Claudia Conte su Money Talks. Dalla violenza sulle donne al disagio giovanile, fino agli attacchi subiti per il suo presunto legame con il Ministro Piantedosi.
C’è un filo sottile che ancora oggi accompagna molte storie di leadership femminile: quello del sospetto. Basta un’indiscrezione, un titolo, un commento fuori contesto per trasformare un percorso costruito nel tempo in qualcosa da ridimensionare. È quanto accaduto anche a Claudia Conte, ultimamente etichettata con superficialità e ridotta - nel dibattito mediatico e nei salotti romani - a un presunto legame con il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, come se questo bastasse a spiegare il suo percorso.
Una narrazione che dice molto più del contesto che la genera, che della persona coinvolta. Perché dietro queste ricostruzioni si nasconde un problema ancora attuale: quando si parla di donne e carriera, il merito fatica a restare al centro. Viene messo in secondo piano, oscurato da allusioni personali che finiscono per diventare una forma di delegittimazione.
Eppure, come emerge chiaramente anche nell’intervista realizzata per Money Talks , il percorso di Claudia Conte si muove tra impegno culturale, lavoro nei media e attività sociale, con una presenza costante nel dibattito pubblico. Un profilo che racconta molto più di quanto certi stereotipi lascino intendere.
A tal proposito, nel confronto abbiamo affrontato temi che vanno dal disagio giovanile alla violenza economica, passando per il ruolo della cultura e della comunicazione oggi, provando a spostare l’attenzione dove spesso manca: sui contenuti e, soprattutto, sulle idee.
Chi è Claudia Conte (e gli attacchi subiti)
Classe ‘92, giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv, Claudia Conte è una figura che si muove tra informazione, cultura e impegno sociale, con un percorso costruito nel tempo. Al centro del suo lavoro c’è l’idea di creare connessioni tra istituzioni, terzo settore e società civile, con uno sguardo rivolto ai temi dello sviluppo sostenibile e della responsabilità sociale.
Un impegno che si traduce anche nell’organizzazione e nella produzione di eventi insieme a istituzioni ed enti del terzo settore, oltre a un’attività editoriale che l’ha portata a pubblicare cinque libri, tra cui Dove nascono i silenzi, dedicato al disagio della Generazione Z. In più una carriera televisiva e radiofonica, tanto che attualmente conduce il programma “La mezz’ora legale” su Rai Radio Uno.
Nell’intervista emerge chiaramente questa impostazione:
“Mi piace creare un network anche coinvolgendo le istituzioni, dialogare di lavoro e anche con il sociale, quindi cercare di promuovere dei valori positivi.”
Accanto al percorso professionale, però, c’è anche un altro aspetto che racconta molto del contesto in cui si muove: quello degli attacchi personali. Conte parla apertamente di critiche e prese di posizione che, in alcuni casi, hanno superato il piano professionale per spostarsi su quello personale e reputazionale. Un passaggio che si collega a un tema più ampio, quello delle dinamiche di delegittimazione che colpiscono spesso le donne esposte mediaticamente. Non solo giudizi sul lavoro, ma anche attacchi sessisti legati all’immagine o alla vita privata, come lei stessa racconta:
“Assolutamente sì, continuamente… giudicare una donna per come si veste penso che sia un qualcosa assolutamente da condannare.”
Critiche che, nel suo racconto, non arrivano solo dall’esterno ma talvolta anche da altre donne, anche sue colleghe, rendendo il quadro ancora più complesso. Nonostante questo, Conte rivendica un percorso autonomo, basato su studio, lavoro e costruzione di relazioni professionali, respingendo l’idea che il successo possa essere ricondotto a fattori diversi dal merito.
Le battaglie di Claudia Conte
C’è un filo che attraversa tutto il percorso di Claudia Conte ed è quello dell’impegno sociale, portato avanti fuori dagli schemi e spesso anche controcorrente. Un lavoro continuo su temi che riguardano soprattutto i più giovani, l’educazione e il contrasto alle nuove forme di violenza.
Tra le battaglie più centrali c’è quella contro il disagio giovanile, che Conte osserva da vicino attraverso il lavoro nelle scuole. Un tema che, nel suo racconto, viene spesso semplificato ma che nasconde dinamiche molto più profonde:
“Io dico che i ragazzi più problematici spesso non sono stati ascoltati, che non sono stati accompagnati a crescere nel rispetto del prossimo.”
Una posizione che sposta il focus dalla colpa dei giovani alla responsabilità degli adulti e delle agenzie educative, indicando nella famiglia e nella scuola i primi luoghi in cui intervenire.
Accanto a questo, c’è l’impegno contro il bullismo e soprattutto contro la sua evoluzione digitale. Conte insiste molto sul ruolo dei social, non demonizzandoli ma chiedendo un uso più consapevole:
“Il web è considerato un luogo pericoloso, i maggiori reati sono il cyberbullismon e la pedopornografia.”
Un approccio che punta più sull’educazione che sulla proibizione, con l’idea di accompagnare i ragazzi nella comprensione degli strumenti che utilizzano ogni giorno.
Un altro tema centrale è quello della violenza sulle donne, in particolare nella sua forma meno visibile: quella economica. Un aspetto di cui si parla ancora poco ma che, secondo Conte, rappresenta una delle principali cause che impediscono alle donne di uscire da situazioni difficili:
“La violenza economica è una forma di controllo. Per rendere le donne libere serve indipendenza finanziaria.”
In questo senso, la sua battaglia si lega direttamente al tema della libertà e dell’autodeterminazione, con un messaggio chiaro: senza autonomia economica non può esserci reale possibilità di scelta.
Infine, c’è una linea trasversale che unisce tutti questi temi ed è quella culturale. Insiste, infatti, sulla necessità di costruire modelli diversi, soprattutto per le nuove generazioni, lavorando sul linguaggio, sui contenuti e sui riferimenti quotidiani:
“Non è tutto il male quello che c’è sulla rete. Ma serve educazione digitale.”
Un’impostazione che riporta il dibattito su un piano più ampio, dove le battaglie non sono isolate ma fanno parte di un percorso che intreccia informazione, educazione e responsabilità sociale.
Il legame con Piantedosi
Nel corso dell’intervista, a un certo punto il confronto si sposta su uno dei temi più discussi negli ultimi mesi, quello del presunto legame con il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La domanda arriva diretta, senza giri di parole:
“Si parla di una tua relazione col Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È vero o non è vero?”
Per un attimo cambia espressione: rimane spiazzata, nei suoi occhi si percepiscono insieme emozione e un po’ di imbarazzo, come quando una domanda tocca una sfera più personale. Poi si lascia andare a una risposta breve, essenziale:
“È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata.”
Subito dopo, però, senza approfondire e aggiungere dettagli, cambia completamente registro e riporta la conversazione su altri temi, chiudendo di fatto il capitolo personale.
Una scelta che non sembra essere casuale. È il modo con cui delimita un confine chiaro tra sfera privata e percorso professionale, evitando che l’una venga utilizzata per spiegare o ridurre l’altra. Ed è forse proprio in questo passaggio che si coglie uno degli elementi centrali della sua posizione: la volontà di non lasciare che la narrazione pubblica venga guidata da ciò che non riguarda il lavoro.
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