I costituzionalisti puntano il focus sulla debolezza dei DCPM e invocano l’intervento del Parlamento

Tra gli esperti che sottolineano i pericoli connessi al ricorso massiccio dei decreti del Presidente del Consiglio, anche Marco Mori, che a Money ha spiegato: “si rischia un precedente pericoloso”

Le misure intraprese dal governo, che si fanno via via più restrittive, hanno sollevato molti dubbi relativi alla legittimità o meno del ricorso ai DPCM, sul ruolo del Parlamento come supremo organo legislativo e, parallelamente, sui rischi che potrebbero derivare dall’accentramento del potere di intervento nelle mani del solo presidente del Consiglio.

Pur non negando l’effettiva emergenza e la necessità di limitare il rischio del contagio, molti costituzionalisti hanno espresso le loro perplessità anche sulle minacce che gravano in questa situazione, non solo sulla sanità e sul sistema economico, ma anche sulla stessa democrazia.

Il Parlamento deve intervenire con più forza

Il monito generale riguarda il Parlamento, che dovrebbe esercitare con più forza e attenzione il suo ruolo di controllo. La preoccupazione dei costituzionalisti è concentrata sul fatto che le limitazioni alla libertà di circolazione imposte per esigenze di sicurezza o sanitarie, seppur in taluni casi previste dalla Costituzione, possano diventare un pericoloso precedente.

Anche Marco Mori, nell’ultima puntata del programma di Money.it Memento Mori, ha sottolineato come alcune contraddizioni saltino agli occhi osservando l’azione dell’esecutivo, cioè relativamente a come il governo abbia preso pieni poteri nel Paese, senza passaggi parlamentari e, quindi, sul filo del rasoio rispetto ai principi della democrazia.

Governo che quest’ultimo ha definito “imbarazzante” dal punto di vista economico e “offensivo” in alcuni provvedimenti inseriti nel decreto Cura Italia, mentre al contrario, “puntuale e preciso nel togliere diritti costituzionali fondamentali”, limitando all’osso la libertà personale e sollevando una rilevante problematica. “La libertà personale e in particolare la libertà di circolazione è soggetta a limitazioni, ma con riserva di legge assoluta.

“Questo vuol dire – spiega Mori - che solo il parlamento potrebbe prendere provvedimenti che limitano la libertà personale, mentre si sta andando avanti a colpi di meri atti amministrativi, non solo da parte delle regioni, che prendono decisioni singolarmente, ma addirittura da parte del governo, perché i vari decreti come quello del 9 marzo, non sono decreti che andranno in Parlamento, dunque non sono propriamente decreti legge, ma atti amministrativi emanati dal governo. Un decreto legge è stato emanato a gennaio, ad esempio, nel quale si dichiarava lo stato di emergenza e dava all’esecutivo il potere di gestire tale emergenza, ma questo è molto diverso dal decidere provvedimenti limitativi delle libertà costituzionalmente tutelate. Si rischia un precedente pericoloso”.

Il ricorso ai Dpcm pone incertezza sul rispetto dei diritti costituzionali

Cesare Mirabelli, che nel 2000 è stato presidente della Corte Costituzionale, ha spiegato all’AGI che occorre valutare se questi provvedimenti siano adeguati, se sia legittima la fonte, Decreto del Presidente del Consiglio o legge che comunque lo autorizzi, e ha aggiunto che “bisogna che si tratti di provvedimenti che prevedano tempi determinati di applicazione”. Si è espresso sul tema anche Francesco Clementi, docente di diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che, in assenza di disposizioni, si stiano diffondendo pure:

“più regimi di emergenza sul territorio, con tutti i disallineamenti e le interpretazioni che ogni Presidente di Regione si sente in dovere, oltre che in diritto, di adottare; determinando un’ulteriore forte marginalizzazione del Parlamento”.

I DPCM sono strumenti normativi troppo deboli

Il ricorso massiccio ai DPCM come strumento normativo per rispondere alla minaccia coronavirus, essendo questi ultimi, di fatto, atti di normazione secondaria, sarebbe dunque troppo debole per incidere su libertà costituzionali come quella di movimento, di riunione, di libertà di culto. Tutte libertà protette dalla riserva di legge della Costituzione. Il rischio è, dunque, come già anticipato, è che si crei un precedente dannoso una volta finito questo periodo di emergenza particolare.

I rischi per la privacy, un altro problema da non sottovalutare

I costituzionalisti, pongono anche in risalto la problematica connessa al diritto individuale e alla riservatezza, che potrebbe nascere dalla decisione di tracciare gli spostamenti attraverso i dati degli utenti: “questa idea mette in ballo un ulteriore diritto, quello alla privacy, che non ha un richiamo diritto alla Costituzione ma di cui la Consulta ha parlato più volte”, ha spiegato ad AGI Michele Ainis, giurista costituzionalista e componente dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato.

“In questo modo - ha continuato - anche la riservatezza finirebbe per essere sacrificata. Ma tutto questo può andare bene se c’è un inizio o una fine. Il rischio sarebbe di incappare in uno scenario simile a quello del Grande Fratello orwelliano”.

Mirabelli ha ricordato, infine, che in molte delle realtà in cui si limita fortemente il diritto personale e alla privacy, come nel caso di Israele, si interviene per placare minacce di terrorismo e dunque consiglia di guardarsi bene dal rischio di “scivolare verso l’autoritarismo”. Per certi versi, egli ritiene più saggio guardare a Paesi con una più lunga tradizione democratica, come la Gran Bretagna, che sta tentando di fare maggiormente leva sulla responsabilizzazione del cittadino, piuttosto che imporre misure di restrizione troppo drastiche.

Conte: “coinvolgeremo il Parlamento in ogni iniziativa”

Intanto, dopo l’approvazione del decreto in cui vengono inasprite le sanzioni per chi non rispetta le norme anti coronavirus, il premier Giuseppe Conte nella conferenza stampa di ieri 24 marzo, ha rassicurato:

“prevediamo che ogni iniziativa venga trasmessa ai presidenti delle Camere e che io o un ministro delegato vada a riferire in Parlamento ogni 15 giorni”.

Il presidente del Consiglio sarà domani prima alla Camera e poi al Senato per un’informativa sull’emergenza coronavirus. A quanto si apprende da fonti di governo, il premier dovrebbe riferire alle 9:45 a Montecitorio e alle 12:30 a Palazzo Madama.

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