Debito, degrado e disillusione: il lento declino delle democrazie occidentali

Redazione Money Premium

19 Agosto 2025 - 06:45

Dal degrado del Parlamento britannico al debito fuori controllo: come l’inerzia politica e i cicli storici mettono a rischio la stabilità economica delle grandi democrazie.

Debito, degrado e disillusione: il lento declino delle democrazie occidentali

Il Palazzo di Westminster, sede del Parlamento britannico, è in condizioni allarmanti: topi, calcinacci, tubature di piombo che perdono acqua, cablaggi elettrici obsoleti. Nonostante il pericolo costante di incendi e crolli, i politici del Regno Unito sembrano incapaci di affrontare seriamente la questione. I piani di ristrutturazione sono stati accantonati anni fa e, nel frattempo, si procede a colpi di interventi provvisori, mentre i costi salgono e i rischi aumentano.

Questa paralisi non riguarda solo l’architettura, ma riflette una crisi più profonda: l’incapacità delle élite politiche occidentali di gestire con responsabilità la finanza pubblica. Nel Regno Unito, il debito pubblico ha ormai raggiunto quasi il 100% del PIL, con un deficit superiore al 5%. Secondo l’Office for Budget Responsibility, senza interventi incisivi, il debito potrebbe salire al 270% del PIL nei prossimi 50 anni. Eppure, ogni tentativo di contenimento della spesa – come il taglio ai sussidi invernali per i pensionati più benestanti – viene immediatamente sabotato dalle pressioni interne ai partiti.

Il Regno Unito non è solo. In Francia il debito pubblico supera il 112% del PIL, mentre negli Stati Uniti ha toccato il 121%, con un deficit che oscilla intorno al 7%. L’FMI invita i governi a “rimettere ordine nei conti pubblici”, ma il richiamo resta spesso inascoltato. A dominare è un’inerzia generale, aggravata da una crescente aspettativa pubblica verso l’intervento statale in ogni crisi.

Secondo il demografo Neil Howe, questa stagnazione è il segno di un ciclo storico in fase avanzata. Nella sua teoria dei “quattro turni”, una società attraversa fasi generazionali che culminano in una crisi sistemica, da cui emerge un nuovo ordine. In questa fase finale – il “quarto turno” – le istituzioni si sgretolano, la fiducia pubblica svanisce e l’incapacità politica alimenta un circolo vizioso di inefficienza.

Il pensiero di Howe affonda le radici nel lavoro dello storico arabo Ibn Khaldun, secondo cui ogni dinastia attraversa quattro generazioni: dalla coesione iniziale alla decadenza morale e politica finale. Anche l’investitore Ray Dalio, nel suo libro How Countries Go Broke, offre una lettura simile. Per lui, ogni “grande ciclo del debito” dura circa 80 anni: si parte con una moneta solida, si passa alla dipendenza da debito pubblico e si arriva a una crisi in cui gli Stati stampano denaro per salvarsi.

Alla fine del ciclo, secondo Dalio, i governi diventano dipendenti dai creditori stranieri, il debito ha scadenze sempre più brevi, e le banche centrali non riescono più a bilanciare gli interessi di creditori e debitori. I tassi d’interesse salgono, il costo del debito esplode, e il sistema si trasforma in una catena di Sant’Antonio fiscale, dove il nuovo debito serve solo a pagare quello vecchio. Esattamente ciò che oggi osserviamo nel Regno Unito, in Francia e negli Stati Uniti.

Gli insegnamenti storici sono chiari: detenere titoli di Stato in questa fase del ciclo non conviene. Durante le crisi, secondo Dalio, le banche centrali intervengono sempre, l’inflazione aumenta, le valute si svalutano e gli asset reali – come oro e immobili – offrono una maggiore protezione. Le azioni, dopo una fase di caduta, tendono a recuperare. L’oro, in media, supera le obbligazioni del 71% nei periodi di crisi.

“L’inverno è arrivato”, scrive Howe. Nonostante Dalio non preveda un’immediata crisi del debito, avverte che questa potrebbe esplodere entro il prossimo decennio. A meno che una nuova generazione di politici più risoluti non prenda in mano la situazione – magari iniziando proprio da una vera ristrutturazione del Palazzo di Westminster – il futuro delle grandi democrazie avanzate potrebbe riservare più rovine che riforme.