Coronavirus: dopo la pandemia niente sarà più come prima. Lo dice uno studio

La pandemia in corso a causa del coronavirus cambierà radicalmente le nostre abitudini. Ecco perché dobbiamo dire addio alla «normalità».

Coronavirus: dopo la pandemia niente sarà più come prima. Lo dice uno studio

Il cambiamento che stiamo già vivendo a causa della pandemia di coronavirus, è solo l’anticamera a una revisione, molto più radicale, delle nostre abitudini, una nuova normalità, che non avrà nulla a che fare con quella precedente.

A dirlo una ricerca pubblicata dalla MIT Technology Review, rivista della prestigiosa università di Boston, riportata per la prima volta da Milano Finanza.

Lo studio ha analizzato i possibili scenari a cui dovremo abituarci una volta che le misure restrittive in essere verranno allentate e in previsione di una lotta alla COVID-19 che potrebbe durare molto più di quanto non speriamo. Perché, con ogni probabilità, molto di ciò che fino a ieri ci è sembrato del tutto normale, non tornerà più.

Per fermare il coronavirus dovremo rinunciare alla “vecchia” normalità

Il direttore del MIT, Gordon Lichfield, firmatario della ricerca, ha sottolineato come le misure restrittive intraprese dall’Italia, siano le uniche possibili per contrastare la diffusione, mantenere in piedi il sistema sanitario e attendere un vaccino, nella speranza che nel frattempo si sviluppi e duri la tanto agognata “immunità di gregge”

Nello studio si legge che, per fermare il coronavirus, dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo. Si tratta delle nostre consuetudini basilari: dal lavoro alla socializzazione, dagli acquisti all’educazione dei figli, fino a come gestire la salute. Abituandoci al distanziamento sociale.

Fermo restando che tali limitazioni siano efficaci, rimane il fatto che non potranno verosimilmente essere applicate per periodi troppo lunghi. Soprattutto, perché non ci sono i presupposti per fare previsioni veritiere su quando il virus sarà debellato o sulla possibilità che si arresti per un periodo, salvo poi ripresentarsi.

Distanziamento sociale a “intermittenza”, antidoto alla COVID-19?

Ha presentato delle soluzioni plausibili uno studio inglese dell’Imperial College, che ha immaginato una “somministrazione” del distanziamento sociale a intermittenza, seguendo la curva dei ricoveri in terapia intensiva, dopo aver stabilito una soglia di allarme.

L’idea di base è che si allentino le misure restrittive, come scuole chiuse e divieto di uscite non necessarie, quando i ricoveri diminuiscono, e si riattivino immediatamente in caso di superamento della soglia. Anche perché, secondo lo studio, pur continuando a potenziare tutti i reparti di terapia intensiva, senza distanziamento sociale, le epidemie diffuse ricomincerebbero e la misura risulterebbe comunque inefficace.

Ovviamente, nessuno potrà più, ad esempio, andare in ufficio con sintomi influenzali. Tutte le persone con sintomi, o addirittura che vivono insieme a persone sintomatiche, dovrebbero comunque rimanere in casa.

Secondo lo studio, in tutti i casi, finché non sarà pronto il vaccino contro il coronavirus (minimo 18 mesi) il distanziamento sociale e la chiusura delle scuole dovrebbero essere imposti per almeno due terzi del tempo, con un mese di pausa ogni due. In questo modo, si dovrebbero diminuire i contatti sociali in media del 75%.

Lo studio spiega che sarebbero inefficaci anche misure ancor più draconiane, come imporre il distanziamento sociale per oltre cinque mesi o accettare la perdita di un numero maggiore di pazienti abbassando la soglia di allarme delle terapie intensive.

Un futuro incerto, ma ci adatteremo

Il futuro resta incerto, ma è plausibile che dovremo rinunciare ad un po’ di privacy. Probabilmente, verranno tracciati gli spostamenti, come già avviene in Israele, tramite il segnale del nostro smartphone, e dovremo misurare la temperatura tramite termo scanner per poter accedere alle strutture.

Ciò che preoccupa maggiormente sono le fasce più deboli, che potrebbero pagare il prezzo più alto, come i poveri o gli immigrati, i detenuti, ma anche tutte quelle attività che creano assembramenti, come cinema e ristoranti. I lavoratori precari, poi, che includeranno nuove categorie, come autisti, idraulici e così via.

In sostanza, ci aspettano cambiamenti dai quali non si tornerà più indietro e una lunga “stagione di adattamento”. Esploderanno i servizi digitali da remoto, dal lavoro all’istruzione, cambieranno i paradigmi della socialità e dei viaggi, si consumerà maggiormente da filiere locali e si vivrà di più all’aria aperta.

Intanto, anche i sistemi sanitari verranno rinforzati per sostenere eventuali epidemie future. La speranza, che tali previsioni possano essere smentite, resta comunque viva, anzi, si spera che lo stato attuale delle cose venga presto preso dai governi come un’opportunità per risolvere problemi finora rimandati: dalle ingiustizie sociali al climate change. Potrebbe essere davvero l’occasione giusta.

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