La crisi di Governo non è solo «colpa» di Matteo Renzi

Vincenzo Caccioppoli

14 Gennaio 2021 - 17:14

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La crisi di Governo non è solo «colpa» di Matteo Renzi

Matteo Renzi, classe 1975, non si può certo dire né che sia paziente né che sia riflessivo, e neppure di certo riservato o introverso. Renzi è fatto cosi, prendere o lasciare. Se lo si accetta come Pd e 5 Stelle hanno fatto in occasione della formazione del Governo Conte II, bisogna aspettarsi da un momento all’altro la “bischerata” da chi per sua natura non è abituato a vivere all’ombra di qualcuno e a stare troppo sottotraccia.

Inutile giraci intorno: senza pandemia, la crisi sarebbe arrivata dieci prima, quando Renzi aveva cominciato a far sentire la sua portentosa voce in materia di prescrizione. Le sue argomentazioni sul Recovery fund erano assolutamente condivisibili e si deve a lui e alla sua ferma opposizione (anche se non si capisce a cosa pensassero le sue ministre quando il ministro Gualtieri portò in Consiglio dei Ministri la prima bozza del Recovery fund più di un mese fa).

Quel piano, senza lasciarsi andare alle parole forti di Cacciari, era davvero scritto male, senza visione, come il classico compitino fatto in fretta giusto per non irritare i “professori” di Bruxelles, in attesa del lavoro di uno scolaretto da tempo messo all’indice nelle austere stanze del potere europeo.

Renzi ha scoperchiato il vaso di Pandora, a cui poi si è accodato un Pd mai come ora così incerto e scialbo, senza svolgere quel ruolo di guida che avrebbe dovuto avere nella condotta del Governo, ma più che altro in preda agli eventi e ai capricci dei singoli rappresentanti di questa rabberciata maggioranza.

Ettore Rosato, il coordinatore di Italia Viva, in un lapsus freudiano ma non troppo, si è lasciato scappare in TV che loro erano stati mandati avanti da altri. È ormai palese a tutti che anche il Pd non è affatto contento di questo Governo, nato male e proseguito, se possibile, peggio. Troppe le differenze con i 5 Stelle, e troppi anche i contrasti con la smania di protagonismo che sembra aver preso il premier dopo il suo famoso discorso al Senato dello scorso Agosto, quando bacchettò un Salvini basito di fianco a lui.

Ecco allora che se le cose sono arrivate a questo punto non si possono imputare tutte le colpe a Renzi, dandogli dello sfascista, solo perché ha deciso di staccare la spina a un Governo che ormai aveva perso la sua forza propulsiva, sempre che questa forza la abbia mai avuta.

Le colpe di Zingaretti

Non si possono negare le colpe di Zingaretti, il leader - sempre più di nome ma forse molto meno nei fatti - di quel Pd che innegabilmente ha avuto il torto di non calcolare il rischio a cui si andava incontro e che fino all’ultimo ha creduto (o sperato) che il suo ex segretario non facesse sul serio. Compiendo due gravi errori allo stesso tempo.

Il primo è stato quello di sottovalutare l’avversario e poi quello di non fare nulla per non risolvere i problemi che sono da mesi sul tavolo della maggioranza. Il Pd cosi facendo si è messo all’angolo da solo e il suo appoggio a Conte a tutti i costi lo ha reso ancora più debole sia nei confronti del premier e sia nei confronti dei 5 Stelle. Sperare nei responsabili, che poi sono ancora tutti da trovare, dimostra un ulteriore segnale di debolezza che lo pone in posizione ancora più scomoda, perché anche nel caso trovasse uno spauracchio di responsabili, si metterebbe nella condizione di dover comunque offrire una contropartita che potrebbe determinare ulteriori ritardi alla azione del Governo.

Le colpe di Conte

Ma le stesse colpe vanno addebitate anche al premier Conte. Il Governo Conte II è nato sotto la abile regia di Renzi, perché sia Zingaretti, per debolezza, che Di Maio, per il terrore di andare alle urne e di perdere il potere, non si sono posti nella condizione di fare altrettanto. Ecco allora che il senatore di Rignano da subito si è sentito il vero uomo forte della coalizione, perché gli è stato permesso di fare dai leader di Pd e 5 Stelle.

Il progetto di Renzi si è arenato

Non è un caso se, durante un Governo formato Renzi, questi abbia deciso di formare il suo partito per avere le mani libere e giocare da battitore libero. Il suo obiettivo era quello di svuotare il suo vecchio partito, seguendo le orme del francese Macron e ripercorrere in Italia le gesta del partito En Marche, che lo ha portato fino all’Eliseo.

Ma, si sa, non tutte le ciambelle escono con il buco, e il progetto di Renzi si è arenato sul nascere e dal momento che il nostro, come detto, non ha la pazienza fra le sue doti, ha dovuto cambiare strategia in corso e allora ha cominciato a ragionare su cosa fare per non rischiare la peggiore maledizione che la sua natura prevede e cioè quella di essere derubricato al ruolo di attore non protagonista della politica.

La visibilità e il consenso che la pandemia ha regalato a Conte lo deve avere stravolto nell’animo e reso inquieto come non mai e quindi la naturale conclusione non poteva che essere quella di cercare di oscurarlo, anche se questo poteva voler dire anche la sua morte politica. Ma anche su questo sarebbe prematuro preconizzare il de profundis per Matteo Renzi. A livello nazionale il nostro, infatti, ha già ottenuto il massimo a cui poteva aspirare e quindi meglio guardare all’estero magari, dove già ha avuto soddisfazione come oratore strapagato a conferenze internazionali in giro per il mondo.

Lo scoppio della pandemia ha tarpato le ali anche alle sue ambizioni internazionali e perciò occorreva un ulteriore passo in avanti. La elezioni del suo “amico” Biden in Usa hanno rafforzato in lui la convinzione che con un simile appoggio nulla potrebbe essere precluso in teoria a livello internazionale (soprattutto se si parla di Nato, ambito prossimo obiettivo di Renzi, come sono convinti quelli più vicini a lui) e quindi nella sua ottica tanto valeva provare il tutto per tutto, poiché è convinto di avere comunque una carta di riserva.

Ecco perché le varie offerte di ministeri, anche di peso, non potevano certo lusingare più di tanto chi è stato presidente del Consiglio ed è stato abituato a guidare piuttosto che a farsi guidare.

Questa ambiguità iniziale non poteva che scoppiare prima o poi, e adesso la navigazione è a vista. Certo, si può cercare di trovare l’ennesima ciambella di salvataggio dei cosiddetti responsabili, ma anche il Pd e i 5 Stelle sanno bene che sarebbe comunque l’ennesimo ripetersi di un errore primogenito e cioè quello di rimandare il problema di fondo, che coincide con la mancanza di visione di una coalizione che i fatti stanno dimostrando essere tenuta insieme solo dall’istinto di sopravvivenza all’ombra del potere.

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