Dal Giappone alla Corea: c’è davvero il rischio di una nuova crisi asiatica?

Federico Giuliani

09/08/2024

I sussulti dell’economia americana tengono sotto scacco le principali economie asiatiche. Quanto successo negli ultimi giorni è un campanello d’allarme che deve essere preso in considerazione.

Dal Giappone alla Corea: c’è davvero il rischio di una nuova crisi asiatica?

Che cosa sta succedendo in Asia? Il 6 agosto i mercati azionari della regione sono rimbalzati bruscamente dopo essere crollati, il giorno precedente, a causa di una combinazione di fattori. Su tutti: il timore di una recessione statunitense (ma non solo).

L’indice giapponese Nikkei 225, dopo aver collezionato la peggiore performance in un giorno dal 1987 (quasi -13%), ha subito un rimbalzo fino del 10% e sta continuando a crescere, complici le rassicurazioni della Bank of Japan che ha allontanato l’aumento dei tassi. Nel momento in cui scriviamo, in ripresa anche l’indice Kospi della Corea del Sud, che ha guadagnato quasi il 5%, e i mercati azionari di Taiwan e Cina.

Allarme rientrato? Lo shock, o meglio il battito di ali di farfalla che ha rischiato di affossare i mercati asiatici, sembrerebbe essere evaporato come neve al sole. Restano, tuttavia, ancora intatte le cause che potrebbero generare nuovi scossoni o, per usare un termine che sussurrano nel continente, una “nuova crisi asiatica”.

Detto altrimenti, un sussulto o anche un timore proveniente dagli Stati Uniti è in grado di spaventare gli investitori orientali e mettere al tappeto le Borse asiatiche, e con loro le economie dei rispettivi Paesi. Già, perché il rischio è sempre il solito (da mesi): se la Fed dovesse inasprire, e non allentare, i tassi di interesse, allora i differenziali tra i tassi di riferimento di Stati Uniti e Asia saranno destinati ad aumentare. Ma c’è dell’altro…

I mercati asiatici e l’ombra degli Usa

Come abbiamo spiegato i funzionari asiatici si aspettavano che gli Usa allentassero la loro politica monetaria tra le cinque e le sette volte nel corso dell’anno, ma così non è stato a causa dell’inflazione americana che resta ancora elevata e distante dall’obiettivo fissato da Washington (di portarla attorno al 2%). Ma non c’è solo la Fed da attenzionare: sono gli Stati Uniti nella loro interezza ad aver destato preoccupazioni in mezzo mondo.

I numeri di posti di lavoro negli Usa, inaspettatamente bassi a luglio, e un aumento del tasso di disoccupazione, così come il potenziale per la Fed di tagliare i tassi di interesse in risposta, hanno portato ai timori di un rallentamento americano nella crescita globale.

Il mercato azionario della Corea del Sud, nei giorni scorsi, ha segnato la sua peggiore sessione dalla crisi finanziaria globale del 2008, con tanto di cordoli di trading attivati per la prima volta in quattro anni. Le azioni tecnologiche sono crollate sentendo aria di recessione negli Usa. Il won sudcoreano si è indebolito di oltre l’1% nel “lunedì nero”, da un massimo di due mesi del venerdì precedente. E questo perché gli stranieri hanno venduto azioni locali del valore di 1,5 trilioni di won (circa 1,09 miliardi di dollari) nella loro più grande svendita in 2 anni e mezzo.

Eccola, dunque, la scintilla che potrebbe innescare una seconda crisi asiatica: preoccupazioni provenienti dagli Usa, vendita in massa di azioni asiatiche da parte di investitori stranieri, indebolimento delle valute locali nei confronti del dollaro e necessario intervento delle banche centrali dei Paesi asiatici per apprezzare le loro monete.

Un possibile colpo da ko

In Giappone, l’apprezzamento dello yen ha spinto vari analisti a credere che le società giapponesi orientate all’esportazione avrebbero visto i loro guadagni scendere. Queste preoccupazioni hanno contribuito ad innescare un ulteriore calo dei prezzi delle azioni e all’aumento delle vendite.

Anche le azioni “tecnologiche” sono diminuite dopo che l’amministrazione Biden aveva lasciato intendere, il mese scorso, che avrebbe imposto ulteriori restrizioni alle esportazioni di semiconduttori in Cina. L’annuncio ha colpito i mercati dei Paesi principali produttori di chip, come Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

Per quanto riguarda Tokyo, l’economia nipponica merita un discorso a parte. Per anni, mentre combatteva la deflazione, il Giappone ha mantenuto i tassi di interesse negativi. Ciò ha reso attraente per gli investitori prendere in prestito lo yen a buon mercato, quindi usarlo per acquistare attività in valute ad alto interesse con rendimenti prevedibili (obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti o azioni tecnologiche statunitensi).

Questa strategia di investimento «carry trade» è diventata popolare ma se la la banca centrale giapponese è costretta ad aumentare i tassi di interesse, il meccanismo si inceppa. In quel caso, quando lo yen si apprezza, rende gli investimenti carry-trade più rischiosi e gli investitori lo venderanno in massa.