita dagli italiani. Ecco cosa intende Giorgetti quando parla di clausola di salvaguardia nazionale

Clausola di salvaguardia nazionale. Cos’è e cosa rischiano gli italiani

Basta la parola per far drizzare le antenne a chiunque abbia seguito una legge di bilancio negli ultimi dieci anni: clausola di salvaguardia. Per un’intera stagione della finanza pubblica ha significato una cosa sola, e neanche piacevole: l’aumento automatico dell’IVA pronto a scattare se i conti non tornavano, un cappio che ogni manovra doveva puntualmente disinnescare.

Ma la clausola di cui ha parlato Giancarlo Giorgetti alla Camera oggi, 5 agosto, è di tutt’altro colore. Nessuna tassa in agguato: stavolta si tratta di chiedere all’Unione europea il permesso di spendere di più, mettendo al riparo dai vincoli del Patto di stabilità le spese per difesa ed energia. Vediamo cosa cambia, e perché conviene capirlo prima che diventi materia da manovra.

Due clausole, un solo nome: attenzione a non confonderle

Il malinteso è comprensibile ma va sciolto subito. La vecchia clausola di salvaguardia IVA era un meccanismo interno: impegni scritti nelle leggi di bilancio che, mancati gli obiettivi di entrate o risparmi, facevano scattare in automatico rincari fiscali.

La clausola di salvaguardia nazionale di cui si discute oggi nasce invece dalle nuove regole di governance economica europea: è la leva che consente a uno Stato membro di scorporare temporaneamente alcune spese dal calcolo della spesa netta concordata con Bruxelles.

In pratica, non un aumento di imposte ma un allargamento dei margini di deficit riconosciuto per finalità considerate prioritarie a livello Ue, nel caso italiano, appunto, sicurezza militare ed energetica.

Quanto vale: lo 0,9% alla difesa, lo 0,6% all’energia

Qui entrano i numeri, e sono robusti. La clausola originaria riguardava la sola difesa e valeva l’1,5% del Pil all’anno. La novità, ha spiegato il titolare del Mef, è che dentro quel perimetro una quota - lo 0,3% l’anno, fino a un massimo dello 0,6% - può essere dirottata sulla sicurezza energetica. La linea del governo sembra netta: “Chiederemo tutto il massimo della sicurezza energetica, cioè lo 0,3% più 0,3% uguale 0,6%. Sulla parte difesa invece non prenderemo il massimo e ci fermeremo allo 0,9%”.

Tradotto in euro, secondo le stime illustrate in Aula, la flessibilità richiesta vale fino a 14,4 miliardi per l’energia e 21,7 miliardi per la difesa nel triennio 2026-2028: complessivamente fino a circa 36 miliardi, pari all’1,5% del Pil sull’intero periodo. Cifre non ancora scolpite nella pietra, però: dipenderanno dal negoziato con la Commissione. Restano fuori dalla clausola energetica le misure tampone, come accise, sussidi diretti o indiretti che alleviano la crisi ma “non portano a un miglioramento strutturale”.

La tabella di marcia: da agosto a ottobre

L’iter è serrato. Bruxelles ha chiesto di presentare la richiesta di attivazione entro la metà di agosto 2026, con un elenco delle misure di massima e una stima preliminare dei costi. La Commissione valuterà a settembre, per poi raccomandarne l’approvazione al Consiglio, che dovrebbe formalizzarla nell’Ecofin di ottobre. Solo dopo scatterà il passaggio parlamentare vero e proprio: il ricorso all’articolo 6 della legge 243 del 2012, cioè il cosiddetto scostamento di bilancio, con la ripartizione delle risorse rinviata alla prossima legge di bilancio.

Per la difesa, l’anno di riferimento Cofog è il 2024, quando la spesa militare italiana valeva l’1,3% del Pil; nella flessibilità rientrano anche le misure finanziate con i prestiti Safe. Sull’energia, invece, non sarebbero al momento ammesse spese oltre il 2028, salvo verifiche tecniche in corso con le istituzioni europee.

Cosa rischiano davvero gli italiani?

Ed eccoci al punto che tocca le tasche. La buona notizia è che, a differenza della clausola IVA, qui non c’è alcun automatismo fiscale: nessun rincaro programmato. La cattiva è che lo scorporo non cancella il deficit, lo giustifica soltanto. Come ha ammesso lo stesso Giorgetti, gli interventi “hanno pieno impatto sul deficit”, l’indicatore più delicato in questa fase.

Il nodo è la procedura per deficit eccessivo in cui l’Italia è ancora dentro. La revisione dei conti Istat del 22 settembre dirà se il disavanzo scende sotto il 3%: se restasse sopra, Roma resterebbe nella procedura anche se lo sforamento fosse interamente dovuto a spese per difesa ed energia ammesse dalla clausola. In quel caso i margini per le manovre future si stringerebbero, con il rischio, non immediato ma concreto, di dover cercare coperture altrove. È la ragione per cui il ministro ha definito “impopolare” chiedere lo scostamento per la difesa, richiamando l’articolo 52 della Costituzione e il “sacro dovere” di difesa.

Alla Camera si vota solo la risoluzione di maggioranza; nel pomeriggio il dibattito si sposta al Senato. Il quantum definitivo dello scostamento, ha chiarito Giorgetti, sarà fissato “a settembre-ottobre”, intrecciato con l’esito della procedura europea. Prima di allora, ogni cifra resta un’ipotesi di lavoro.