Cos’è il fiscal drag e come incide sul potere d’acquisto dei lavoratori. Analisi del drenaggio fiscale tra salario reale, scaglioni IRPEF e inflazione.
Quando arriva un aumento dello stipendio il lavoratore è convinto di diventare più ricco, ma in alcuni casi, nonostante la maggiore disponibilità economica si riescono a comprare meno cose di quando lo stipendio era più basso. Come è possibile? La colpa è del fiscal drag, una tassa invisibile di cui si parla poco e che nessuno ha mai votato, ma che riesce a sottrarre, in ogni caso, una fetta dei guadagni dei lavoratori.
Il fiscal drag, o drenaggio fiscale è un cortocircuito economico legato all’aumento dell’inflazione e al funzionamento della tassazione sul reddito in Italia. Le tasse, infatti, sono calcolate sul valore nominale della busta paga, e non sul valore reale dello stipendio. Il risultato è un paradosso: senza diventare più ricchi si è chiamati a pagare più tasse. Vediamo cos’è e come funziona il drenaggio fiscale in Italia, chi colpisce maggiormente e come potrebbe essere superato.
Cos’è il fiscal drag
Cos’è il fiscal drag? Letteralmente significa “drenaggio fiscale” e indica quel fenomeno di un aumento della pressione fiscale sul reddito per colpa di una forte inflazione. Se i prezzi aumentano, anche i redditi in parte dovrebbero salire per adeguarsi (anche se oggi è stato abolito ogni meccanismo automatico di adeguamento, come la cosiddetta scala mobile).
Il fiscal drag viene spesso definito come una tassa invisibile perché l’aumento delle imposte sul reddito non deriva da una nuova legge o da un aumento delle aliquote, ma dal meccanismo automatico delle tasse progressive.
Per comprendere il funzionamento del drenaggio fiscale, occorre esaminare un esempio relativo a pensionati e dipendenti: basta pensare alla pensione che viene adeguata all’inflazione.
Prima di procedere bisogna fare una distinzione tra due concetti che spesso vengono confusi: il salario nominale e il salario reale.
Il salario nominale è la cifra scritta sulla busta paga, ovvero la quantità di denaro che il datore di lavoro corrisponde ogni mese. Il salario reale, invece, è il potere di acquisto di quel denaro, ovvero la quantità di beni o servizi che si può effettivamente comprare con la retribuzione.
Il drenaggio fiscale, in caso di forte inflazione, si insinua nel divario che esiste tra i due salari. Se il costo della vita sale del 5% e al lavoratore viene riconosciuto un aumento del 5% in teoria il suo potere di acquisto dovrebbe rimanere stabile.
Se il reddito viene spinto verso uno scaglione di tassazione superiore, aumentano le imposte da versare senza un reale incremento del potere di acquisto. Di fatto l’aumento di stipendio o pensione per compensare l’aumento dei prezzi, si traduce in un prelievo fiscale maggiore senza che il potere d’acquisto del contribuente sia effettivamente salito.
Come funziona il fiscal drag
Una volta spiegato cos’è il fiscal drag, andiamo a vedere come funziona il drenaggio fiscale. Il fenomeno è legato al sistema fiscale italiano progressivo e a scaglioni. L’imposta sul reddito in Italia colpisce maggiormente chi guadagna di più: l’aliquota dell’Irpef sale al salire del reddito.
Quando l’inflazione sale i prezzi dei beni che si acquistano aumentano. Per garantire a dipendenti e pensionati il potere di acquisto, gli stipendi e le pensioni vengono aumentati per stare al passo con l’aumento del costo della vita. L’aumento che si riceve, però, è solo nominale: la cifra sulla carta è più alta, ma il potere di acquisto è lo stesso.
Il Fisco calcola le imposte sulla cifra che si riceve e, in alcuni casi, l’aumento spinge il reddito imponibile nello scaglione successivo dove si applica un’aliquota più alta portando a una tassazione maggiore. In altri casi, invece, l’aumento dello stipendio o della pensione fa perdere il diritto a bonus e detrazioni. In entrambi i casi il risultato è che il contribuente, nonostante l’aumento, non è diventato più ricco.
