Come sostituire il mercato Usa? La corsa contro il tempo delle aziende cinesi

Federico Giuliani

11 Maggio 2025 - 06:37

In attesa di risvegliare il mercato interno, affinare nuove strategie aziendali e dirottare l’export in mercati extra Usa, l’economia cinese deve fare i conti con un momento di apprensione.

Come sostituire il mercato Usa? La corsa contro il tempo delle aziende cinesi

Le aziende cinesi, soprattutto quelle manifatturiere e tessili, che alimentavano il loro business grazie all’esportazione dei propri prodotti negli Stati Uniti stanno cercando di riorganizzarsi dopo i mega dazi sul made in China imposti da Donald Trump.

È una corsa contro il tempo perché sostituire un mercato ricco e florido come quello statunitense non è certo un’impresa semplice.

La Casa Bianca ha imposto tariffe del 145% su tutti i beni provenienti dalla Cina e, di conseguenza, i produttori d’oltre Muraglia si stanno espandendo in tutto il mondo alla ricerca di nuove destinazioni nelle quali esportare i beni che avrebbero soddisfatto la domanda dei consumatori Usa.

Non sarà facile trovare alternative ai voraci consumatori americani. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale acquirente di beni esportati dalla Cina, con un valore di circa mezzo trilione di dollari in prodotti, pari a circa il 15% delle esportazioni cinesi” ha scritto il Wall Street Journal citando dati relativi al 2024.
Secondo le stime di Goldman Sachs all’ombra della Città Proibita sarebbero in gioco da 10 a 20 milioni di posti di lavoro collegati alla produzione di prodotti per i consumatori Usa. Ma in gioco, in realtà, c’è molto di più: la salute della seconda economia mondiale. Al momento Pechino ha fatto sapere di voler incrementare i consumi interni e sostenere i settori colpiti dai dazi doganali, mentre alcune aziende di e-commerce hanno annunciato iniziative per aiutare gli esportatori a passare al mercato locale. Il problema, per Xi Jinping, è che la domanda da parte di famiglie e imprese in Cina resta ancora debole...

Alla ricerca di nuove strategie

Secondo Allianz, Unione Europea, Regno Unito, Vietnam, Taiwan, Malesia, Indonesia, Messico, Singapore, Arabia Saudita e Nigeria sono i Paesi con maggiori probabilità di assorbire le esportazioni cinesi precedentemente destinate agli Stati Uniti. L’export del Dragone verso queste destinazioni potrebbe crescere di circa il 6% annuo nei prossimi tre anni.

In bilico troviamo il settore della manifattura ma anche i produttori di tessuti, fili, filati e altri materiali utilizzati per la produzione di abbigliamento. Ci sono diverse aziende cinesi che hanno iniziato a trasmettere in streaming, sul web, per reindirizzare i loro prodotti verso il mercato interno.

La società di e-commerce JD.com si è impegnata a stanziare 200 miliardi di yuan (27,22 miliardi di dollari) per acquistare prodotti cinesi originariamente destinati all’esportazione e trovare il modo di venderli in patria. Peccato che 27,22 miliardi di dollari rappresentino appena il 5% dei 524,66 miliardi di dollari di beni che la Cina ha esportato negli Stati Uniti lo scorso anno. “Alcune aziende ci hanno detto che, con dazi del 125%, il loro modello di business non è già più praticabile,” ha dichiarato Michael Hart, presidente della Camera di Commercio Americana in Cina.

Segnali preoccupanti

In attesa di risvegliare il mercato interno, affinare nuove strategie aziendali e dirottare l’export in mercati extra Usa, l’economia della Cina deve fare i conti con un momento di apprensione. La Cnn ha sottolineato i dati diffusi dall’Ufficio Nazionale di Statistica cinese: ad aprile l’attività manifatturiera di Pechino ha subito la contrazione più rapida degli ultimi 16 mesi. L’indice dei direttori degli acquisti (PMI) del settore manifatturiero è sceso a 49,0, il valore più basso da dicembre 2023: un dato inferiore a 50 segnala una contrazione.

I produttori cinesi hanno iniziato a risentire del peso di questi dazi elevatissimi, con l’intensificarsi delle cancellazioni degli ordini e dei tagli alla produzione, sollevando nuove preoccupazioni sulle prospettive di crescita del Dragone. Zhao Chenxin, vicepresidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, l’organismo di pianificazione statale cinese, ha dichiarato che il Paese dispone di «ampie riserve politiche» per rispondere alle esigenze economiche e che accelererà l’attuazione delle misure già definite.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha respinto le richieste di una tregua tariffaria negoziata con Washington, affermando che un atteggiamento accomodante di fronte alle minacce statunitensi non farà altro che «incoraggiare il bullo». Intanto il tempo stringe e le aziende del Dragone devono muoversi in fretta per evitare di restare schiacciate dai dazi Usa.