Cosa sono le azioni e come funzionano?
Cosa sono le azioni, come funziona la Borsa, quanto costa investire e come si pagano le tasse. La guida per capire rischi e rendimenti prima di comprare.
Comprare un’azione significa diventare proprietari di un pezzo, anche piccolissimo, di un’impresa reale, che fa utili quando le cose vanno bene e può finire in perdita o fallire quando vanno male. È la parola che tutti sentono ai telegiornali e che pochi saprebbero spiegare, e da qui conviene partire per capire come funziona il mercato azionario, perché nel lungo periodo ha battuto quasi tutte le alternative e perché sa far perdere molto a chi lo affronta impreparato.
Nei paragrafi che seguono trovate i diritti dell’azionista, il funzionamento di Piazza Affari, i criteri per valutare un titolo, i costi e le tasse di ogni operazione e gli errori più comuni tra chi comincia.
Cosa sono le azioni
Un’azione è una frazione del capitale sociale di una società per azioni, e chi la possiede diventa a tutti gli effetti socio dell’impresa. Se il capitale di un’azienda è diviso in un milione di azioni e nel vostro conto ne avete mille, siete proprietari di un millesimo di quella società, con i diritti, le speranze di guadagno e i rischi che una proprietà del genere comporta. Quel millesimo vi lega ai bilanci, alle scelte del management e perfino agli errori strategici dell’azienda, nel bene come nel male.
L’azionista gode della responsabilità limitata, uno dei principi cardine del diritto commerciale, e risponde dei debiti della società soltanto nei limiti di quanto ha investito. Nel peggiore dei casi, se l’impresa fallisce, si perde l’intero capitale versato, ma nessun creditore può bussare alla porta di casa per chiedere altro.
Per capire la differenza con l’altro grande strumento dei mercati, l’obbligazione, basta immaginare un ristorante che vuole ampliarsi. Chi compra un’obbligazione presta denaro al ristoratore in cambio di interessi e della promessa di restituzione a una data stabilita, mentre chi compra un’azione entra in società, non ha alcuna promessa di rimborso e guadagna soltanto se il locale prospera. L’obbligazionista è un creditore, l’azionista è un proprietario, e da questa distinzione discende quasi tutto il rapporto tra rischio e rendimento.
Perché un’azienda decide di vendere pezzi di sé
Un’impresa che ha bisogno di capitali per crescere può chiedere un prestito alle banche, emettere obbligazioni oppure aprire il proprio capitale a nuovi soci. Con le azioni il denaro raccolto non va restituito e non genera interessi da pagare ogni anno, ma i vecchi proprietari devono dividere gli utili futuri e una parte del controllo con chi entra. La prima vendita di azioni al pubblico è l’offerta pubblica iniziale, o Ipo (dall’inglese Initial public offering), mentre le emissioni successive passano dagli aumenti di capitale.
Quotarsi in Borsa, però, significa anche accettare regole stringenti di trasparenza, pubblicare conti periodici, comunicare tempestivamente le notizie rilevanti e sottoporsi alla vigilanza della Consob. Non sorprende quindi che molte aziende, specie in Italia, preferiscano restare private o addirittura abbandonare il listino, un fenomeno su cui torneremo parlando dei numeri di Piazza Affari.
Anche tra chi investe da anni resiste un equivoco. Quando comprate un’azione già quotata, i vostri soldi vanno a un altro investitore che in quel momento ha deciso di vendere, e all’azienda non arriva nulla. L’impresa incassa denaro soltanto sul mercato primario, nelle Ipo e negli aumenti di capitale, mentre gli scambi di tutti i giorni avvengono sul mercato secondario, che è poi quello a cui si pensa quando si parla di Borsa.
I diritti di chi possiede un’azione
Essere soci dà diritti che il codice civile divide in due grandi famiglie, quelli patrimoniali, che riguardano il portafoglio, e quelli amministrativi, che riguardano la partecipazione alla vita della società.
Tra i primi spicca il diritto al dividendo, la quota degli utili che l’assemblea decide di distribuire. Il dividendo non è mai garantito, perché un’azienda può legittimamente scegliere di reinvestire tutti i profitti oppure non averne affatto. Lo si è visto nella primavera del 2020, quando la BCE chiese alle banche sotto la sua vigilanza diretta di sospendere i dividendi per preservare il capitale durante la pandemia.
