Dopo lo scandalo finanziario e imprenditoriale di Parmalat, come va oggi il brand che ha fatto la storia dell’industria alimentare italiana?
Dopo il crac Parmalat del 2003, uno dei più gravi scandali finanziari nella storia d’Europa, l’azienda ha attraversato un lungo e complesso processo di risanamento, culminato in un completo cambio di proprietà.
Come va oggi il marchio che segnato la storia imprenditoriale italiana? Innanzitutto occorre precisare che nel 2019 Parmalat è stata delistata da Piazza Affari, diventando una controllata al 100% di Lactalis, con sede ancora a Collecchio (PR), ma ormai parte di un gruppo multinazionale.
È ancora un marchio presente in Italia, noto per latte, yogurt, panna e derivati, ma l’attività industriale prosegue sotto il controllo di Lactalis, senza più autonomia strategica significativa.
In numeri, Parmalat Italia ha chiuso il 2023 (anno di bilancio sepaarato) con 1,07 mld € di ricavi, EBITDA solido, ma utili in calo. Il Gruppo Lactalis (che oggi la ingloba) ha superato i 30 mld € di fatturato nel 2024, mantenendo crescita, investimenti e redditività operativa.
Dallo scandalo finanziario a oggi: come è sopravvissuta Parmalat alla valanga del crac.
Parmalat, rinascita di un’azienda da un crac epocale
Dopo anni di espansione nel mercato alimentare italiano ed estero, nel dicembre 2003 arriva la doccia fredda su Parmalat: la dichiarazione di un buco di 14 miliardi di euro, in gran parte dovuto a falsi in bilancio e conti offshore inesistenti è una tegola enorme su uno dei marchi più conosciuti e apprezzati in Italia.
L’incredibile e scandalosa scoperta è che il management, guidato da Calisto Tanzi, ha truccato per anni i bilanci, nascondendo debiti enormi. Tanzi verrà condannato a più di 18 anni di carcere per bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere e falso in bilancio.
Lo Stato italiano mette quindi Parmalat in amministrazione controllata e l’esperto Enrico Bondi viene nominato commissario straordinario con il compito di salvare e ristrutturare l’azienda. Numerose cause legali sono avviate per recuperare i soldi persi, soprattutto contro banche e revisori accusati di non aver vigilato.
Parmalat torna in Borsa nel 2005 con un’OPA riservata agli ex creditori, che divennero i nuovi azionisti. La struttura del gruppo, però, viene fortemente ridimensionata: vendite di asset, chiusure di filiali, e tagli per rimettere i conti in ordine. L’azienda genera di nuovo utili, ma rimane sotto stretta vigilanza legale e finanziaria.
Nel 2011, il gruppo francese Lactalis lancia un’OPA ostile su Parmalat, che alla fine va in porto. Oggi, il marchio italiano è in possesso al 100% dei francesi.
Lo storico brand è comunque ancora molto attivo e presente sul mercato italiano (e internazionale) con una vasta gamma di prodotti nel settore lattiero-caseario e delle bevande a lunga conservazione. Parmalat produce in vari stabilimenti italiani, tra cui: Collecchio (PR), sede storica e centro latte/panna, Zevio (VR), Catania, Ragusa, Roma, Parma per la produzione di latte, panna, mozzarelle, yogurt
Quanto fattura oggi Parmalat?
Parmalat è oggi un marchio forte nei settori latte, panna, yogurt, dessert e bevande vegetali, con una presenza consolidata nel banco frigo e negli scaffali a lunga conservazione. Attraverso Santal e Zymil, copre anche bevande e prodotti per intolleranti al lattosio.
Il brand, però, non pubblica più un bilancio separato dettagliato perché la società è controllata al 100% e integrata nel gruppo multinazionale.
Il Gruppo Lactalis (inclusa Parmalat) ha generato ricavi oltre i superano i 30,3 mld di euro nel 2024, +2,8% rispetto al 2023, con un Operativo Lordo (EBIT) di circa 1,4 mld di euro, +4,3%. L’Utile netto è stato di 359 milioni di euro, pari all’1,2% del fatturato (in calo rispetto ai 428 M€ del 2023, a causa di accordi fiscali in Francia).
Per quanto riguarda il futuro, l’impatto di nuovi investimenti sui siti Parmalat in Italia dovrebbero essere positivi. A Collecchio (PR) è previsto il potenziamento delle linee PET bianco, innovazione di prodotto e packaging sostenibile. AA Zevio (VR), Catania e Ragusa ci sono progetti di miglioramento energetico e nuove linee produttive (es. latticini, mozzarella). Gli stabilimenti siciliani sono stati individuati per favorire sostenibilità di filiera, efficienza e impatto economico locale.
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