Il coronavirus resta nell’aria? Cosa c’è di vero

Lo teorizza uno studio effettuato dallo statunitense National Institutes of Health, ma ci sono delle precisazioni da fare

Il coronavirus resta nell'aria? Cosa c'è di vero

È delle ultime ore la notizia che l’Organizzazione mondiale della sanità sta valutando una nuova serie di precauzioni che prendano in considerazione la dispersione del coronavirus nell’aria.

Le dichiarazioni in arrivo dall’OMS seguono la recente pubblicazione sul New England Journal of Medicine di uno studio effettuato dallo statunitense National Institutes of Health, che evidenzia la capacità del nuovo coronavirus di sopravvivere per diverse ore nelle particelle d’aria.

Più nello specifico, i ricercatori hanno evidenziato che il COVID-19 è rilevabile nell’aria per un massimo di tre ore. Anche alla luce di questo e altri simili esperimenti, la dottoressa Maria Van Kerkhove, a capo dell’Unità Malattie Emergenti dell’OMS, ha fatto delle dichiarazioni interpretabili come un allarme lanciato a indirizzo del settore sanitario:

“In una struttura dove si fornisce assistenza medica c’è la possibilità che queste particelle restino nell’aria un po’ più a lungo. È quindi molto importante che gli operatori sanitari prendano ulteriori precauzioni quando lavorano sui pazienti”.

Il coronavirus resta nell’aria? Cosa c’è di vero

Come universalmente confermato, la malattia si diffonde attraverso il contatto da uomo a uomo, tramite le cosiddette goccioline emesse e i germi lasciati sugli oggetti.

Il coronavirus ha quindi un’effettiva dispersione nell’aria, ma pesano sulla sua resistenza nella stessa diversi fattori, tra i quali calore e umidità.
Maria Van Kerkhove ha dichiarato di essere a conoscenza di numerosi studi che esaminano le diverse condizioni ambientali in cui il COVID-19 può persistere.

Tra questi rientra l’esperimento condotto dal National Institutes of Health, i cui risultati suggeriscono che “le persone possono contrarre il virus attraverso l’aria e dopo aver toccato oggetti contaminati”, così come annunciato dal dottor Neeltje van Doremalen, a capo dello studio.

In esame ci sono soprattutto elementi come l’umidità, la temperatura, l’illuminazione e le superfici circostanti l’area analizzata.

Tuttavia, come specificato anche dal direttore dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie Robert Redfield, si tratta di una valutazione che - per quanto proceda a un ritmo “aggressivo” - è tuttora in corso.

Le raccomandazioni al personale medico restano, per il momento, quelle che invitano ad indossare le maschere N95, perché filtrano circa il 95% di tutte le particelle disperse nell’aria.

Dall’altra parte il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha fatto luce sulla rapida escalation dei casi COVID-19 durante la scorsa settimana, invitando esplicitamente tutti i Paesi a moltiplicare i tamponi:

“Abbiamo un semplice messaggio per tutti i Paesi: test, test, test! Testare tutti i casi sospetti; se risultano positivi, isolarli e scoprire con chi sono stati in contatto a partire dalle 48 ore precedenti ai sintomi, quindi testare anche quelle persone”.

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