Drenaggio fiscale nella progressività dell’Irpef
Il sistema fiscale italiano si basa sull’Irpef, un’imposta progressiva e scaglioni. Il reddito non viene tassato tutto alla stessa percentuale, ma viene diviso, idealmente, a blocchi e su ogni blocco pesa un’aliquota Irpef differente che sale al crescere del guadagno complessivo.
Il salto dello scaglione avviene quando l’aumento nominale dello stipendio fa superare al contribuente il confine tra due scaglioni di reddito. Da quel momento la quota di reddito che supera il confine viene tassata con un’aliquota più alta.
Facciamo un esempio numerico per comprendere.
Attualmente l’Irpef prevede tre scaglioni di reddito e tre aliquote di tassazione:
- 23% per redditi fino a 28.000 euro;
- 33% per redditi tra 28.001 e 50.000 euro;
- 43% per redditi superiori a 50.000 euro.
Senza inflazione un lavoratore che guadagna 28.000 euro paga il 23% di tasse, ovvero 6.440 euro. Dello stipendio lordo gli restano 21.560 euro netti.
Supponiamo che l’inflazione abbia aumentato il costo della vita di 2.000 euro l’anno e a questo stesso lavoratore venga riconosciuto un aumento di stipendio di 2.000 euro. Sui primi 28.000 euro pagherà sempre 6.440 euro di Irpef (con aliquota al 23%).
Sui 2.000 euro di aumento, che lo fanno scivolare nel secondo scaglione di reddito, l’aliquota applicata sarà del 33% (660 euro), facendo in modo che dell’aumento restino in tasca al lavoratore 1.340 euro. L’aumento nominale basterebbe a coprire l’aumento del costo della vita, l’aumento reale non basta a coprire le spese aumentate e il lavoratore si trova con un potere di acquisto reale che è inferiore rispetto a quando guadagnava meno.
Chi ci guadagna con il drenaggio fiscale?
In economia se un soggetto perde, un altro guadagna. Lo stesso accade anche nel drenaggio fiscale. A perdere sono i lavoratori e i pensionati, a vincere è lo Stato.
Per chi vive del proprio reddito fisso il fiscal drag diminuisce il potere di acquisto e questo frena i consumi, indebolisce la domanda interna e rallenta l’economia. Ma per lo Stato il drenaggio fiscale rappresenta un finanziamento silenzioso, gettito in più senza bisogno di aumentare le tasse. Secondo analisi economiche il drenaggio fiscale può pesare anche più di 10 miliardi di euro.
Come si disinnesca il fiscal drag?
Il drenaggio fiscale nasce da una scelta politica ed economica, ma può essere bloccato con soluzioni strutturali o, in alternativa, con interventi temporanei.
Diversi Paesi europei, come la Germania, hanno scelto un intervento strutturale per disinnescare definitivamente il drenaggio fiscale, ovvero legare gli scaglioni Irpef, le detrazioni e le deduzioni all’indice dell’inflazione. Se il costo della vita sale del 5%, anche gli scaglioni si alzano della stessa percentuale per fare il modo che il salto dello scaglione si verifichi solo se il lavoratore diventa veramente più ricco.
L’intervento tampone, in assenza di un meccanismo strutturale, viene fatto dai governi periodicamente con interventi che riducono il prelievo fiscale dei redditi medio bassi. Si tratta di una soluzione utile nell’immediato, ma che non va ad agire sulla causa.
In Italia una soluzione è rappresentata dal taglio al cuneo fiscale (nato come intervento temporaneo e diventato, poi, strutturale), introdotto per alleggerire la differenza tra lo stipendio lordo pagato dal datore di lavoro e il netto percepito in busta paga dal lavoratore. Si tratta di un meccanismo puramente fiscale basato su bonus e detrazioni, studiato appositamente per evitare lo scalone che azzerava i benefici oltre i 35.000 euro