Gestire trade potenzialmente in perdita non è mai il massimo della situazione per qualunque investitore, tanto sul capitale di rischio che sul reddito fisso.
Si investe almeno (è l’auspicio minimo) per proteggere il potere d’acquisto del capitale nel tempo, ma più spesso gli obiettivi veri sono altri. Vale a dire flusso cedolare ricco e costante e/o rendimento reale positivo e/o crescita del capitale, e così via.
Ma cosa fare se i prezzi di BTP e titoli di Stato o corporate bond scendono sul mercato?
Perché crollano i prezzi dei titoli di Stato?
Ma perché scendono i prezzi (dei titoli a cedola fissa)? Semplice: per adeguarne i rendimenti alle attuali situazioni e/o percezioni di quanto verosimilmente accadrà in futuro. Oggi il mercato ha metabolizzato una serie di conclusioni.
Uno, ci attendono massicce emissioni sovrane per finanziare il riarmo comunitario, per cui l’offerta di titoli aumenterà vertiginosamente e si sommerà agli attuali, enormi debiti pubblici. Ciò sarà un pro per i creditori, ma un contro per i debitori che per attrarre i capitali dovranno offrire maggiori tassi. Poi ci sono i timori sui dazi americani e le possibili ritorsioni commerciali che alla fine porteranno solo aumenti dei prezzi (inflazione) e zero benefici per tutti.
Infine ecco l’annunciato fondo per le infrastrutture da 500 mld di € in 10 anni in Germania e il generale allentamento della politica fiscale in molti Stati, Francia e Italia incluse. Un tempo si viveva sotto lo spauracchio del Patto di Stabilità, i vincoli di bilancio, i parametri di Maastricht etc. Oggi invece gli stimoli all’economia sono una costante di tutti i Governi in molti Stati, anche per tenersi stretto l’elettorato, inutile mentire.
Domanda aggregata e masse monetarie si scaricano sui prezzi
Fatto sta che questi eventi renderanno rovente la domanda aggregata e quindi i prezzi saranno spinti al rialzo. In più aumenteranno i debiti sovrani e/o le masse monetarie nel circuito economico e quindi riecco l’inflazione. La BCE (povera BCE!) a quel punto sarà costretta a tamponare i danni generati dalle politiche fiscali rialzando i tassi, che faranno salire ancor di più i rendimenti dei bond.
In estrema sintesi è questo il copione di eventi che il mercato teme possa avverarsi, ma non sarebbe un film né una nostra cupa visione di parte. Basta ricordare quanta inflazione ha prodotto la valanga di bonus e di soldi dati a pioggia nell’era Covid per comprendere che non si tratta di suggestioni ma di anticipazioni.
Mondo era, mondo è e mondo sarà, o, per dirla alla Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Per cui il mercato ne prende atto e inizia a liquidare (sell) un po’ di titoli in portafoglio per avere risorse liquide tra le mani da reinvestire ai futuri tassi/rendimenti più vantaggiosi.
Tenere o vendere un’obbligazione in perdita?
In verità non esiste “la” risposta esatta e sempreverde, valida per tutte le possibili casistiche che si possano empiricamente verificare. Va valutata la singola circostanza e i singoli elementi che possono incidere sulla decisione finale. Vale a dire il prezzo di carico e quello attuale di mercato, la durata residua e la duration modificata del bond, le esigenze del risparmiatore e le possibili alternative, etc.
L’ideale sarebbe sempre quello di farsi seguire da un esperto in materia (ancora meglio se indipendente) onde evitare di prendere decisioni poco lucide. In genere chi ha comprato in emissione o intorno alla parità o al di sotto avrebbe convenienza a portare a termine l’investimento per riavere il nominale a scadenza, Certo poi bisogna capire quanto tempo manca effettivamente a quella data di rimborso.
Discorso molto più delicato e complesso, invece, per chi ha caricato quando i corsi dei bond erano alti e i rendimenti minimi.
Cosa fare se i prezzi di BTP e titoli di Stato o corporate bond scendono sul mercato?
Al quesito precedente si potrebbe provare a rispondere vedendo invece quali sono i bond che espongono a minori oscillazioni dei corsi sul mercato secondario.
Una prima soluzione potrebbe passare per la scelta di obbligazioni agganciate al costo della vita. Ad esempio i BTP Italia o i BTP€i o il buono indicizzato all’inflazione italiana proteggono anzitutto il capitale dal carovita, oltre a prevedere una cedola nominale annua.
In alternativa si potrebbero considerare i titoli a ridotta durata residua, ad esempio entro i 3-4 anni dalla data di rimborso. Minore è la duration e minore sono le oscillazioni dei corsi sul MOT. Inoltre l’attuale correzione ha innalzato i rendimenti anche sul tratto corto della yield curve, per cui non c’è bisogno di esporsi alle lunghe durate residue.
Facciamo un esempio per tutti. Il BTP con ISIN IT0005340929 paga il 2,80% nominale annuo e scade il 1° dicembre 2028 (3,74 anni residui). Venerdì 7 ha chiuso a 100,14 mentre il minimo del giorno precedente è stato a 99,82 centesimi. In pratica lo si può acquistare quasi alla pari.