Accanto al dividendo ci sono il diritto di opzione, che permette ai soci di sottoscrivere per primi le nuove azioni emesse in un aumento di capitale e di difendere così il proprio peso nella società, e il diritto a una quota del patrimonio residuo in caso di liquidazione. Su quest’ultimo è bene non farsi illusioni, perché gli azionisti vengono soddisfatti soltanto dopo che sono stati pagati tutti i creditori, e in un fallimento questo vuol dire ricevere poco o nulla.
I diritti amministrativi comprendono invece la possibilità di partecipare all’assemblea e di votare sulle decisioni più importanti, dall’approvazione del bilancio alla nomina del consiglio di amministrazione, oltre al diritto di essere informati e, in determinati casi, di impugnare le delibere. Il voto di un piccolo risparmiatore pesa pochissimo rispetto a quello di un grande fondo o di una famiglia di controllo, ma conta quando i soci di minoranza si coalizzano o affidano il proprio voto a un rappresentante comune.
Azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio
Le azioni non sono tutte uguali, e a distinguerle è il mix di diritti che portano con sé. Le azioni ordinarie sono la forma più comune e garantiscono il pacchetto completo, diritto al dividendo e diritto di voto in tutte le assemblee, ed è a queste che ci si riferisce quasi sempre quando sui giornali si legge che un titolo ha guadagnato o perso terreno.
Le azioni privilegiate offrono una priorità nella distribuzione degli utili o nel rimborso del capitale in caso di liquidazione, ma in cambio limitano il voto, che di solito è ammesso soltanto nelle assemblee straordinarie. Le azioni di risparmio, nate con la legge 216 del 1974, la stessa che istituì la Consob, sono prive del diritto di voto e compensano questa rinuncia con un dividendo maggiorato rispetto alle ordinarie. Negli ultimi anni molte società le hanno convertite in ordinarie per semplificare la struttura del capitale, tanto che oggi sul listino milanese sono diventate una rarità.
Per premiare la fedeltà o proteggere il controllo esistono poi il voto maggiorato, che attribuisce più voti a chi conserva le azioni per un periodo prolungato, e le azioni a voto plurimo, che danno più voti per azione fin dall’emissione. Per il piccolo investitore sono un segnale da leggere, perché indicano che il controllo della società resta saldamente nelle mani di pochi.
Come si guadagna con le azioni e come si perde
Il rendimento di un’azione arriva da due fonti. C’è il capital gain, la differenza tra il prezzo a cui si vende e quello a cui si è comprato, e c’è il dividendo, la parte di utili che arriva periodicamente sul conto. Sommati danno il rendimento totale, che è la misura corretta per giudicare un investimento, perché un titolo fermo nel prezzo ma con dividendi generosi può aver reso più di uno salito senza distribuire nulla.
Secondo il Global Investment Returns Yearbook 2026 di UBS, curato dagli accademici Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton, un dollaro investito in azioni nel 1900 sarebbe diventato 124.854 dollari a fine 2025 in termini nominali, contro i 284 dollari ottenuti con le obbligazioni a lungo termine e i 69 dei titoli di Stato a breve. Lo stesso studio rileva che dal 1900 le azioni hanno battuto obbligazioni, titoli a breve e inflazione in tutti i Paesi con una storia di investimento continuativa, e che i mercati sviluppati hanno offerto un rendimento annualizzato dell’8,5%, contro il 6,9% dei mercati emergenti.
Sarebbe però ingenuo leggere queste cifre come una promessa, perché dentro quei centoventicinque anni ci sono due guerre mondiali, la Grande Depressione, lo scoppio della bolla delle dotcom, la crisi finanziaria del 2008 e il crollo pandemico, periodi in cui chi aveva bisogno dei propri soldi nel momento sbagliato ha subito perdite pesantissime. Le medie di lungo periodo valgono per chi ha davvero un orizzonte lungo, e soprattutto per chi ha avuto la pazienza e lo stomaco di restare investito anche quando tutto intorno sembrava crollare.
