Non sono né occupati, né disoccupati; ma nemmeno studenti o alle prese con un percorso di formazione.
Sono semplicemente lavoratori potenziali, la zona grigia di chi sarebbe disponibile ad avere un impiego, anche se di fatto non lo sta cercando. È una condizione parecchio diffusa in Italia, nonostante i record positivi per il mercato del lavoro, con un tasso di occupazione del 62,9% nel primo trimestre 2025 (e del 62,5% nel secondo), ai livelli più alti di sempre.
Ma c’è un altro primato che non si può trascurare. Siamo di gran lunga il primo Paese in Europa per lavoratori potenziali: sono oltre due volte e mezzo al confronto con la Germania e più del triplo rispetto alla Francia.
Cosa dicono i dati
Secondo Eurostat, in Italia vivono infatti oltre 1,8 milioni di persone nella fascia d’età 20-64 anni disponibili a lavorare e che, tuttavia, non stanno attivamente cercando un’occupazione. Sono quindi senza lavoro e non risultano neanche come disoccupate: spesso si tratta di chi in passato era alla ricerca di un impiego e poi si è scoraggiato, oppure di persone che non possono lavorare per motivi personali o familiari, anche temporanei. Complessivamente, nei 27 Paesi dell’Unione Europea, sono poco più di 5 milioni i lavoratori potenziali: di conseguenza, oltre il 37% del totale è rappresentato dai lavoratori potenziali italiani.
Come anticipato, il primato è solido e nessun altro paese europeo si avvicina ai numeri dell’Italia. La Germania conta appena 693 mila persone che non lavorano e non sono alla ricerca di un impiego (e ha anche circa 26 milioni di abitanti in più rispetto all’Italia), la Spagna solo 678 mila, la Francia circa 553 mila. Se i numeri assoluti aiutano a capire le dimensioni del fenomeno fino a un certo punto, le percentuali sono inequivocabili. In Italia i lavoratori potenziali sono pari al 7,1% della forza lavoro estesa, ossia quella che comprende, oltre a occupati e disoccupati, anche i lavoratori part-time, chi cerca ma non è immediatamente disponibile a lavorare e i lavoratori potenziali. In Spagna sono il 2,8%, in Francia l’1,8%, in Germania appena l’1,6%.
Perché molte persone rinunciano a lavorare?
I buoni risultati raggiunti sul fronte occupazione possono quindi risultare un po’ meno esaltanti se si considera questo bacino così ampio di persone al di fuori della forza lavoro vera e propria. I motivi del fenomeno, sicuramente complesso, sono vari: non esiste un’unica spiegazione per la quale c’è chi un lavoro nemmeno lo cerca. Al di là della retribuzione, che comprensibilmente è una delle leve principali e più gradite ai potenziali lavoratori, gli aspetti da valutare sono molteplici. A partire, per esempio, dalle modalità organizzative con le quali si svolge il lavoro. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, la possibilità di lavorare da casa, tramite il cosiddetto smart working, ha favorito un rilevante aumento dell’occupazione tra il 2019 e il 2023, specialmente per le donne nella fascia d’età 25-49 anni.
Ma la questione è più profonda. Stando al recente report “State of the Global Workplace 2025” pubblicato da Gallup, in Italia appena il 6% degli occupati italiani si sente attivamente coinvolto sul lavoro, ai livelli più bassi d’Europa: nella maggior parte dei casi risultiamo un popolo di lavoratori svogliati e disimpegnati, che perlopiù timbrano il cartellino senza condividere fino in fondo gli obiettivi aziendali.