Congedo parentale, questi dati sul lavoro delle donne mostrano il futuro dell’economia italiana

Elisa Lupo

9 Marzo 2026 - 14:51

I dati Inps mostrano che il congedo parentale è usato quasi solo dalle madri. Un divario che pesa su lavoro femminile, natalità e crescita economica del Paese.

Congedo parentale, questi dati sul lavoro delle donne mostrano il futuro dell’economia italiana

I dati pubblicati nei giorni scorsi da Inps con il Rendiconto di Genere 2025 mettono in luce la condizione delle donne nel mercato del lavoro e la situazione di svantaggio in cui si trovano sia durante la vita attiva che nel periodo di pensione. La permanenza delle donne nel mondo del lavoro è fortemente penalizzata dalla mancanza di servizi a supporto della famiglia.

Il dato che meglio rende questo fenomeno è il numero di giorni di congedo parentale utilizzati: nel 2024, le lavoratrici hanno utilizzato più di 15 milioni di giorni di congedo a fronte dei quasi 3 milioni di giorni utilizzati dai lavoratori.
Lo squilibrio è forte e alla base di queste scelte fatte dalle famiglie vi è il fatto che il congedo parentale è retribuito in maniera ridotta e, poiché le donne guadagnano in media il 25% in meno degli uomini, l’impatto della riduzione è minore sul bilancio familiare se ad utilizzare il congedo sono le madri.

Come sappiamo, qualche settimana fa la Commissione di Bilancio della Camera ha bocciato la proposta di legge delle opposizioni per un congedo paritario obbligatorio e retribuito al 100%. Le coperture economiche sono state ritenute insufficienti per varare una Manovra che di certo comporta, nell’immediato, costi importanti da sostenere.

Ma davvero questi costi sono decisamente superiori rispetto alle opportunità che una legge del genere potrebbero offrire al nostro Paese?

In molti Paesi europei è previsto un periodo di congedo retribuito al 100% sia per le madri che per i padri per permettere un miglior equilibrio nella distribuzione dei carichi familiari.
Anche nel nostro Paese alcune grandi aziende hanno aumentato i giorni di assenza retribuita che i padri possono utilizzare per occuparsi dei figli e questo ha avuto notevoli ricadute positive a livello familiare.

Le ricadute positive non sono solo a livello familiare ma anche sistemico e lo sanno bene i Paesi europei che hanno congedi più lunghi. La parità nella cura dei figli permette ad entrambi di partecipare attivamente al mondo del lavoro: l’incremento dell’occupazione femminile, infatti, ha effetti benefici sul PIL. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un +7,7% nel breve periodo, e fino al 23% in più nel lungo periodo con una piena partecipazione.

La distribuzione del carico di cura, infatti, permette di fare scelte professionali e di genitorialità più serene. Secondo quanto emerge dall’elaborazione Tortuga dei dati Eurostat, Paesi con un’occupazione femminile attorno al 75%, come Svezia, Islanda e Germania, hanno tassi di natalità in costante aumento; quelli che - come l’Italia - hanno un tasso di occupazione femminile inferiore al 60% registrano natalità in calo costante.

Incoraggiare l’occupazione femminile e mettere a disposizione dei genitori norme e infrastrutture a supporto, quindi, frenerebbe il decremento demografico a cui il nostro continente sta assistendo. Un trend preoccupante, perché senza nuovi nati diminuisce la forza lavoro - e quindi la produttività del Paese - e aumentano le difficoltà dell’Istituto nazionale di previdenza di assistere gli anziani in aumento (e con un’aspettativa di vita sempre più alta).

Non solo, dare a tutti i genitori le stesse opportunità favorisce la parità di genere e, nel lungo periodo, cambia l’approccio culturale riducendo gli stereotipi di genere.

È chiaro che allargare la durata dei congedi e aumentarne l’indennità ha dei costi da sostenere nell’immediato che però, nel lungo periodo, come abbiamo visto, hanno dei ritorni sociali ed economici importanti. Ma quanto un investimento sotto questo punto di vista potrebbe risultare un’opportunità di crescita per il nostro Paese?

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