Buste paga dei dipendenti pubblici, tasse al 15% su premi e indennità. Chi ci guadagna e quanto

Simone Micocci

28 Settembre 2026 - 14:22

Dipendenti pubblici, tasse al 15% su premi e indennità: a chi spetta lo sconto nel 2026 e quali sono i limiti spiegato dall’Agenzia delle Entrate.

Buste paga dei dipendenti pubblici, tasse al 15% su premi e indennità. Chi ci guadagna e quanto

In questi giorni l’Agenzia delle Entrate è tornata su un argomento che interessa da vicino i dipendenti pubblici: lo “sconto” fiscale su premi e indennità in busta paga, per i quali la legge di Bilancio 2026 ha previsto, entro determinati limiti, una tassazione agevolata al 15%, sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali.

In particolare, con la risposta all’interpello n. 173 del 15 settembre 2026, l’Agenzia ha chiarito quale anno bisogna considerare per verificare il rispetto del limite di 50.000 euro di reddito da lavoro dipendente richiesto per beneficiare dell’agevolazione. Il riferimento, come vedremo più approfonditamente di seguito, è al 2026, ossia allo stesso anno in cui viene riconosciuto lo sconto. Confermato anche un altro aspetto: gli 800 euro di compensi sui quali si può applicare l’imposta ridotta rappresentano un limite complessivo annuo.

Questa risposta offre quindi lo spunto per spiegare, attraverso una guida dettagliata, come funziona questa agevolazione e su quali voci della busta paga si applica. Anche perché, per capire quanto può aumentare lo stipendio netto, bisogna tenere conto tanto dei requisiti richiesti quanto dell’importo dei compensi ammessi al beneficio.

Ecco tutto quello che c’è da sapere sulla tassazione al 15% per i dipendenti pubblici, da chi ne ha diritto al risparmio che può ottenere.

Quali sono premi e indennità sui quali spetta l’agevolazione

Come noto, nel 2026 l’Irpef viene calcolata applicando tre diverse aliquote: il 23% sulla parte di reddito fino a 28.000 euro, il 33% sulla quota compresa tra 28.000 e 50.000 euro e il 43% su quella che supera i 50.000 euro.

Questo meccanismo riguarda i redditi soggetti a tassazione ordinaria, mentre per alcune somme sono previsti regimi specifici. Una di queste eccezioni interessa il personale non dirigente delle pubbliche amministrazioni, compreso quello in regime di diritto pubblico.

Per il solo 2026, infatti, la legge di Bilancio riconosce una flat tax del 15% sul trattamento economico accessorio, comprese le indennità di natura fissa e continuativa. L’imposta sostituisce sia l’Irpef che le addizionali regionali e comunali, entro il limite di 800 euro annui di compensi agevolabili e a condizione che il reddito da lavoro dipendente del 2026 non superi i 50.000 euro.

Restano esclusi i dirigenti e il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia che già beneficia della specifica agevolazione fiscale prevista dall’articolo 45, comma 2, del decreto legislativo n. 95 del 2017. Per il personale non dirigente del Servizio sanitario nazionale, invece, lo sconto può aggiungersi alle specifiche agevolazioni richiamate dalla legge per il settore.

Ma quali sono, di fatto, i premi e le indennità interessati? Il riferimento è alle componenti accessorie della retribuzione, la cui denominazione e disciplina possono cambiare a seconda del comparto e del contratto applicato. Nel dettaglio, tra le tipologie da considerare ci sono:

  • i premi collegati alla performance individuale e organizzativa, riconosciuti in relazione alla valutazione del dipendente e ai risultati raggiunti;
  • le indennità di turno e di reperibilità, legate alle modalità con cui viene organizzato il servizio;
  • le indennità per condizioni di lavoro disagiate o rischiose, quando previste dalla disciplina applicabile;
  • le indennità per particolari responsabilità o incarichi, attribuite in relazione alle funzioni effettivamente svolte.

Anche i compensi per lavoro straordinario possono rientrare nell’agevolazione.

La previsione relativa alle indennità fisse e continuative chiarisce inoltre che una voce può essere agevolabile anche quando viene pagata regolarmente ogni mese, purché appartenga al trattamento accessorio.

