Referendum finito, riforma non approvata, ma la maggior parte dei cittadini non ha l’attenzione sulla giustizia o sulla magistratura. Si pensa invece al futuro del governo Meloni, che ne sarà?
Il referendum è finito e ha visto la vittoria del no, resa ancora più dura da digerire per i sostenitori della riforma visto il record di affluenza alle urne. Ma in quella che è stata un’importante decisione sulla giustizia molti hanno visto una sfida politica. E non è certo colpa della cittadinanza, arrivata ai seggi già affaticata da un quesito altamente tecnico e un complesso di notizie allarmanti tanto a livello nazionale quanto internazionale. In questi mesi, infatti, gli esponenti politici tutti e i vari sostenitori si sono largamente impegnati per politicizzare la campagna referendaria, pur dichiarando intenti opposti. Mentre gli elettori si sono impegnati per informarsi e ottenere tutti gli elementi utili a formare la propria opinione si sono pure imbattuti in un vivo scontro politico. Di fatto, tanto l’opposizione quanto la maggioranza hanno sottinteso un peso ulteriore a questo referendum. Inevitabile chiedersi cosa accadrà adesso che è arrivata forte e chiara la decisione dei cittadini, fortemente in disaccordo con il governo.
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(Non) un voto sul governo Meloni
Lo ha detto Giorgia Meloni a Pulp: “Non si vota su di me”; ma sarà stato davvero così? È chiaro che i cittadini erano chiamati a confermare o rifiutare la riforma sulla magistratura, ma è difficile pensare che l’intera popolazione italiana sia arrivata alle urne senza alcun coinvolgimento politico. Pensando al contenuto del referendum, che è effettivamente divisivo, molti si concentrano sugli elementi che sembrano appoggiare l’uno o l’altro schieramento, potenzialmente favorire un orientamento piuttosto che un altro, per quanto avrebbe dovuto essere chiaro che ci sono opinioni diversi tra tutti i fronti. Se vogliamo prendere Meloni e Schlein come emblemi, rispettivamente, del sì e del no al referendum vediamo facilmente che ci sono preferenze opposte in destra e sinistra.
A ben vedere, il punto è soprattutto concettuale. Il ddl Nordio è arrivato ai cittadini come stabilito dal governo Meloni senza accettare emendamenti, passando la palla direttamente nelle mani degli elettori. Per questo motivo Renzi aveva considerato: “Fare un referendum su un testo scritto dal governo significa chiedere la fiducia, non al Parlamento ma agli italiani”. Tecnicamente non è corretto, ma con un piccolo sforzo possiamo prendere atto del fatto che votando no i cittadini hanno anche giudicato il governo in carica non in linea con i propri obiettivi e pensieri. In questo senso, il referendum è un inesorabile termometro politico, per quanto resta il rischio concreto è che il meccanismo abbia funzionato al contrario.
Considerato il livello del dibattito e le stesse reazioni politiche al risultato, è assai probabile che almeno parte dei cittadini sia andata alle urne con una posizione precisa sul governo e su Giorgia Meloni, in un senso o nell’altro. Eppure, votare sì per appoggiarli sarebbe stato inutile tanto quanto votare no per contrastarli. In uno Stato e in un momento storico con maggiore consapevolezza e cultura politica, il governo potrebbe imparare dai risultati del referendum come allinearsi alla volontà popolare. Qui e ora, però, il pericolo è che i voti siano influenzati dall’ideologia politica e soprattutto dalla critica, positiva o meno, del governo Meloni. Un problema che non dipende dal risultato elettorale, anche perché la sovranità popolare è un principio cardine della democrazia, ma che riguarda intrinsecamente il modo di fare politica nel nostro Paese.
Nell’auspicio che le persone abbiano votato pensando alla riforma della Giustizia e non ai vari aspetti di contorno, tanto il 54% che ha votato no quanto il 46% che ha votato sì, i risultati ci dicono comunque qualcosa sui consensi ottenuti dalla maggioranza e sulla risposta della cittadinanza a un anno delle elezioni politiche.
Cosa succede al governo Meloni se perde
La riforma ai voti è scritta e proposta dal governo Meloni, va da sé che la deve considerare una sconfitta ora che i cittadini non l’hanno approvata. Meloni è da poco intervenuta sui social, subito dopo che lo spoglio ha negato ogni possibilità di rimonta, ricordando che il popolo è sovrano e impegnandosi a continuare a fare del proprio meglio, rispettando la volontà dei cittadini. Un intervento pacato e diplomatico, ma non sarebbe potuto essere diverso visto che parliamo della parte «sconfitta». Dalle opposizioni sono infatti arrivate esclamazioni ben più sentite che, tralasciando i pochi concentrati sulla riforma (Giuseppe Conte ha parlato di “vittoria della Costituzione”), non hanno perso occasione di inneggiare «Meloni a casa».
Tattiche politiche a parte, è bene evitare la confusione. Non esiste alcun obbligo né volontà di rassegnare le dimissioni. Lo ha fatto notare la stessa Presidente del Consiglio in questi giorni, come peraltro era stato più volte sottolineato da Schlein: Giorgia Meloni non si dimette se la riforma non passa.
Molti temono che la riforma contenga un giudizio sul governo, pur ufficialmente riguardando altro, ma stava proprio ai votanti accertarsi di non contribuire a questo meccanismo. Chiaramente, la risposta non sarebbe stata non votare, anche perché questo referendum non ha quorum, bensì votare indipendentemente dal pensiero politico e dall’apprezzamento di uno o dell’altro partito. Soltanto se è stato separato il voto del 22 e del 23 marzo da quello magari ipotizzato per le politiche, i cittadini potranno appropriarsi della propria sovranità costituzionale e fare ciò che ritengono più opportuno.
Non che fosse vietato approvare la riforma e appoggiare Meloni o, viceversa, rifiutare l’una e l’altra, ma i due aspetti devono essere scissi e motivati differentemente. Che poi la politica ritenga di ottenere così risposte sul proprio operato è tutt’altro discorso, peraltro comprensibile viste le motivazioni che spingono i sostenitori di entrambe le fazioni. In ogni caso, siamo di fronte a un referendum che ha visto un’altissima partecipazione e un’affluenza da record, ma anche interamente e fortemente sostenuto dalla maggioranza di governo. Il «no» secco del popolo ci dice che non si sente rappresentato da Meloni, in questo particolare ambito o in generale, se per esprimere il voto si è concentrato rispettivamente sul ddl Nordio o sulla politica. Vediamo cosa ne pensano i lettori con il sondaggio di Money.it.
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