Il gruppo ha già dimostrato capacità di integrazione attraverso acquisizioni mirate e potrebbe ora disporre di uno strumento più flessibile per consolidare un mercato ancora frammentato.
Il gruppo milanese Gens Aurea, proprietario della catena OroCash, si prepara a quotarsi su Borsa Italiana entro l’estate 2026 con una valutazione attesa intorno a 1,5 miliardi di euro.
L’operazione, assistita da Jefferies e BNP Paribas, rappresenta un passaggio storico per un comparto spesso percepito come marginale e che invece, negli ultimi anni, ha dimostrato una capacità di crescita e di resilienza fuori dal comune.
La storia dell’azienda
Fondata nel 2009 a Milano, Gens Aurea ha costruito nel tempo una posizione di leadership europea nel segmento della compravendita di preziosi usati. Oggi controlla otto marchi attivi in Italia, Spagna, Portogallo, Austria e Svizzera, con oltre 530 punti vendita fisici. Il core business rimane l’acquisto di oro e argento da privati, che vengono poi rivenduti alle fonderie svizzere per la produzione di lingotti da investimento. Il gruppo gestisce ogni anno più di 10-11 tonnellate di oro, cifra che lo colloca tra i principali operatori professionali italiani iscritti presso la Banca d’Italia.
Negli ultimi due anni l’attività ha beneficiato in modo decisivo del forte rialzo delle quotazioni dell’oro, salite di oltre il 139% in un biennio a causa delle tensioni geopolitiche e dell’afflusso di capitali retail verso i metalli preziosi. Il fatturato consolidato è passato da circa 430-450 milioni di euro nel 2024 a oltre 800 milioni nel 2025, con margini operativi stimati in prossimità dei 200 milioni. La componente retail, pur minoritaria, ha contribuito con circa 50 milioni di euro, grazie anche all’espansione nel segmento dell’oro da investimento e della gioielleria.
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L’evoluzione del business
Il modello di business si è evoluto nel tempo. Oltre all’acquisto di oro usato – attività per natura anticiclica, che tende ad accelerare proprio quando famiglie e consumatori hanno bisogno di liquidità – il gruppo ha sviluppato canali di vendita diretta di lingotti e monete d’investimento, servizi di pegno e una presenza nel segmento della gioielleria attraverso marchi come Alfieri & St. John e GioiaPura. Questa diversificazione riduce la dipendenza da un singolo flusso di ricavi e permette di catturare valore lungo l’intera catena, dall’acquisto al cliente finale.
La quotazione in Borsa, attesa per giugno 2026, dovrebbe avere una struttura prevalentemente secondaria. Secondo le indiscrezioni raccolte da Bloomberg e confermate da fonti vicine all’operazione, l’offerta potrebbe raccogliere tra i 300 e i 500 milioni di euro attraverso la vendita di azioni da parte degli azionisti esistenti, in primis il fondo DVC Partners (ex Springwater Capital), che detiene il controllo al 100% dal 2019. Non è escluso un piccolo aumento di capitale primario, ma l’obiettivo principale appare quello di offrire un’exit parziale al private equity e di fornire al gruppo una valuta azionaria per future acquisizioni e crescita organica.
L’obiettivo dell’IPO
La scelta del timing non è casuale. Il rally dell’oro ha reso il settore più visibile e attraente per gli investitori istituzionali, mentre il mercato italiano, dopo un 2025-2026 piuttosto avaro di nuove quotazioni, cerca operazioni di qualità in grado di attirare capitali retail e professionali. Portare in Borsa un operatore del “compro oro” significa, per Piazza Affari, legittimare definitivamente un’attività che muove volumi rilevanti e che opera in un quadro normativo rigoroso, con obblighi di tracciabilità e antiriciclaggio.
Per Gens Aurea la quotazione apre scenari di crescita importanti. I proventi (o la maggiore visibilità) potranno essere utilizzati per accelerare l’espansione della rete, investire in tecnologia per la valutazione e la tracciabilità dei preziosi, e consolidare la presenza all’estero. Il gruppo ha già dimostrato capacità di integrazione attraverso acquisizioni mirate e potrebbe ora disporre di uno strumento più flessibile per consolidare un mercato ancora frammentato.
In un momento in cui l’oro torna a essere considerato un asset di rifugio e le famiglie italiane detengono ancora ingenti quantità di metallo prezioso (stime non ufficiali parlano di 4.500-5.000 tonnellate tra monili e investimento), l’IPO di Oro Cash segna il passaggio di un’attività tradizionale verso una dimensione industriale e quotata. Un’evoluzione che, se confermata nei prossimi mesi, potrebbe ridefinire i confini del settore dei preziosi a Piazza Affari.
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