Negli ultimi anni si discute spesso della relazione tra investimenti obbligazionari e azionari.
Se consideriamo obbligazioni con scadenze medio-lunghe, negli ultimi due anni si è registrata una correlazione positiva. Nell’ultimo decennio, questa relazione è stata moderatamente positiva, simile a quella dell’oro.
Tuttavia, molti investitori, condizionati dalla cosiddetta «decade perduta» dei primi anni 2000, sono convinti che la correlazione debba essere negativa. Se analizziamo il periodo tra il 1960 e il 2000, invece, la correlazione era prevalentemente positiva. Quando si tratta di obbligazioni a breve termine, con scadenze inferiori ai 4-5 anni, la correlazione tende invece a essere neutra.
Questo dimostra che il concetto di correlazione assume sfumature diverse a seconda delle strategie di investimento adottate.
Prima di addentrarci nel tema, è essenziale comprendere cosa si intenda per correlazione e il motivo per cui è così rilevante nella costruzione di un portafoglio. La correlazione misura il rapporto tra due strumenti finanziari, indicando in che modo il movimento di uno influisce sull’altro.
Se entrambi si muovono nella stessa direzione, la correlazione è positiva; se si muovono in direzioni opposte, è negativa; se si muovono in modo indipendente, è nulla. Gli investitori tendono a ritenere che le obbligazioni di alta qualità, meno volatili delle azioni, possano agire da contrappeso nelle fasi turbolente del mercato azionario. L’idea diffusa è che, se le azioni vanno male, le obbligazioni dovrebbero performare bene o, nel peggiore dei casi, mantenere il loro valore.
Tuttavia, questa dinamica non è garantita. Le obbligazioni a breve termine (ad esempio con scadenza a uno o due anni) tendono effettivamente a comportarsi in modo opposto rispetto alle azioni. Ma per le obbligazioni con scadenze più lunghe, il discorso cambia.
Non è affatto scontato che un titolo obbligazionario a 10 o 15 anni si muova sempre in direzione opposta rispetto al mercato azionario. Molto dipende dal tipo di obbligazione e dallo scenario economico-finanziario di riferimento. Come accade spesso negli investimenti, a rendimenti più elevati corrispondono rischi maggiori. Di conseguenza, i prezzi delle obbligazioni possono talvolta muoversi nella stessa direzione delle azioni, riducendo i benefici della diversificazione.
Guardando agli ultimi decenni, notiamo che dal 1930 in poi l’indice S&P 500 e le obbligazioni decennali hanno registrato rendimenti positivi nello stesso anno per oltre il 60% del tempo. Anche i dati europei evidenziano dinamiche simili.
Un ulteriore aspetto da considerare è la variabilità della correlazione tra asset finanziari. Questa relazione non è statica: può avvicinarsi a +1, a -1 o oscillare attorno allo zero in diversi momenti storici. La diversificazione tra azioni e obbligazioni mostra i suoi reali vantaggi nei periodi di forte declino dei mercati. Dal 1928, solo in quattro occasioni entrambe le asset class hanno subito perdite simultanee negli Stati Uniti. Quando accade, gli investitori restano delusi, ma si tratta di eventi rari, sebbene non impossibili. Il mercato evolve costantemente e sfida le nostre convinzioni, ricordandoci che l’esperienza personale non è una verità assoluta.
Il principio della diversificazione suggerisce di non concentrare tutti gli investimenti su un solo asset, evitando inoltre che provengano dalla stessa tipologia di strumenti finanziari. La combinazione di obbligazioni e azioni ha storicamente rappresentato un equilibrio tra opportunità di crescita e mitigazione del rischio. Nel 2024, abbiamo assistito a una delle più alte correlazioni positive tra azioni e obbligazioni della storia. Guardando al passato, la correlazione positiva è stata più comune di quella negativa, specialmente durante periodi di inflazione elevata, come negli anni ’50, ’70 e ’90. Il valore massimo è stato raggiunto nel 1996, mantenendosi positivo fino ai primi anni 2000.
Ma possiamo prevedere come si comporterà la correlazione tra azioni e obbligazioni in futuro? Probabilmente no, e forse questa incertezza ha un impatto relativo sugli obiettivi finanziari a lungo termine. Cercare di anticipare il «regime» dei mercati equivale a speculare. Se l’intento non è la speculazione, non ha senso tentare previsioni continue e incrementare il rischio scegliendo un tipo di obbligazione piuttosto che un altro senza una strategia chiara.
Le opzioni disponibili sono numerose, ma la scelta deve essere coerente con gli obiettivi personali. Se un’obbligazione con scadenza a 15 anni offre un rendimento del 5% e siamo in pensione, potrebbe essere un investimento sensato, a patto di saper gestire imprevisti, inflazione e longevità. Se un titolo indicizzato all’inflazione con scadenza a 20 anni offre un rendimento reale del 2%, potrebbe essere una soluzione per preservare il potere d’acquisto nel tempo. Quando la correlazione tra asset è elevata, la diversificazione perde parte della sua efficacia. Inoltre, le scelte finanziarie dipendono dal momento della vita in cui vengono effettuate, influenzando la preferenza per scadenze lunghe o brevi, titoli indicizzati o a tasso fisso, ETF o obbligazioni singole.