Dagli Usa alla Cina: perché tutti vogliono essere «amici» del Vietnam

Federico Giuliani

16 Gennaio 2024 - 06:47

In mezzo alle strategie delle grandi potenze troviamo il Vietnam, una nazione la cui economia, secondo le previsioni del Center for Economics and Business Research (Cebr), quintuplicherà entro il 2035.

Dagli Usa alla Cina: perché tutti vogliono essere «amici» del Vietnam

Il Vietnam è diventato il nuovo polo attrattivo e strategico del sud-est asiatico. Cina e Stati Uniti si contendono l’amicizia della nuova Tigre asiatica, diventata improvvisamente una sorta di “La Mecca diplomatica” con vista sull’Indo-Pacifico.

Lo scorso settembre Joe Biden ha visitato Hanoi, dove è riuscito a far progredire le relazioni bilaterali Usa-Vietnam al rango di partenariato strategico globale. Un onore che i vietnamiti avevano fin qui concesso a pochissime nazioni: India, Cina, Russia e, di recente, Corea del Sud e Giappone.

Tre mesi dopo è arrivata la risposta di Xi Jinping. Il presidente cinese è a sua volta volato in Vietnam, accolto dal capo del Partito comunista vietnamita, Nguyen Phu Trong, ben felice di costruire una “comunità Vietnam-Cina dal futuro condiviso”, una perifrasi complessa che nasconde un significato semplice: per quanto Hanoi sia corteggiata dall’Occidente, intende comunque mantenere stretti legami politici ed economici con il suo vicino settentrionale.

Ma negli ultimi mesi hanno fatto tappa da queste parti anche Yoon Suk Yeol e Fumio Kishida, rispettivamente presidenti di Corea del Sud e Giappone, altre due nazioni desiderose di piantare le loro bandierine nel mosaico del sud-est asiatico. Ma perché tutti vogliono diventare amici del Vietnam?

L’importanza strategica del Vietnam

Il Vietnam va avanti per la sua strada facendo ben attenzione a mantenere un vitale equilibrio diplomatico. Per Hanoi sarebbe infatti un errore farsi abbracciare da un solo partner rischiando di finire stritolato. Al contrario, il governo vietnamita continua ad operare restando fedele alla cosiddetta diplomazia del bambù, specchio di un approccio al mondo tanto pragmatico e flessibile in superficie quanto risoluto e solido in profondità.

Detto altrimenti, anche se in politica estera il governo vietnamita è pronto ad adattarsi a molteplici situazioni, la leadership del Paese effettua ogni passo in conformità con valori ideologici ben precisi, caratterizzati dal conseguimento della felicità per il popolo e dal mantenimento del sistema socialista. In sintesi estrema, le relazioni estere di Hanoi sono saldamente radicate, ma flessibili.

Economia e terre rare

Da un lato, dunque, il Vietnam intende continuare a crescere, modernizzarsi e svilupparsi, mantenendo – se non incrementando all’ennesima potenza – l’exploit conseguito nell’arco di un ventennio, quando il suo pil è cresciuto mantenendo una velocità di crociera di circa il 6%, con picchi del 7% in concomitanza con la guerra dei dazi Usa-Cina del 2019 scatenata dall’allora presidente statunitense Donald Trump.

Dall’altro, questo Stato può contare su alcune tra le più grandi riserve mondiali di minerali delle terre rare, essenziali per realizzare jet da combattimento così come i comunissimi smartphone. Certo, la Cina domina il mercato dei Rare Earth Metals, ma diverse aziende stanno lavorando per costruire catene di approvvigionamento alternative e bypassare Pechino. Essere amici del Vietnam, di questi tempi, può insomma fare la differenza.

Hanoi sogna in grande

In mezzo alle strategie delle grandi potenze troviamo il Vietnam, una nazione la cui economia, secondo le previsioni del Center for Economics and Business Research (Cebr), quintuplicherà entro il 2035 e crescerà mediamente del 7,7% all’anno per i prossimi dieci anni, e del 6,6% per gli anni successivi, arrivando a scavalcare Thailandia e Taiwan. C’è poi chi ritiene che il Pil vietnamita possa raggiungere, da qui al 2050, il ventesimo posto nella classifica globale contro l’attuale 47esimo.

Per riuscire, o quanto sperare di avvicinarsi a simili traguardi, Hanoi deve calibrare ogni passo. E offrire qualcosa di specifico a ciascun partner. Gli Stati Uniti, ad esempio, stanno cercando per i propri produttori - in particolare quelli del settore dell’alta tecnologia - valide alternative nelle quali spostare le loro fabbriche dalla Cina, e il Vietnam è proprio uno dei luoghi opzionati da varie aziende. Per la cronaca, il commercio tra Stati Uniti e Vietnam ha raggiunto i 140 miliardi di dollari nel 2022, oltre sette volte più grande di quanto non fosse nel 2010.

Allo stesso tempo la Cina rappresenta il più grande partner commerciale del Vietnam, con un volume di scambi tra i due Paesi arrivato a circa 235 miliardi di dollari nel corso del 2022. Ma più in generale il governo vietnamita è interessato a migliorare i legami con tutti quei Paesi ricchi – come Corea del Sud e Giappone – che potrebbero spingere le loro società più rilevanti (dalle aziende di semiconduttori a quelle dell’automotive) ad investire in loco.

La bussola che orienta le decisioni di Hanoi è chiara: la Tigre asiatica in pectore intende aumentare l’occupazione, il reddito dei suoi cittadini e le esportazioni per diventare una nazione ad alto reddito entro il 2045. La strada è però lunga, visto che il pil pro capite vietnamita si attesta intorno ai 4mila dollari. Ma ogni rapporto diplomatico, se sfruttato a dovere, potrà contribuire alla causa.