Su questo punto bisogna però tenere presente una precisazione contenuta nell’interpello in oggetto: spetta all’amministrazione datrice di lavoro verificare quali singoli compensi siano riconducibili al trattamento accessorio.

A riguardo, l’Agenzia delle Entrate non fornisce un elenco di voci automaticamente agevolabili per tutti i dipendenti pubblici. Gli esempi vanno quindi letti alla luce della disciplina del proprio rapporto di lavoro, mentre lo stipendio tabellare continua a seguire la tassazione ordinaria.

I limiti di reddito per la tassazione agevolata

Alla luce del chiarimento dell’Agenzia delle Entrate, possiamo rispondere alla domanda su quale reddito bisogna considerare per verificare il diritto alla tassazione agevolata.

Il riferimento è al reddito da lavoro dipendente percepito nel 2026, ossia nello stesso anno in cui si applica l’imposta sostitutiva del 15%.

Il dubbio nasce dal fatto che la legge di Bilancio fissa una soglia di 50.000 euro, senza indicare espressamente il periodo d’imposta da prendere in considerazione, obbligando pertanto l’Agenzia delle Entrate a intervenire con l’interpello n. 173/2026, chiarendo che il requisito deve essere verificato sul 2026.

La soglia riguarda esclusivamente il reddito individuale da lavoro dipendente e comprende anche chi raggiunge esattamente i 50.000 euro. Questo significa, ad esempio, che un dipendente pubblico con un reddito da lavoro dipendente di 48.000 euro nel 2025, salito a 51.000 euro nel 2026, non soddisfa il requisito per accedere allo sconto. Viceversa, chi passa da 52.000 euro nel 2025 a 49.000 euro nel 2026 può beneficiarne, purché rispetti anche le altre condizioni previste.

La verifica sul reddito dell’anno in corso comporta inoltre la possibilità di un conguaglio: se il datore di lavoro applica la tassazione ridotta durante l’anno, ma il reddito definitivo supera i 50.000 euro, il vantaggio fiscale riconosciuto senza averne diritto deve essere recuperato.

Quanto si risparmia?

Il risparmio dipende dall’importo dei compensi agevolabili e dall’aliquota Irpef che verrebbe normalmente applicata. Il passaggio dal 23% al 15% comporta una riduzione di 8 punti percentuali, mentre per le somme che ricadrebbero nello scaglione del 33% la differenza sale a ben 18 punti.

Facciamo qualche esempio, considerando importi già determinati ai fini fiscali, quindi al netto dei contributi previdenziali obbligatori a carico del lavoratore. Per il momento, per un fattore di semplicità, confrontiamo soltanto le aliquote, senza considerare addizionali ed eventuali effetti sulle detrazioni.

Un dipendente che percepisce 800 euro di compensi accessori agevolabili, interamente collocati nello scaglione del 23%, pagherebbe su questa somma 184 euro di Irpef lorda. Con la tassazione al 15%, invece, l’imposta scende a 120 euro: la differenza è di 64 euro.

Se gli stessi 800 euro fossero ordinariamente tassati al 33%, l’Irpef lorda sarebbe di 264 euro. Applicando l’imposta sostitutiva si pagano sempre 120 euro, con un risparmio sulle aliquote che sale a 144 euro.

A tal proposito, ecco una tabella che permette di confrontare questi casi anche con un importo inferiore di compensi.

Compensi annui agevolabili, in termini di imponibile fiscaleAliquota ordinaria sulla sommaIrpef lorda ordinariaImposta sostitutiva al 15%Risparmio sulle aliquote
400 euro 23% 92 euro 60 euro 32 euro
400 euro 33% 132 euro 60 euro 72 euro
800 euro 23% 184 euro 120 euro 64 euro
800 euro 33% 264 euro 120 euro 144 euro

A queste differenze si aggiunge il risparmio sulle addizionali regionali e comunali, anch’esse sostituite dall’imposta del 15%. Ipotizzando, per esempio, che sulla quota di 800 euro si applichino addizionali complessive del 3%, il vantaggio aumenta di altri 24 euro: negli esempi precedenti si arriva quindi rispettivamente a 88 e 168 euro, prima di considerare gli eventuali effetti sulle detrazioni.