Conviene vendere un buono fruttifero postale e investire i soldi sul BTP Italia Sì 5 anni?

Stefano Vozza

15 Giugno 2026 - 14:44

A volte sì e a volte no, l’ottimizzazione del portafoglio passa anche per la scelta di vendere un prodotto e di spostare il capitale altrove

Conviene vendere un buono fruttifero postale e investire i soldi sul BTP Italia Sì 5 anni?

Sono ore di analisi per migliaia di risparmiatori retail che stanno valutando se aderire o no al BTP Italia Sì. Un discorso che vale sia per chi ha nuovi capitali da impegnare, quanto per chi ha già fatto delle scelte di cui ha dubbi o non è tanto convinto.
Ragioniamo di fantasia e consideriamo due strumenti di investimento di matrice e garanzia sovrana come i buoni e il neo bond legato all’inflazione. Tra i tanti, possibili dilemmi chiediamoci se convenga vendere un buono fruttifero postale per investire i soldi sul BTP Italia Sì 5 anni.

Buoni postali da un lato, e bond Italia Sì dall’altro, hanno elementi in comune ed altri che divergono significativamente. Le tre caratteristiche chiave in comune sono la natura sovrana dell’emittente, la garanzia sul capitale e il regime fiscale. Il risparmio postale lo lancia Cassa Depositi e Prestiti, una controllata MEF, e il BTP Italia Sì il Tesoro, un Dipartimento del MEF. Pertanto i due prodotti godono della garanzia dello Stato Italiano sul capitale confluito. La fiscalità di vantaggio è uguale sui due fronti a partire dalla trattenuta del 12,50% su interessi, plusvalenze e premio fedeltà (è del 26% sui Depositi Supersmart). Idem per l’imposta di bollo del 2X1.000 (sui buoni, nei casi e modi di Legge) e l’esenzione dalle imposte di successione. Infine l’esclusione dal calcolo del patrimonio mobiliare ISEE fino a 50mila € (per nucleo familiare) investiti in BTP, buoni e libretti.

Un altro aspetto che buoni e BTP Italia Sì condividono riguarda la liquidabilità dello strumento, sempre ammessa ma con delle peculiarità. CDP rimborsa a 100 il capitale nominale dei buoni sottoscritti, al netto di eventuali tasse e maggiorato di interessi netti riconosciuti. Sui BTP la certezza a 100 è solo a scadenza, mentre prima di allora il prezzo di compravendita lo fa il mercato.

Le divergenze significative tra BTP Italia Sì e buoni postali

La prima divergenza, quindi, riguarda il rischio di mercato, assente sul risparmio postale e presente sui bond. La seconda chiama in causa i costi di gestione, gravanti sui titoli del Tesoro ma non sui prodotti di casa CDP. Quest’ultimi, poi, non necessitano della profilatura Mifid, che è necessaria per poter acquistare bond, azioni, fondi, etc.

Arriviamo al capitolo guadagni, dove ci sono tre peculiarità che spiccano su tutte. Una attiene alla periodicità degli interessi, ogni 6 mesi sul neo BTP retail e solo all’atto del rimborso sui buoni. Per i prodotti del risparmio postale bisogna chiedere il riscatto del buono (totale o parziale a seconda dei casi) per poter incassare quanto fino ad allora maturato. Inoltre sui buoni gli interessi sono riconosciuti solo al termine degli step in cui è scissa la vita del prodotto di turno.

Prima di allora l’emittente non li riconosce, cioè si maturano ma non vengono riconosciuti. Infine abbiamo i rendimenti annui lordi a scadenza, solitamente più ricchi sui bond di Stato (idem per i rischi) rispetto a buoni fruttiferi pari durata.

Infine c’è il tema della durata dell’investimento, di 5 anni (dal 23/06/’26 al 23/06/’31) sul BTP Italia Sì e non sempre di 5 anni sui buoni. Anzi, al momento CDP non propone nessun titolo di durata quinquennale.

Quanto rendono il BTP Italia Sì e i buoni a medio termine?

Le future 10 cedole del BTP Italia Sì saranno composte da una parte fissa e una variabile. La prima sarà pari allo 0,8% lordo (1,60% annuo, da confermare a collocamento ultimato) del debito nominale sottoscritto. L’altra al tasso di crescita dell’inflazione nazionale nel semestre di riferimento, come certificato dall’ISTAT tramite l’Indice FOI (ex tabacchi). A scadenza arriverà infine il premio fedeltà dello 0,6%, riservato ai soli possessori dell’ISIN ‘speciale’ IT0005713539.

Facciamo degli esempi e immaginiamo un tasso di crescita dei prezzi medio annuo futuro pari allo 0,50%, l’1,00% e l’1,50%. Bene, sommando la parte fissa e quella variabile vuol dire che l’Italia Sì renderebbe, nell’ordine, il 2,10%, il 2,60% e il 3,10% medio annuo lordo.

Quando non conviene vendere il proprio buono fruttifero

Molti buoni emessi negli ultimi anni hanno rendimenti a scadenza non competitivi rispetto ai prodotti diretti concorrenti. Tuttavia, liquidarli solo perché “rendono poco” non è la scelta migliore. In certe circostanze lo switch potrebbe rivelarsi profittevole, mentre in altre potrebbe comportare la perdita di generosi interessi futuri. In genere i buoni di medio-lungo termine hanno tassi di tipo step-up come i BTP Valore, per cui quelli più ricchi della serie stanno nella parte finale della vita utile.

Ancora, l’analisi tra BTP Italia Sì e buono posseduto deve considerare anche il cumulo di interessi già maturati, anche se non riconosciuti e/o ancora incassati. Per cui se il termine di un dato step non è lontano nel tempo allora meglio non liquidarlo per non perdersi quanto finora maturato.
Fatte le premesse si intuisce dove, calcoli alla mano, non converrebbe il cambio:

  • buoni a medio-lungo termine acquistati da tempo. Essi sono progettati per premiare la fedeltà al titolo fino al termine con i tassi più alti nella parte finale del prodotto;
  • buoni con strutture step-up dove è prossima la chiusura del primo o primissimi step. Meglio prima incassare gli interessi di periodo e poi valutare il da farsi;
  • buoni a breve o medio termine prossimi al rimborso, per gli stessi motivi di cui sopra. Oltretutto in futuro arriveranno altre emissioni speciali dal MEF, per cui inutile farsi prendere dall’ansia di “perdere l’occasione”;
  • chi antepone la certezza assoluta del capitale a tutte le altre considerazioni. Il buono non espone al rischio di mercato prima del termine, i bond (tutti) sì.

Conviene vendere un buono fruttifero postale e investire i soldi sul BTP Italia Sì 5 anni?

Di converso, lo switch avrebbe più senso nel caso di buoni acquistati di recente per cui gli interessi maturati sono esigui. Oppure nel caso di buoni con notevole durata residua e si gradisce sovrappesare la componente obbligazionaria sovrana, peraltro a medio termine (5 anni). Alternativamente, nel caso di buoni in portafoglio dai rendimenti residui molto risicati. Infine, pensiamo a chi teme elevati tassi di inflazione futura e desidera anteporre la protezione del potere d’acquisto del capitale a tutte le altre valutazioni.

Più in generale, quindi, il confronto non andrebbe fatto tra i rendimenti teorici dei due prodotti perché sarebbe un’analisi fuorviante. Quanto, invece, sul confronto tra il valore attuale del buono in portafoglio e quello di chiusura del prossimo step.