Dal Giappone al Sud-Est asiatico: la rielezione di Trump farà davvero male all’Asia?

Federico Giuliani

3 Dicembre 2024 - 06:33

Cosa succederà alle economie asiatiche con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca? La risposta è: dipende da Paese a Paese...

Dal Giappone al Sud-Est asiatico: la rielezione di Trump farà davvero male all’Asia?

In molti si chiedono che cosa succederà alle economie asiatiche dopo la rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. La risposta è: dipende da Paese a Paese. Prendiamo il Giappone, alle prese con una stagnazione economica pluridecennale e mai davvero guarito del tutto dall’esplosione della Grande Bolla degli anni ’90.

Nei giorni scorsi le tre megabanche del Paese, e cioè Mizuho Bank, Mitsubishi UFJ Financial Group (MUFJ) e Sumitomo Mitsui Financial Group (SMFG), hanno aggiornato le loro previsioni di profitto per l’anno terminato a marzo, dopo i risultati record registrati nella prima metà fiscale, e con un certo ottimismo sul fatto che le economie di Tokyo e Washington continueranno a mantenere slancio anche per il resto della seconda metà.

Uno dei principali fattori alla base della crescita dei profitti è coinciso con l’aumento di attività quali fusioni e acquisizioni. Come ha scritto Nikkei Asian Review, nel periodo aprile-settembre l’utile netto di MUFJ ha raggiunto 1.258 trilioni di yen, in crescita del 36% rispetto all’anno precedente. SMFG ha toccato invece i 725 miliardi di yen di utile netto (+38%), mentre Mizuho Financial Group si è fermato a 566 miliardi (+36%).

Per l’intero anno fino a marzo, invece MUFG ha rivisto le sue previsioni di utile netto a 1,75 trilioni di yen da 1,5 trilioni di yen, SMFG ha invece aumentato il suo valore a 1,16 trilioni di yen da 1,06 trilioni di yen e Mizuho ha fatto lo stesso, a 820 miliardi di yen da 750 miliardi di yen.

Megabanche e tassi: cosa succede in Giappone

Le tre citate megabanche hanno beneficiato dei due rialzi dei tassi di interesse della Bank of Japan (BOJ), il primo a marzo e un altro a luglio. Non solo: negli ultimi due anni, l’economia giapponese ha registrato risultati disomogenei, in primis a causa di uno yen nettamente più debole e degli aumenti dei prezzi. C’è però chi sostiene che i continui aumenti salariali e la forte spesa delle imprese aiuteranno il motore economico nipponico a ritrovare il suo slancio.

E Trump? Negli Stati Uniti l’elezione del tycoon ha aumentato le aspettative per un’inflazione prolungata, visto che molte delle politiche di The Donald - tagli fiscali, limiti alle importazioni e controlli più severi sull’immigrazione - dovrebbero essere inflazionistiche. La vittoria di Trump “ha probabilmente aumentato le probabilità di un ulteriore inasprimento della politica monetaria da parte della BOJ”, ha dichiarato Toru Nakashima, capo della SMFG.

Attenzione però a non confondere gli eccellenti risultati delle megabanche con i benefici della popolazione. In altre parole, uno yen più debole è un vantaggio per i profitti per i grandi istituti creditizi, ma il suo impatto sull’economia generale, dalla prospettiva di una piccola impresa o di un comune cittadino, è un qualcosa di negativo. Come se non bastasse, una politica commerciale statunitense basata su tariffe elevate rappresenterà un duro colpo per l’industria automobilistica giapponese. Nel caso in cui Trump dovesse veramente imporre dazi del 100% sulle auto importate dal Messico, infatti, le aziende nipponiche delle quattro ruote, che hanno fabbriche in loco per produrre vetture dirette negli Usa, pagheranno un prezzo salatissimo.

La vittoria del Sud-Est asiatico?

Detto del Giappone, delle sue incertezze e dei guadagni delle sue megabanche, sul fronte opposto troviamo il Sud-Est asiatico. “Gli americani ci amano, i cinesi ci amano, non dobbiamo scegliere da che parte stare”, ha dichiarato pochi giorni fa Pichai Naripthaphan, ministro del commercio della Thailandia. Pichai ritiene che una guerra commerciale Usa-Cina, che probabilmente si intensificherà nei prossimi mesi, non farà altro che riscaldare questo amore perverso nei confronti di Bangkok da parte delle due potenze mondiali. Anche qui, attenzione bene, perché per quanto il Sud-Est asiatico brami il non allineamento, in pratica molti governi locali potrebbero essere costretti a prendere scelte nette.

Last but not least, la regione vanta una fitta rete di accordi bilaterali di libero scambio, oltre a due importanti infrastrutture commerciali multilaterali indipendenti dagli Usa: RCEP, un accordo di riduzione tariffaria che collega l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) all’Asia orientale, e CPTPP, accordo successore del Partenariato Trans-Pacifico che l’America ha abbandonato sotto la prima amministrazione di Trump.

Queste opzioni offrono ai governi del Sud-Est asiatico interessanti alternative alle istituzioni commerciali guidate dagli Usa, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, e potrebbero contribuire a far aumentare il commercio intra-asiatico. Ecco, dunque, il possibile, grande, vantaggio dell’Asia (o almeno, di una sua cospicua parte) derivante da una presidenza Trump 2.0.