Tra Giorgia Meloni e le gerarchie vaticane il tentativo di entente cordiale tentato dalla premier nei primi mesi di governo e la fase di reciproca “luna di miele” sembra essere giunta al termine. E il combinato disposto tra sinodo, crisi migratoria e posizionamento dell’Italia nella guerra tra Israele e Palestina pare aver convinto le grandi gerarchie episcopali italiane e i vertici vaticani di una divergenza politica crescente rispetto all’era dei governi precedenti. A titolo diverso, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi hanno ottenuto un cappello di legittimazione dall’Oltretevere. Con Meloni il fatto è diverso. Fatta salva una relazione cordiale e consolidata tra la premier e Papa Francesco, però, i rapporti politici sono ad alta tensione.
Da dove nasce la divergenza
C’entrano molti fattori. Il derby a destra tra la Lega e Fratelli d’Italia spinge l’esecutivo a dibattere sulle misure-bandiera su temi come sicurezza e immigrazione. Le scelte economiche del governo, distanziandosi dalla visione tipica del cristianesimo sociale (ma anche della destra sociale) hanno promosso misure di compressione del welfare che enti come la Conferenza Episcopale Italiana aveva negli anni promosso. Sul fronte internazionale, l’atlantismo e l’occidentalismo di Meloni non si conciliano bene con l’ecumenismo cattolico. La Chiesa, poi, è in campagna elettorale permanente perché le condizioni di salute precarie del Papa lasciano pensare che nei prossimi anni un nuovo conclave possa essere plausibile e smarcarsi da un governo ritenuto conservatore può favorire politicamente quei candidati che ambiscono al soglio pontificio e vogliono presentarsi campioni dell’ala più progressista di Santa Romana Chiesa.
Si può provare ad unire i puntini per delineare le tappe di un distacco graduale dal punto di massima convergenza tra Meloni e la Chiesa, ritrovatosi il 12 maggio scorso con gli Stati Generali della Natalità all’Auditorium della Conciliazione di Roma.. Già il giorno successivo, la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Roma mostrò le divergenze in politica internazionale tra i due sistemi di potere romani, con la Chiesa che non ha ben digerito i proclami guerreschi dell’esecutivo italiano in una fase in cui il Papa aveva nominato il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi inviato speciale per la mediazione. Il cardinale e arcivescovo di Bologna, esponente della Chiesa vicino alla Comunità di Sant’Egidio, è stato poi tra i critici più espliciti del governo in occasione del recente accordo con l’Albania sui migranti.
Come ha riportato Matteo Matzuzzi su Il Foglio, infatti, Zuppi ha detto che la scelta di creare hub in Albania decreta l’ammissione di “non essere in grado” di gestire la questione migratoria. “Fino a oggi, infatti, vigeva una sorta di generale benevolenza, senza attriti evidenti anche quando dichiarazioni e proposte di alcuni membri dell’attuale maggioranza non apparivano in sintonia con i programmi e i desiderata della Cei”, ha scritto. “E non essendo più l’episcopato della stagione ruiniana, non sarebbero mancate le occasioni per incidenti o tensioni palesi. Invece, niente di tutto questo”.
Tutti gli screzi Cei-governo
In precedenza il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, aveva criticato la scelta di istituire i Cpr sul suolo italiano promossa dal governo. E di recente la promozione del rapporto della Caritas sulla povertà ha mostrato una situazione drammatica che vede 5,6 milioni di persone, in Italia, vicine all’esclusione sociale, in netto aumento sul 2022, in un contesto che ha visto la Cei sottolineare in forma velata come la ristrutturazione del welfare voluta da Meloni, la cancellazione del reddito di cittadinanza e l’aumento del numero di working poors possa aver contribuito, in parte, a peggiorare un quadro già strutturalmente complicato.
Il timore di settori della Chiesa è che si ripeta quanto già avvenuto nel 2018-2019, quando in particolare la Lega di Matteo Salvini divenne un perno politico vicino a un sistema di cristianesimo occidentalista, all’americana, protestantizzato e fondato sulle battaglie identitarie e culturali sulla scia della crescente ondata sovranista in campo in tutte le democrazie avanzate. Allora il regista della culture war era Steve Bannon, oggi invece si assiste a un revival delle tensioni con le elezioni europee e quelle americane alle porte in cui, dall’ambientalismo ai diritti sociali, dall’accoglienza al tema del futuro dei diritti sociali e civili, le destre usano la retorica cristiana per presentarsi come portatrici di una visione “sana” della società. Lo abbiamo visto di recente in Argentina, dove Javier Milei è stato eletto sulla base di una visione libertaria in economia sovrapposta a un piano sociale intriso di di cristianesimo popolare fondato unicamente sulle battaglie conservatrici, in solo apparente contraddizione con la prima parte della sua visione del mondo.
Una rottura non conviene a nessuno
La Chiesa, che da anni vuole essere istituzione emancipatrice ed aperta, è da anni bersaglio degli strali di molti tribuni e non vuole che in Italia si apra nuovamente un fronte come quello che nel 2019 contrappose Salvini alla Cei, con Conte, premier del tempo, chiamato a mediare e ricucire. Al rapporto personale tra Meloni e il Papa e ai pontieri di entrambe le parti è affidata la mediazione politica. Attacchi di settori della destra vicini al mondo catto-conservatore come quelli de La Verità, che ha rivelato presunti legami tra la Cei e l’attivista pro-immigrazione Luca Casarini sono indicatori di questo stato di cose. Si nota una differenza di stile, in quest’ottica, tra Palazzo Chigi e la sua maggioranza. Partiti come la Lega spingono sull’idea di fare chiarezza su casi di questo tipo. Meloni, più cauta, mira a cucire e a evitare strappi. Come del resto è intenzione di Zuppi, che non ha interesse a un braccio di ferro.
L’asse privilegiato tra Meloni e don Maurizio Patricello, parroco di Caivano, sul tema della gestione dei territori del napoletano ostaggio di degrado e clan mostra l’esistenza di spazi di dialogo e confronto. Quel che è certo è che a Roma Palazzo Chigi e Palazzo Apostolico difficilmente saranno, politicamente, una cosa sola. Ai settori di vertice della Chiesa il compito di non apparire come una forza “oppositiva”, che ridurrebbe il loro potenziale di influenza sociale. Al governo e Meloni quello di non farsi cavalcare dal mito delle culture war contro la stessa impostazione della Chiesa di Francesco. Una postura che appare strumentale a logiche di oltre Atlantico, come quelle che spingono gli arrembanti Repubblicani Usa, più che a visioni nazionali. E che può causare ulteriori rotture. Mentre al contrario l’allarme sociale che su povertà, disagio e esclusione che la presenza capillare della Chiesa rivela può, in sostanza, aiutare anche l’agenda di governo a ottimizzare le sue risposte ai problemi del Paese.