La guida aggiornata al premio per il rischio azionario: definizione, formula, metodi di stima, valori per Stati Uniti e Italia e ruolo nel CAPM e nel costo del capitale
L’ERP (premio per il rischio azionario), o Equity Risk Premium, è uno dei numeri più influenti della finanza e uno dei meno compresi. Rappresenta la ricompensa richiesta dagli investitori per assumere il rischio associato agli investimenti nel mercato azionario rispetto a quelli privi di rischio: in parole semplici, il «di più» che si pretende per comprare azioni invece di accontentarsi di un titolo di Stato.
Sembra un concetto teorico, ma sta dietro a scelte molto concrete: dalla valutazione di una società quotata al calcolo del costo del capitale, fino al giudizio su quanto la Borsa stia pagando, oggi, il rischio. In questa guida vediamo cos’è in parole semplici, come si calcola, quanto vale nel 2026 e perché è decisivo per le decisioni di investimento.
In sintesi:
- l’ERP fornisce un parametro per calcolare il premio richiesto per investire in azioni rispetto a investimenti più sicuri;
- l’ERP si basa sulla logica «rischio-rendimento» ed è il prezzo che il mercato attribuisce all’incertezza;
- l’ERP è un input fondamentale in modelli finanziari come il Capital Asset Pricing Model (CAPM) e nel calcolo del WACC.
Cos’è l’ERP
L’ERP è il rendimento atteso richiesto in più per investire in un mercato rischioso.
L’ERP misura la differenza tra il rendimento atteso del mercato azionario e il rendimento di un investimento senza rischio (il cosiddetto tasso risk-free), tipicamente un titolo di Stato considerato benchmark.
Detto in modo ancora più diretto: è il prezzo dell’incertezza. Le azioni non promettono flussi certi, oscillano, possono attraversare crisi lunghe, e il loro rendimento dipende da utili futuri che nessuno può garantire. Il premio per il rischio azionario prova a tradurre tutto questo in un numero: quanto rendimento in più serve per rendere ragionevole il salto dal sicuro al rischioso.
Il valore dell’ERP dipende da diversi fattori: fluttuazioni dei mercati, aspettative di crescita, stabilità politica ed economica, inflazione e tassi di interesse. In periodi di maggiore incertezza l’ERP tende ad aumentare, perché gli investitori richiedono un premio più elevato per compensare il rischio aggiuntivo. Varia inoltre nel tempo, tra mercati nazionali e tra settori.
La formula base e un esempio
La rappresentazione più intuitiva è questa:
ERP = Rendimento atteso mercato azionario (Rm) - Tasso di rendimento privo di rischio (Rf)
Esempio con numeri illustrativi: se il mercato azionario fosse atteso rendere il 7% e il risk-free fosse il 3%, l’ERP sarebbe 4%. Quella differenza è il premio richiesto per sopportare volatilità, cicli economici e rischio di perdite.
Il punto delicato è proprio il «rendimento atteso»: non è un dato che si osserva in tempo reale come una quotazione. Si stima. E la stima cambia a seconda del metodo e del momento storico.
ERP storico, atteso e implicito: tre lettere, tre storie diverse
Qui nasce molta confusione.
- ERP storico: guarda al passato e calcola quanto in media le azioni hanno reso più dei titoli considerati sicuri su un lungo periodo. Dipende dal campione scelto (anni inclusi, Paese, uso di medie aritmetiche o geometriche). Aswath Damodaran, docente alla NYU Stern e autore dell’aggiornamento annuale più citato sul tema, contesta apertamente l’uso dei premi storici: sono retrospettivi, statisticamente rumorosi e si muovono nella direzione sbagliata, scendendo durante le crisi e salendo nelle fasi euforiche.
- ERP atteso (ex-ante): stima quale premio gli investitori si attendono da oggi in avanti. È quello che conta davvero quando si deve prendere una decisione. Rientra qui l’approccio delle stime prospettiche basate sul Dividend Growth Model, che individua un tasso atteso di crescita dei dividendi e un tasso di remunerazione coerente con il prezzo di mercato delle azioni. Le stime ottenute con questo metodo tendono a essere più elevate di quelle storiche.
- ERP implicito: parte dai prezzi attuali dell’indice e, usando ipotesi su crescita e flussi di cassa attesi (dividendi più buyback), ricava il tasso interno di rendimento delle azioni; sottratto il risk-free, si ottiene il premio che la Borsa sta scontando in quel momento. È model-agnostic e molto vicino al presente, ma sensibile alle ipotesi.
Esiste poi un quarto approccio, quello delle indagini di mercato, basato sulle opinioni di analisti e investitori. Le survey però non chiariscono le modalità di calcolo né la tipologia di obbligazioni considerate, e indagini diverse producono risultati molto distanti: sono meno volatili delle stime del Dividend Growth Model, ma poco affidabili come riferimento.
In sostanza, due analisti seri possono arrivare a numeri diversi senza che uno dei due stia sbagliando. L’importante è che le ipotesi siano dichiarate e coerenti.
Quanto vale l’ERP nel 2026
I numeri aiutano a capire l’ordine di grandezza.