I rischi delle azioni
Chiunque possieda azioni deve fare i conti con la volatilità, l’ampiezza delle oscillazioni dei prezzi, che può sorprendere anche sugli indici più solidi. Nelle 52 settimane fino al 5 novembre 2026 il FTSE MIB, l’indice principale di Piazza Affari, ha oscillato tra un minimo di 42.298,17 punti e un massimo di 53.717,19, con circa il 27% di distanza tra i due estremi. Se a muoversi così è un paniere di quaranta grandi società, è facile intuire quanto possa ballare il prezzo di un singolo titolo.
Gli economisti distinguono due grandi famiglie di rischio. Il rischio specifico riguarda la singola azienda, che può sbagliare un prodotto, perdere un cliente decisivo, finire travolta da uno scandalo contabile o semplicemente essere superata dalla concorrenza, e chi ricorda il crac Parmalat del 2003 sa bene che anche un nome noto può azzerarsi. Il rischio sistematico colpisce invece l’intero mercato, come accade con una recessione, un rialzo improvviso dei tassi o una crisi geopolitica. Distribuire il capitale su molti titoli di settori e Paesi diversi riduce drasticamente il primo ma non può nulla contro il secondo, ed è per questo che anche il portafoglio meglio costruito attraversa anni negativi.
A questi si aggiungono il rischio di liquidità, che riguarda soprattutto le società più piccole, i cui titoli si scambiano poco e possono essere difficili da vendere al prezzo desiderato, e quello di cambio, che entra in gioco quando si comprano azioni quotate in dollari, sterline o franchi svizzeri e il rendimento in euro dipende anche dall’andamento delle valute.
Chi compra azioni bancarie deve conoscere anche il bail-in, il salvataggio interno a carico di soci e creditori, in vigore in Italia dal 1° gennaio 2016. In caso di dissesto di una banca sono gli azionisti a coprire per primi le perdite, seguiti dagli obbligazionisti subordinati e poi da quelli ordinari, mentre i depositi fino a 100.000 euro restano esclusi e quelli oltre la soglia vengono coinvolti soltanto in ultima istanza.
Cos’è la Borsa e come funziona Piazza Affari
La Borsa è il luogo, oggi interamente elettronico, dove si incontrano gli ordini di chi vuole comprare e di chi vuole vendere. In Italia la gestisce Borsa Italiana, che dal 2021 fa parte del gruppo paneuropeo Euronext insieme ai mercati di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Dublino, Lisbona, Oslo e, da fine 2025, Atene. Il soprannome di Piazza Affari viene dalla piazza milanese di Palazzo Mezzanotte, storica sede delle contrattazioni.
Le azioni si negoziano principalmente su due mercati. Euronext Milan è il mercato regolamentato che ospita soprattutto le società di media e grande capitalizzazione e comprende il segmento Euronext STAR Milan, riservato a società medio piccole che rispettano requisiti più elevati di trasparenza e governance. Euronext Growth Milan è invece il sistema multilaterale di negoziazione pensato per le piccole e medie imprese, con regole di accesso più leggere.
Il listino, intanto, si assottiglia. Secondo l’aggiornamento semestrale della Consob, a fine giugno 2026 le società negoziate sui mercati italiani erano 416, con Euronext Milan sceso da 198 a 195 emittenti in sei mesi ed Euronext Growth Milan passato da 211 a 203, per una capitalizzazione complessiva di 1.209 miliardi di euro. Nel primo semestre dell’anno, tra l’altro, il mercato principale non ha accolto nemmeno una Ipo.
Il cuore del meccanismo è il book di negoziazione, una sorta di registro in cui si allineano da una parte le proposte di acquisto, chiamate anche denaro, e dall’altra quelle di vendita, chiamate lettera. Quando il prezzo offerto da un compratore incontra quello chiesto da un venditore lo scambio avviene in automatico, e la differenza tra il miglior prezzo in acquisto e il miglior prezzo in vendita si chiama spread, un costo invisibile che sui titoli più scambiati è minimo e su quelli più sottili può diventare rilevante.
La giornata di Borsa segue orari precisi. Su Euronext Milan l’asta di apertura raccoglie gli ordini dalle 7.30 alle 9, la negoziazione continua va dalle 9 alle 17.30, l’asta di chiusura si svolge tra le 17.30 e le 17.35 e fino alle 17.40 è possibile scambiare soltanto al prezzo fissato in chiusura. Quando un titolo si muove troppo e troppo in fretta, il sistema interrompe la negoziazione continua e avvia un’asta di volatilità, una pausa di pochi minuti per raffreddare gli animi e ricostruire un prezzo più ordinato.
