Il futuro dell’Indonesia, ovvero la più grande economia del sud-est asiatico, si prospetta roseo sotto molti punti di vista. Innanzitutto il boom del nichel e l’esplosione delle infrastrutture hanno portato una crescita costante, mentre la demografia è una manna ancora da scoprire.
Già, perché all’interno dei quasi 274 milioni di abitanti – pil pro capite di circa 4.500 dollari, che supererà i 5.000 nel 2024 – troviamo 45 milioni di indonesiani (numero destinato a triplicarsi nei prossimi 15 anni) che costituiscono una delle classi medie più ruspanti e interessanti del mondo.
Intanto, il pil del Paese fa segnare cifre interessanti: economia in crescita del +5,05% nel 2023, del +5,31% nel 2022, del +3,71 nel 2021, del 2,1% nel 2020. Come si può vedere c’è stato un rallentamento, certo, ma non dimentichiamo che nell’ultimo decennio il presidente uscente Joko Widodo – rimasto in carica per due mandati consecutivi dal 2014 – è riuscito letteralmente a reinventare l’economia indonesiana, al punto da rendere il mercato d’investimento locale uno dei più attraenti del pianeta sfruttando al meglio il boom della domanda di tecnologie energetiche verdi.
La Bank Indonesia prevede per il 2025 una crescita compresa tra il 4,9 e il 5,7%, supportata, tra le altre cose, dalla digitalizzazione dell’economia, le esportazioni e l’industrial downstreaming. Molto di ciò che diventerà l’Indonesia è legato a doppia mandata a due variabili: la sua posizione nel bel mezzo delle tensioni tra Stati Uniti e Cina e, soprattutto, l’esito delle imminenti elezioni presidenziali.
L’eredità di Widodo
Widodo, entrato in carica nel 2014, ha sfruttato i giacimenti di nichel presenti nel Paese – i più grandi al mondo – per potenziare l’industria nazionale di lavorazione dei minerali e attirare investimenti esteri. Come ha spiegato in maniera dettagliata il Financial Times, la trasformazione del Paese non è ancora completa. L’obiettivo fissato dal presidente uscente, infatti, consiste nel rendere l’Indonesia una delle cinque più grandi economie del pianeta da qui al 2045.
Molto dipenderà da chi sarà il successore di Widodo, e questo lo decideranno i circa 204 milioni di elettori chiamati a eleggere il loro prossimo presidente. Prabowo Subianto, uno dei tre candidati, ex generale militare e favoritissimo nei sondaggi, ha dal canto suo promesso di mantenere la stessa agenda economica del suo eventuale predecessore, in primis per quanto riguarda l’export di materie prime. I critici sostengono tuttavia che le tendenze anti democratiche di Prabowo e i suoi presunti collegamenti con le violazioni dei diritti umani potrebbero potenzialmente mettere a repentaglio il progresso democratico dell’Indonesia.
In lizza troviamo anche l’ex governatore di Jakarta, Anies Baswedan, e l’ex governatore di Giava centrale, Ganjar Pranowo, per un trio di sfidanti desideroso di mettere le mani sulla ricca eredità economica e politica lasciata da Widodo.
Un’economia in ottima forma
L’economia dell’Indonesia, come detto, è cresciuta del 5,3% per l’intero 2022, nella più grande espansione registrata negli ultimi nove anni, e il Paese, ricco di risorse naturali, ha saputo cavalcare il boom globale delle materie prime. Gli esperti economici affermano che mantenere la crescita del pil al di sopra del 5% sarà essenziale per creare posti di lavoro sufficienti per il milione (e oltre) di indonesiani che ogni anno entrano nel mondo del lavoro. Secondo la Banca Mondiale, l’economia indonesiana ha creato in media 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno tra il 2009 e il 2019.
Widodo ha poi fatto del “downstreaming” una pietra angolare della sua politica economica, promuovendo una legislazione volta a vietare l’esportazione di minerali e imponendo che le materie prime estratte in loco siano lavorate a livello nazionale. Gli investimenti diretti esteri si sono così riversati in Indonesia, con aziende come Ford, Hyundai, il gruppo cinese di metalli Tsingshan Holdings e BYD, il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, che hanno impegnato miliardi di dollari nel paese. Nel 2023, gli investimenti sono cresciuti del +3,7% raggiungendo il massimo storico di 47,3 miliardi di dollari, dopo essere aumentati del +46,6% nel 2022.
Circa un terzo degli investimenti diretti esteri, prevalentemente dalla Cina, sono finiti nelle industrie dei metalli e nel campo dell’estrazione mineraria. Da questo punto di vista le esportazioni indonesiane di nichel sono balzate da circa 6 miliardi di dollari a 30 miliardi di dollari nel periodo 2013-2022, sulla scia della richiesta di prodotti a più alto valore aggiunto come l’acciaio inossidabile e i materiali per batterie. In tutto questo è importante ricordare che le elezioni influiscono su diverse componenti del prodotto interno lordo indonesiano.
Investimenti e infrastrutture
Gli investitori spesso seguono l’approccio “aspetta e vedi”, riducendo gli acquisti di azioni e vendendoli prima di una tornata elettorale di rilievo. Gli stessi investitori monitorano quindi le condizioni che vengono a crearsi nel Paese – comprese le ultime decisioni politiche – prima di assumere determinati impegni finanziari. Ebbene, una prassi del genere potrebbe avere un’influenza dannosa sull’IHSG, l’Indonesia Composite Index, se le elezioni dovessero portare a decisioni incoerenti con le aspettative del mercato.
Giusto per fare un esempio, e come ha evidenziato East Asia Forum, uno choc potrebbe verificarsi prima, durante o dopo le elezioni in varie regioni, in particolare nel nord di Sumatra e a Giava orientale, dove i prezzi dei beni essenziali sono aumentati, per l’appunto, durante e dopo le elezioni del 2019. In quel periodo, il costo dei peperoncini rossi a Medan City era aumentato dell’80% arrivando a 45.000 rupie indonesiane (2,88 dollari) al chilogrammo, così come quello dei peperoni di Cayenna (+75%) e dell’aglio (+28,57%). L’impennata dei prezzi, per la cronaca, si è verificata anche dopo le elezioni del 2014, con i prodotti alimentari in aumento in media del 10,38% a Bengkulu. Il governo indonesiano potrebbe dunque attuare diverse politiche strategiche per affrontare questo problema.
Last but not least, l’economia indonesiana è stata agevolata (e lo sarà sempre di più) dalla continua ottimizzazione della rete infrastrutturale. L’amministrazione di Widodo ha speso in infrastrutture più di qualsiasi suo predecessore, costruendo strade, ferrovie, dighe e porti in tutto l’arcipelago di 17.500 isole. Per la cronaca, la dotazione di bilancio per le infrastrutture è aumentata da 154,7 miliardi di rupie (9,9 miliardi di dollari) nel 2014 a 422,7 trilioni di rupie nel 2024. Il successore di Widodo dovrà proseguire su questa strada. Senza farsi inghiottire dalle tensioni globali né lasciarsi avventurarsi in agende politiche improvvisate.