Furti pari a 300.000 euro al Coin di Roma Termini. È scattata un’inchiesta per furto aggravato che vede coinvolte anche diverse Forze dell’Ordine.
Roma Termini è al centro di una maxi inchiesta per furto aggravato. Numerosi negozi presenti all’interno della stazione sono ora sotto la lente d’ingrandimento, per via di un sistema che comprendeva commessi e Forze dell’Ordine. La lista include brand importanti come Cioccolati Italiani, Jo Malone, Mango, Timberland e Napapijri.
Da quanto emerso fino ad ora, è stata creata negli ultimi mesi una vera e propria rete di relazioni all’interno della stazione, una sorta di circuito che vedeva coinvolti colleghi e membri terzi del centro commerciale.
I dettagli dell’inchiesta
L’inchiesta condotta dalla Procura di Roma ha portato alla luce un sistema rimasto fin qui nascosto. Non si tratta di furti casuali e occasionali, ma di un modus operandi architettato ad hoc all’interno del Coin di Roma Termini capace di coinvolgere decine di persone. Come detto, non solo ladri comuni ma commessi e Forze dell’Ordine.
Una sorta di rete criminale che, viste le posizioni, si era facilmente radicata all’interno della stazione. Come funzionava il tutto? Il meccanismo prevedeva la presa della merce dagli scaffali, per poi venire rivenduta a prezzo ridotto. Dai profumi agli accessori di lusso, passando per l’abbigliamento di marca e tanto altro.
Il numero di furti aveva raggiunto oltre il 10% del fatturato annuo totale. Ad aver fatto scattare l’allarme è stata anche la facilità con cui ogni step veniva portato a termine con successo, vista l’assenza dei controlli di sicurezza.
Come avvenivano i furti
Secondo quanto raccolto fin qui dalla Procura, Polizia e Carabinieri incaricati di sorvegliare la stazione di Roma Termini col tempo sono entrati all’interno di questo giro losco, chiudendo un occhio o addirittura agevolando le attività illecite. In cambio, ottenevano parte della refurtiva. Pare che, in alcune situazioni, addirittura la merce rubata veniva utilizzata per scambio o per scopi personali.
Per i Pubblici Ufficiali, l’accusa spazio dal peculato alla corruzione, fino alla ricettazione. Gli altri complici sarebbero dipendenti o ex dipendenti che conoscevano i punti in cui le telecamere di sicurezza non avevano visione, addetti alla sicurezza che omettevano i controlli, ricettatori che piazzavano la merce rubata sul mercato nero e molto altro.
Una volta aver preso la merce, durante la pausa o al termine del turno, decine di persone si presentavano alla stessa cassa del Coin: la numero 5 del reparto uomo. Qui c’era la “talpa”, che si occupava di nascondere la merce e di rimuovere le placche antitaccheggio. Da ciò che è emerso, c’è chi ha pagato qualche decina di euro per ottenere prodotti che ne valgono migliaia.
La donna alla cassa avrebbe incassato il denaro, per trattenerlo senza registrarlo e applicando sconti per arrivare alla sua quota. Le indagini andranno avanti nelle prossime settimane, ma già ora si parla di perdite pari ad almeno 300mila euro.
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