Per comprare o vendere si possono dare ordini di tipo diverso. L’ordine al meglio viene eseguito subito al miglior prezzo disponibile, con il vantaggio della rapidità e il rischio di pagare più del previsto sui titoli poco liquidi, mentre l’ordine con limite di prezzo fissa la cifra massima che si è disposti a pagare o quella minima a cui si accetta di vendere. Molti intermediari offrono anche ordini condizionati, come lo stop loss, che scatta automaticamente quando il prezzo scende sotto una soglia stabilita.
Una volta concluso lo scambio, titoli e denaro passano di mano con il regolamento, che oggi in Europa avviene due giorni lavorativi dopo l’operazione e che dall’11 ottobre 2027 si ridurrà a un solo giorno. Le azioni non esistono più su carta da decenni e sono registrate elettronicamente presso il depositario centrale, Euronext Securities Milan, l’ex Monte Titoli.
Gli indici di Borsa
Per sapere come va il mercato nel suo insieme si guardano gli indici, panieri di titoli il cui valore riassume l’andamento di un gruppo di società. Il più noto in Italia è il FTSE MIB, calcolato da FTSE Russell, che riunisce le quaranta azioni più liquide e capitalizzate di Piazza Affari e pesa ciascuna in base alla sua capitalizzazione flottante, il valore delle sole azioni effettivamente disponibili sul mercato. Alla chiusura di giovedì 5 novembre 2026 l’indice segnava 50.505,87 punti, in rialzo del 12,37% rispetto ai 44.944,54 punti di fine 2025.
Accanto al FTSE MIB c’è il FTSE Italia All Share, che comprende le società del FTSE MIB e quelle dei panieri Mid Cap e Small Cap, mentre all’estero i riferimenti più citati sono l’S&P 500 e il Nasdaq per gli Stati Uniti, l’Euro Stoxx 50 per l’Eurozona e l’MSCI World per i mercati sviluppati nel loro complesso. Un indice non si può comprare direttamente, ma si può investire in un ETF, un fondo quotato che ne replica l’andamento.
Come si valuta un’azione
Il prezzo di un’azione è quello che il mercato è disposto a pagare in un dato momento, mentre il valore dipende dagli utili che l’azienda saprà produrre negli anni a venire, e chi investe cerca di approfittare della distanza tra i due. Un titolo da due euro può essere caro e uno da trecento a buon mercato, perché il prezzo sul display va sempre confrontato con quello che l’azienda guadagna e possiede.
Il primo dato da guardare è la capitalizzazione, che si ottiene moltiplicando il prezzo per il numero di azioni in circolazione e indica quanto il mercato valuta l’intera società. Il secondo è il rapporto prezzo/utili, il P/E, che divide il prezzo per l’utile per azione. Un’azienda che guadagna 2 euro per azione e quota 30 euro ha un P/E di 15, il che significa che a utili costanti servirebbero quindici anni per ripagare il prezzo. Un P/E basso può segnalare tanto un’occasione quanto un’impresa in declino, uno alto aspettative di forte crescita o un entusiasmo eccessivo, e il confronto ha senso soltanto tra società dello stesso settore.
Chi cerca reddito guarda anche al dividend yield, il rendimento da dividendo, che nel nostro esempio, con un dividendo di 1,20 euro su un prezzo di 30, sarebbe del 4%. Meglio diffidare dei rendimenti troppo generosi, perché un dividend yield altissimo nasce spesso da un prezzo crollato in vista di un taglio del dividendo. Conta anche il payout ratio, la quota di utili distribuita, perché un’azienda che paga dividendi superiori ai profitti sta consumando le proprie riserve, e un quadro completo tiene conto pure del rapporto tra prezzo e patrimonio netto, dell’indebitamento e della capacità di generare cassa.
Questo approccio prende il nome di analisi fondamentale e si distingue dall’analisi tecnica, che studia i grafici dei prezzi alla ricerca di tendenze e livelli ricorrenti. Il mercato, peraltro, premia i risultati migliori delle attese più dei buoni risultati in sé, ed è per questo che capita di vedere un titolo scendere nel giorno in cui l’azienda annuncia utili record.