Secondo i dati di Damodaran, l’ERP implicito degli Stati Uniti a inizio 2026 era del 4,23%, calcolato rispetto al rendimento del Treasury decennale. Nell’aggiornamento semestrale di luglio 2026 il premio per i mercati maturi è indicato al 4,17% e quello statunitense al 4,45%, con una tabella che copre 157 mercati e un moltiplicatore di volatilità azionaria pari a 1,5545, usato per convertire il rischio sovrano in rischio azionario. Il quadro segnalato è quello di un premio base in calo e di spread sovrani più stretti, non di un rischio Paese scomparso.
Per l’Italia, la stima di gennaio 2026 indica un premio per il rischio azionario totale del 6,7%, contro il 5,8% di Spagna e Portogallo e il 7,1% della Grecia: la differenza rispetto ai mercati maturi è il premio aggiuntivo legato al rischio Paese.
Per capire quanto conti l’ERP nelle valutazioni, basta un esercizio dello stesso Damodaran sull’S&P 500 a inizio 2026: con un premio del 2% l’indice risulterebbe sottovalutato di oltre il 50%, con un premio del 6% sopravvalutato di oltre il 40%. Un piccolo cambiamento nel premio sposta enormemente il valore teorico. Non per magia, ma per matematica.
Quale tasso privo di rischio si usa in Italia?
In teoria il risk-free è un rendimento certo. Nella pratica si usa il riferimento più vicino possibile a quell’idea. Per analisi in euro si guarda ai titoli governativi dell’area euro considerati benchmark, in primo luogo il Bund tedesco, oppure a strumenti coerenti con l’orizzonte temporale dell’analisi.
I livelli attuali rendono il tema tutt’altro che accademico. L’11 settembre 2026 il rendimento del BTP decennale era al 4,38% e quello del Bund al 3,49%, con uno spread intorno agli 87,5 punti base; il titolo tedesco ha toccato in seduta il 3,5%, massimo dal 2009. Sullo sfondo, il 10 settembre 2026 la BCE ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%, con effetto dal 16 settembre. È il secondo rialzo dell’anno, motivato dalle pressioni inflazionistiche: le proiezioni indicano un’inflazione media al 3% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, con crescita dell’area euro allo 0,9% quest’anno.
Quando l’analisi riguarda un’azienda italiana o flussi legati all’Italia entra un tema in più: il mercato può richiedere un premio ulteriore legato al rischio Paese. Non è l’ERP in senso stretto, ma nella pratica influenza il rendimento richiesto e quindi le valutazioni.
Perché l’ERP cambia nel tempo
L’ERP non è un numero scolpito nella pietra: segue la psicologia collettiva dei mercati e la realtà macroeconomica. Tra i motori principali:
- tassi di interesse: quando il risk-free sale, per restare competitive le azioni devono offrire prospettive migliori o valutazioni più basse;
- inflazione e crescita: più è difficile prevedere costi, margini e consumi, più il mercato pretende premio;
- volatilità: le fasi turbolente alzano l’avversione al rischio;
- qualità degli utili: utili solidi e leggibili riducono il premio richiesto, utili fragili o troppo ciclici fanno l’opposto;
- rischi geopolitici e normativi: quando aumentano le variabili non economiche, il mercato chiede margine di sicurezza.
Negli anni Venti, tra shock pandemico, tensioni geopolitiche e rialzo dei tassi dopo la fiammata inflazionistica, l’idea stessa di rendimento sicuro è cambiata più volte. E quando cambia il riferimento, cambia anche il premio richiesto per andare in azioni.
ERP, CAPM e costo del capitale
L’ERP è un ingrediente chiave del Capital Asset Pricing Model (CAPM), il modello più usato per stimare il rendimento richiesto dagli azionisti:
Rendimento richiesto = risk-free + beta × ERP
Il beta misura quanto un titolo tende a muoversi rispetto al mercato: più è sensibile ai cicli e alle oscillazioni, più il rendimento richiesto sale. Questo rendimento diventa poi la base per stimare il costo del capitale proprio e, insieme al costo del debito, il WACC (costo medio ponderato del capitale) usato nei modelli di valutazione a flussi di cassa scontati. Un ERP più alto alza i rendimenti richiesti e abbassa i valori degli asset, un ERP più basso fa l’opposto. Lo stesso premio entra inoltre nelle ipotesi di finanziamento dei fondi pensione e nelle scelte di risparmio di lungo periodo.
Come si interpreta: ERP alto o basso
L’ERP viene letto e utilizzato su quattro piani.
- Valutazione dei rendimenti: un ERP più elevato segnala un premio potenziale maggiore per chi investe in azioni, ma anche un rischio superiore; un ERP più basso indica premio e rischio ridotti.
- Valutazione del rischio: un premio alto indica che il mercato percepisce fluttuazioni e incertezze maggiori rispetto agli investimenti privi di rischio.
- Decisioni di asset allocation: un ERP alto può spingere a destinare una quota maggiore del portafoglio all’azionario, un ERP basso a orientarsi verso strumenti più sicuri.
- Valutazione dei mercati: un premio elevato può indicare un mercato sottovalutato o semplicemente più rischioso, un premio compresso può segnalare fiducia oppure compiacenza e valutazioni tirate.
La lettura giusta dipende sempre dal contesto. L’ERP non è una promessa di rendimento: è il prezzo che il mercato attribuisce al rischio in un dato momento. Va ricordato, peraltro, che nessuno degli approcci al premio per il rischio si è dimostrato affidabile nel prevedere il rendimento dell’anno successivo, e anche su orizzonti lunghi l’errore di previsione resta significativo.