Meta e Google sono responsabili della «dipendenza da social» secondo la corte statunitense. Una sentenza storica, importante per tutti.
Dagli Stati Uniti arriva una sentenza storica che potrebbe cambiare drasticamente il funzionamento delle piattaforme digitali più amate. Meta e Google sono state condannate dal tribunale di Los Angeles dopo la denuncia di una giovane cittadina per la “dipendenza da social” sviluppata negli anni. La vicenda tocca un tema molto attuale e largamente impattante sulla popolazione, ma ancora privo di strumenti di contenimento adeguati.
L’uso e soprattutto l’abuso dei social network sono fortemente problematici ad oggi perché sono spesso sottovalutati. Mentre le scienze provano a delineare con chiarezza limiti e conseguenze, la percezione del pericolo è a dir poco offuscata e anche dal punto di vista legale manca un impianto preciso. La sentenza americana, per quanto limitata al caso specifico, potrebbe davvero inserirsi in questo sentiero spoglio e contribuire a un cambiamento importante.
Cos’è la “dipendenza da social”
Non è un’iperbole, i social network possono causare difficoltà e disagi simili alle dipendenze più note. Non possiamo dire con certezza che sia una dipendenza a tutti gli effetti nel senso diagnostico, visto che gli studi stanno ancora approfondendo la questione, ma la letteratura scientifica prevalente la considera una forma di dipendenza comportamentale. Questo genere di dipendenze ha effetti e conseguenze molto simili alle dipendenze chimiche provocate dalle sostanze, come molto simili sono i meccanismi che innescano il problema.
Potrebbe sembrare un’esasperazione, ma scrollare sui social è un modo per evadere dalla realtà e ottenere un senso di soddisfazione immediato ma effimero, continuando a cercare la gratificazione piena senza successo. La differenza rispetto alle sostanze stupefacenti risiede più che altro nel fatto che le piattaforme digitali non sono necessariamente nocive, esistono giuste misure e modalità d’uso che non sono problematiche. Proprio come qualsiasi altra dipendenza o problema di salute mentale in generale, la dipendenza dai social network deve essere affrontata su più piani a livello collettivo.
Le misure di prevenzione e il supporto psicologico sono i pilastri fondamentali, come pure l’informazione, la sensibilizzazione e il monitoraggio dei minori da parte dei genitori. La legge rappresenta una soluzione complementare, per quanto importante. Prendendo come riferimento l’Italia, per esempio, abbiamo avvisi per le lotterie, i prodotti da tabacco e gli alcolici, mentre quella digitale è ancora una sfera piena di incertezze. Appare sensato, oltre che equo, ipotizzare un intervento per avvisare gli utenti ed evitare pratiche dannose responsabilizzando le piattaforme, purché nella consapevolezza che non sia sufficiente a risolvere il problema.
Perché la sentenza Usa cambia tutto
Non è certo una novità, i social network sono strutturati appositamente per indurre le persone a passarci più tempo possibile, sia per la base gettata dalle piattaforme che per l’operato degli utenti stessi. Non è necessariamente un male, anche perché tecniche con scopi affini sono presenti nella vita quotidiana di ogni persona che guarda la Tv, fa la spesa, legge il giornale… Serve però avere correttezza e mettere in guardia gli utenti dai possibili pericoli, cercando di evitare che si facciano travolgere dalla piattaforma sottovalutando i pericoli, soprattutto quando si tratta di tematiche particolarmente delicate.
La sentenza di Los Angeles riguarda infatti il mancato avvertimento dei pericoli per i minori, visto che la ricorrente (oggi ventenne) ha usato i prodotti molto precocemente, sviluppando gravi problemi. Secondo i giurati le piattaforme sono state negligenti perché non hanno messo in guardia gli utenti dai pericoli, usando nel frattempo strategie che possono incentivare la dipendenza. Algoritmi fin troppo funzionali, filtri dei contenuti inadeguati e il sistema di notifiche sono pensati appositamente per tenere gli utenti allo schermo, ma servono dei limiti a garanzia dei consumatori, specialmente quelli più fragili.
Visto il mancato avviso (e un’altra sentenza analoga di poco precedente) è ovvio che Meta e Google, al pari di altre piattaforme, possono essere giudicate responsabili delle dipendenze sviluppate con l’uso dei propri servizi ed essere chiamate a risarcire gli utenti. D’altra parte, servono regole più accurate, come molti Paesi (compresa l’Italia) cercano di sviluppare. Le piattaforme devono ricevere linee guida definite per informare gli utenti e salvaguardare i più giovani, atteso che per i minori la componente più importante resta quella educativa e di supporto, partendo dalle famiglie e dalle scuole.
La sentenza, sebbene in primo grado, apre un capitolo nuovo nei tribunali (e non solo). Ricorda che quanto avviene nel digitale ha un impatto non trascurabile sulla vita vera e che il web non è un mondo a parte senza responsabilità, ma soprattutto richiama all’attenzione i colossi tech. In fondo, qualcosa di simile è accaduto in passato con il tabacco e le sigarette.
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