Come si comprano le azioni in pratica
Per investire in azioni serve un conto titoli, chiamato anche dossier, aperto presso una banca o una società di intermediazione autorizzata, tradizionale o online. Prima di operare l’intermediario sottopone il cliente al questionario previsto dalla direttiva europea MiFID, che serve a valutarne conoscenze, esperienza, situazione finanziaria e propensione al rischio, e conviene rispondere con sincerità, perché serve a proteggere l’investitore.
La scelta dell’intermediario ha conseguenze anche fiscali. Con una banca o un broker italiano si opera normalmente in regime amministrato, nel quale è l’intermediario a calcolare e versare le imposte come sostituto d’imposta, mentre con molti broker esteri si ricade nel regime dichiarativo, che obbliga a indicare guadagni, perdite e titoli posseduti nella dichiarazione dei redditi.
Per inserire un ordine basta conoscere il codice del titolo o il suo codice Isin, la sigla internazionale di dodici caratteri che identifica ogni strumento finanziario, e scegliere quantità, tipo di ordine ed eventuale prezzo limite. Su Piazza Affari si può comprare anche una sola azione, e alcuni broker permettono di acquistare frazioni di titolo, comode per chi vuole investire piccole somme su azioni dal prezzo unitario elevato. Chi compra titoli esteri deve mettere in conto anche il costo del cambio valuta, che alcuni intermediari applicano con margini tutt’altro che trascurabili.
Quanto costa investire in azioni
Al prezzo del titolo si sommano diversi costi che, se ignorati, possono mangiarsi una parte dei rendimenti. Ci sono anzitutto le commissioni di negoziazione, fisse, percentuali o miste, con minimi e massimi molto diversi tra un intermediario e l’altro, poi lo spread di cui abbiamo parlato, l’eventuale costo del cambio e l’imposta di bollo, pari al 2 per mille annuo sul valore dei titoli depositati.
Su chi compra azioni italiane pesa inoltre l’imposta sulle transazioni finanziarie introdotta nel 2013, nota come Tobin tax. Fino al 2025 l’aliquota sugli acquisti effettuati sui mercati regolamentati era dello 0,1%, la Legge di Bilancio 2026 l’ha raddoppiata allo 0,2% e l’articolo 15 del disegno di Legge di Bilancio 2027, ancora all’esame del Parlamento, la porterebbe allo 0,4%. Su un acquisto da 10.000 euro si pagavano quindi 10 euro, oggi se ne pagano 20 e dal prossimo anno, se la norma sarà approvata, se ne pagherebbero 40.
L’imposta colpisce soltanto il saldo netto degli acquisti a fine giornata, per cui chi compra e rivende lo stesso titolo nella stessa seduta non la paga. Non si applica alle società con una capitalizzazione inferiore a 500 milioni di euro né alle aziende italiane con sede legale all’estero, come Stellantis, Ferrari, STMicroelectronics, Campari e Tenaris. Imposte simili esistono anche altrove, per esempio in Francia, dove si paga lo 0,4% sugli acquisti di azioni di società francesi con capitalizzazione oltre il miliardo di euro.
Le tasse sulle azioni
In Italia i guadagni sulle azioni subiscono un prelievo del 26%, che si applica sia alle plusvalenze sia ai dividendi. La tassazione scatta soltanto quando il guadagno si realizza, al momento della vendita o dell’incasso del dividendo, e non quando il titolo si apprezza sulla carta. Se acquistate azioni per 5.000 euro, commissioni comprese, e le rivendete a 6.000 euro al netto dei costi di vendita, la plusvalenza è di 1.000 euro e le imposte ammontano a 260 euro.
Le perdite, chiamate minusvalenze, possono essere compensate con le plusvalenze realizzate nello stesso anno o fino al quarto anno successivo, dopodiché si perdono. Molti risparmiatori scoprono con sorpresa che le minusvalenze rientrano tra i redditi diversi mentre i dividendi sono redditi di capitale, e che le due categorie non si compensano tra loro, per cui una perdita su un titolo non riduce le tasse pagate sui dividendi. La riforma che dovrebbe unificarle è prevista dalla delega fiscale del 2023, ma a ottobre 2026 il viceministro Maurizio Leo ne ha annunciato il rinvio per mancanza di coperture.
