Buffett ha venduto il 31% del portafoglio. Cosa sa che tu non sai ancora?

Tommaso Scarpellini

11 Maggio 2026 - 17:29

Warren Buffett avrebbe venduto il 31% del portafoglio di Berkshire Hathaway, accumulando $397 miliardi in liquidità investita in T-Bill al 5%. Cosa significa davvero?

Buffett ha venduto il 31% del portafoglio. Cosa sa che tu non sai ancora?

Warren Buffett ha liquidato il 31% del portafoglio. Berkshire Hathaway siede oggi su una riserva di liquidità da $397 miliardi, il massimo assoluto nella storia dell’azienda. Cosa starebbe prezzando il mercato che l’oracolo di Omaha avrebbe già scontato?

Quella di Berkshire Hathaway non sarebbe una mossa improvvisa nata da un colpo di testa. Dietro ci sarebbero otto trimestri consecutivi in cui le vendite nette avrebbero sistematicamente sovrastato gli acquisti, un arco temporale abbastanza lungo da rendere difficile parlare di tatticismo di breve periodo. Il pattern sarebbe coerente, metodico, quasi chirurgico.

Il cuore della dismissione riguarderebbe Apple. Circa il 75% della posizione sarebbe stato ceduto negli ultimi due anni, un’uscita progressiva da un titolo che lo stesso Buffett aveva definito pubblicamente «il miglior business che conosca». La domanda lecita sarebbe: cosa sarebbe cambiato? La risposta più plausibile non starebbe nella qualità del business, che rimarrebbe eccellente, ma nella sua valutazione. Apple sarebbe passata da multipli di 10-15 volte gli utili a oltre 30 volte. Quando il prezzo pagato incorpora già tutta la perfezione futura, anche il miglior titolo al mondo diventerebbe una scommessa.

Il termometro del mercato che Buffett guarderebbe

Parallelamente alle vendite di Apple, Berkshire avrebbe ridotto significativamente l’esposizione su Bank of America e sugli ETF legati all’S&P 500. Il denominatore comune sarebbe uno: valutazioni che avrebbero smesso di riflettere la realtà economica sottostante.

Il cosiddetto Buffett Indicator, ovvero il rapporto tra la capitalizzazione di mercato aggregata degli Stati Uniti e il PIL americano, si attesterebbe oggi intorno al 230%. Sarebbe una soglia che lo stesso Buffett avrebbe storicamente descritto come «giocare con il fuoco», ben oltre quel 200% già considerato territorio di rischio elevato. Non esisterebbe un indicatore perfetto, ma quando l’inventore di uno strumento di misurazione decide di alleggerire massicciamente il proprio portafoglio proprio mentre quell’indicatore lampeggia rosso, converrebbe almeno alzare un sopracciglio.

La liquidità non sarebbe parcheggiata: starebbe lavorando

Uno degli equivoci più diffusi riguarderebbe la natura della riserva accumulata. Quei $397 miliardi non starebbero fermi su un conto corrente a rendimento zero. Sarebbero prevalentemente investiti in T-Bill a breve termine, con rendimenti che si aggirerebbero intorno al 5% annuo. Una posizione che, da un lato, genererebbe flusso di cassa e, dall’altro, preserverebbe la flessibilità necessaria per le cosiddette «elephant acquisitions», quelle acquisizioni di scala enorme che Berkshire ha storicamente effettuato nei momenti di stress del mercato.

La logica sarebbe quella del cacciatore paziente: non inseguire le prede quando il bosco è affollato e i prezzi sono alti, ma attendere il momento in cui le valutazioni tornino su livelli storicamente più coerenti con i fondamentali. Con quasi $400 miliardi disponibili, Berkshire avrebbe la capacità concreta di muoversi in modo decisivo quando quella finestra si aprisse.

Il fattore generazionale che in pochi considererebbero

Ci sarebbe un elemento ulteriore che meriterebbe attenzione e che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico: la dimensione generazionale. La transizione verso il nuovo CEO Greg Abel comporterebbe naturalmente un riassetto del portafoglio. Molte delle posizioni storiche di Berkshire sarebbero state costruite su logiche e orizzonti temporali propri dell’era Buffett, con un orizzonte multigenerazionale e una tolleranza alla concentrazione che pochi investitori istituzionali si potrebbero permettere.

Il passaggio di consegne renderebbe razionale alleggerire posizioni nate da convinzioni profondamente personali, per lasciare al successore una struttura più flessibile e meno dipendente da scelte del passato. Non sarebbe una capitolazione sui fondamentali, ma un normale processo di transizione manageriale in una delle più grandi macchine di allocazione del capitale della storia.

In sostanza?

Osservare Berkshire Hathaway sarebbe utile per affinare il proprio approccio analitico, non per replicarne le mosse in modo meccanico. Buffett opera sotto vincoli strutturali che nessun investitore retail condividerebbe: con $400 miliardi da muovere, il numero di aziende abbastanza grandi da giustificare un ingresso significativo si conterebbe letteralmente sulle dita di due mani. Chi investe capitali più contenuti avrebbe accesso a un universo di opportunità enormemente più ricco e variegato.

Detto questo, il segnale di fondo meriterebbe attenzione. I mercati con valutazioni storicamente compresse rispetto ai fondamentali economici tenderebbero, nel tempo, a trovare equilibri più razionali. Posizionarsi con consapevolezza vorrebbe dire revisionare le proprie posizioni, valutare se i multipli pagati riflettano ancora valore reale, e mantenere una quota liquida che permetta di agire con decisione durante le correzioni. Sarebbe una disciplina prudente, indipendentemente da quello che chiunque altro stia facendo.