Gli ETF tematici affascinano investitori e risparmiatori con l’idea di puntare su settori emergenti come intelligenza artificiale, energia pulita, biotecnologie o cybersicurezza, promettendo di intercettare i megatrend del futuro.
Ma dietro questa narrazione seducente si cela una realtà molto meno brillante.
Secondo una recente analisi di Robert Huebscher, questi strumenti hanno mostrato performance deludenti rispetto all’indice S&P 500, accompagnate da una volatilità significativamente più elevata.
Nei cinque anni analizzati, l’ETF tematico medio ha sottoperformato il mercato americano di ben 920 punti base annui, ovvero il 9,2%. Un risultato tanto sconfortante quanto costante, considerando che anche su orizzonti temporali di uno e tre anni la tendenza non cambia. A peggiorare il quadro è la volatilità, risultata mediamente superiore del 67% rispetto al benchmark.
Questi fondi si comportano in modo simile all’acquisto di una singola azione: profili di rischio elevati, bassi livelli di diversificazione reale e rendimenti spesso inferiori. Infatti, secondo i dati, la probabilità che un ETF tematico riesca a ottenere un rendimento superiore di almeno il 14% rispetto all’S&P 500 su un periodo di cinque anni è solo dell’11%. E questo dato è persino ottimistico, poiché non tiene conto del cosiddetto bias di sopravvivenza: più della metà dei fondi tematici lanciati negli ultimi 15 anni è stata chiusa.
L’idea di combinare più ETF tematici in portafoglio per migliorare i risultati non trova riscontri positivi. Simulazioni su portafogli composti da 5 o 10 ETF mostrano una probabilità inferiore all’1% di battere il mercato su un arco temporale di cinque anni. A tre anni, le probabilità sono ancora più sfavorevoli. È come mettere insieme più biglietti della lotteria: non aumenta le chance di successo, ma amplifica la delusione.
Un altro fattore che gioca contro questi strumenti sono i costi. Gli ETF tematici hanno spesso commissioni più alte rispetto agli ETF tradizionali, con una media di 60 punti base l’anno. E se l’investimento avviene tramite fondi tematici attivi con costi correnti del 2% o 3%, la situazione peggiora ulteriormente. Il risultato? Rendimento sacrificato a fronte di spese elevate.
Anche il momento in cui gli ETF tematici vengono lanciati è spesso problematico: il picco di interesse mediatico su un certo settore coincide con valutazioni molto alte delle aziende coinvolte, riducendo i rendimenti futuri attesi. Questo effetto, definito momentum inverso, contribuisce ulteriormente alla loro difficoltà nel creare valore reale per il portafoglio.
In definitiva, gli ETF tematici sembrano offrire più una narrazione da marketing che un’opportunità d’investimento solida. La loro attrattiva risiede nella possibilità di sentirsi partecipi delle grandi rivoluzioni economiche, ma nella maggior parte dei casi non portano benefici tangibili al patrimonio dell’investitore medio. Affascinanti da osservare, certo, ma poco utili per costruire ricchezza nel lungo periodo.