Più complesso è il caso dei dividendi esteri, che subiscono prima la ritenuta del Paese di origine e poi l’imposta italiana. Per le azioni americane la ritenuta è del 15% se è stato compilato il modulo W-8BEN, con cui si chiede l’applicazione della convenzione fiscale tra Italia e Stati Uniti, altrimenti sale al 30%. In regime amministrato il 26% italiano si applica su quanto resta dopo il prelievo statunitense, con un carico complessivo del 37,1%, e su 100 dollari di dividendo lordo gli Stati Uniti ne trattengono 15 e l’Italia circa 22 sugli 85 rimanenti. Le plusvalenze sulle azioni estere sono invece tassate soltanto in Italia, sempre al 26%.
Meglio azioni singole o ETF?
Scegliere i singoli titoli, il cosiddetto stock picking, richiede tempo, competenze e la disponibilità a studiare bilanci e notizie con continuità, sapendo che anche i gestori professionisti faticano a battere stabilmente il mercato. Chi non ha queste risorse può ottenere un’ampia diversificazione con pochi strumenti, per esempio con un ETF su un indice globale, che con un solo acquisto distribuisce il capitale su centinaia o migliaia di società a costi in genere contenuti.
Le due strade si possono anche combinare. Molti investitori costruiscono il nucleo del portafoglio con strumenti diversificati e dedicano una quota minore ai titoli che conoscono e seguono da vicino, altri preferiscono entrare gradualmente con un piano di accumulo, investendo una cifra fissa ogni mese per attenuare l’effetto dei momenti sbagliati. La diversificazione non elimina il rischio di mercato, però evita che un singolo errore pesi troppo sul portafoglio.
Gli errori che si pagano più cari
L’errore più diffuso è la concentrazione, cioè mettere gran parte dei risparmi su un solo titolo, magari quello della propria azienda o del marchio che si conosce meglio. Un dipendente che investe tutto nella società per cui lavora, se le cose vanno male, rischia di perdere insieme il capitale e lo stipendio. Molto comune è anche la tentazione di inseguire i titoli già saliti molto, comprando quando l’entusiasmo è al culmine e i prezzi incorporano aspettative difficili da mantenere.
Fa danni anche il comportamento opposto, vendere in preda al panico durante un ribasso e trasformare in perdita definitiva quella che era una flessione temporanea. Lo stesso vale per chi controlla il portafoglio ogni giorno, tratta la Borsa come una sala giochi o ignora il peso delle commissioni su operazioni frequenti. E ci sono anche chi confonde un prezzo basso con un affare e chi media al ribasso, comprando altre azioni dopo un calo per abbassare il prezzo medio, senza chiedersi perché il titolo stia scendendo. In tutti questi casi le emozioni prendono il posto del metodo.
Discorso a parte per i prodotti con leva finanziaria, come i Cfd (contratti per differenza), che amplificano guadagni e perdite e che, in base alle misure introdotte dall’ESMA e riprese dalla Consob, devono riportare avvertenze esplicite sulla percentuale di clienti al dettaglio che subisce perdite. Bisogna infine diffidare dei consigli raccolti sui social e delle promesse di rendimenti sicuri, perché le truffe finanziarie online sono talmente diffuse che la Consob oscura regolarmente i siti di intermediari abusivi.
Le tutele per chi investe
Chi investe in azioni accetta il rischio di mercato, mentre dalla perdita dei titoli per colpa di un intermediario disonesto o insolvente è protetto. Le banche e le società di intermediazione sono vigilate dalla Consob e dalla Banca d’Italia, e il principio della separazione patrimoniale impone che i titoli dei clienti restino distinti dal patrimonio dell’intermediario, per cui in caso di fallimento di quest’ultimo restano di proprietà dei risparmiatori.
C’è inoltre il Fondo Nazionale di Garanzia, che interviene quando un intermediario aderente finisce in liquidazione coatta, fallimento o concordato preventivo e non restituisce in tutto o in parte titoli o denaro dei clienti, con un indennizzo massimo di 20.000 euro per investitore. Il Fondo tutela dall’insolvenza dell’intermediario e mai dalle perdite dovute al calo dei prezzi. Prima di aprire un conto è sempre buona norma verificare che l’intermediario compaia negli albi ufficiali della Consob o della Banca d’Italia.
| DISCLAIMER Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. |
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