Bonus 110%: il pasticcio del doppio deficit

Guido Salerno Aletta

30/04/2024

Nel 2022 le spese della PA sono state aumentate di un importo mai erogato per cassa, e dunque fittizio, pari a 11,5 miliardi di euro.

Bonus 110%: il pasticcio del doppio deficit

Se ne sentono di tutti i colori:
E’ un disastro per le finanze pubbliche!
Il deficit galoppa incontrollato!
E’ stata la più grande patrimoniale al contrario che l’Italia abbia mai dovuto sopportare!
Ci sono truffe su truffe!
I ricchi che rubano ai poveri!

E’ scontato: quando si fa politica, ogni occasione è buona per fare polemica. Che ci si trovi all’opposizione, oppure al governo non fa alcuna differenza: tanto, la colpa è sempre del governo precedente.
In questo caso, la colpa sarebbe del Governo Conte, che con il decreto rilancio ha ampliato le forme di agevolazioni per gli interventi in campo edilizio, il famoso 110%, ma anche del Governo Draghi, e forse anche di quello attuale che non è in carica da appena una settimana.
Andiamo al sodo della questione.

Il meccanismo agevolativo prevede che colui che effettua determinati lavori edilizi ha diritto ad un credito di imposta pari al 110% di questo importo. La questione è identica per il bonus facciate, col credito di imposta al 70%.
Se costui, per un qualsiasi motivo, non vuole pagare questa somma ed attendere di dedurla dalle imposte dovute nei cinque anni, può chiedere un corrispondente sconto in fattura alla ditta che fa i lavori ovvero cedere, d’intesa con questa, ad un terzo il credito di imposta.
Il cessionario potrà spalmare questo credito di imposta sempre su cinque anni, ma anche operando una compensazione fiscale sugli oneri previdenziali dovuti.

La questione che si pone è la seguente: come va calcolato l’impatto sulle finanze pubbliche di questo meccanismo?
La questione è delicata, perché impatta evidentemente sul deficit: un credito di imposta determina in ogni caso un minore incasso per l’Erario.
Nel corso degli anni, c’è stato un diverso trattamento di questa partita.
Nel testo consegnato in occasione della audizione del dott. Giovanni Savio, Direttore della Direzione Centrale per la Contabilità Nazionale, nell’ambito della Indagine conoscitiva svolta dalla Commissione V della Camera dei deputati il 24 maggio 2023, di legge infatti:

”Nell’ambito del periodico aggiornamento delle linee guida europee, a febbraio 2023, la nuova versione del MGDD ha consentito di dipanare alcune incertezze relative al trattamento contabile dei crediti di imposta, per quel che attiene in particolare alla trasferibilità a terzi, utilizzo differito nel tempo e utilizzo in compensazione con altri debiti fiscali e contributivi. Queste caratteristiche concorrono a definire la probabilità dell’utilizzo del credito nella sua interezza e, per questo, sono da considerarsi dirimenti per la classificazione dei crediti (pagabili vs non pagabili). Nel caso in cui esista una ragionevole certezza che, nel corso del tempo, il credito sarà utilizzato nella sua interezza (e, quindi, non perso), lo stesso è da ritenersi “pagabile” da registrarsi come spesa delle Amministrazioni pubbliche, per un ammontare pari all’intero importo maturato, ossia nell’anno di sostenimento della spesa agevolata. Devono quindi esistere evidenze che il credito d’imposta, a un certo punto, sarà utilizzato o dal beneficiario originario o da chi, mediante la cessione, ne acquisisce la titolarità (diritto). Anche se la perdita di risorse da parte del governo (quindi, la manifestazione di cassa) potrebbe non essere immediata, ma rimandata al momento di effettivo utilizzo del credito. Poiché la cessione a terzi, di fatto, aumenta la possibilità di utilizzo del beneficio fiscale, la stessa deve intendersi come un indizio di fruibilità completa. A maggior ragione se a questa si unisce la possibilità di utilizzo in compensazione con altri debiti tributari e contributivi”.
[Grassetto nostro]

Questa determinazione in sede ESA ha avuto come conseguenza una revisione dei Conti della Pubblica Amministrazione, come si legge nel Flash dell’Istat del 1° marzo 2024. Riferendosi ai dati consuntivi del 2023, si rileva che:

“Dal lato delle uscite, le principali revisioni al rialzo hanno riguardato le uscite in conto capitale cresciute di 11.514 milioni. L’odierna versione dei conti include anche la revisione del credito di imposta “Transizione 4.0”, classificato nei conti nazionali come un credito di tipo payable e registrato come spesa per l’intero ammontare, coerentemente con il momento di registrazione previsto dal Manual on Government Deficit and Debt – Implementation of ESA 2010 – 2022 edition (MGDD 2022). A seguito dell’inclusione di informazioni aggiornate, desunte dalle dichiarazioni fiscali 2022 e 2023 (riferite agli anni di imposta 2021 e 2022), le nuove stime hanno determinato la revisione al rialzo del rapporto deficit Pil per l’anno 2022.

In pratica, nel 2022 le spese della PA sono state aumentate di un importo mai erogato per cassa, e dunque fittizio, pari a 11,5 miliardi di euro, facendo conseguentemente aumentare il deficit per un corrispondente ammontare, anch’esso fittizio.
L’effetto di queste revisioni relative alla contabilizzazione dei crediti fiscali ha comportato un peggioramento dello 0,6% del deficit del 2022, che è passato infatti dall’8% allo 8,6% del pil.
Paradossalmente, è venuta anche meno la corrispondenza tra i dati di cassa del bilancio dello Stato e le somme imputate a fini statistici nei Conti della P.A.
Un pasticcio? Ebbene sì, è un colossale pasticcio.
Sul piano politico, prima che contabile ed economico.

Doppio deficit per la medesima partita:

- la prima volta, nell’anno in cui si manifesta la spesa in campo edilizio da cui deriva un credito fiscale che non viene “perso” in quanto ceduto ad un terzo;
- la seconda volta, nell’anno in cui il cessionario, divenuto titolare del credito di imposta, lo porta effettivamente in compensazione, potendolo spalmare su cinque anni.

Forse, a voler pensare male, con questo metodo si voleva scaricare sugli anni passati il costo delle agevolazioni: il maggio deficit ricadeva sulla responsabilità politica dei governi precedenti.
Ma ora, che siamo in mezzo al guado, c’è da contabilizzare sia il costo degli interventi edilizi in corso da parte dei beneficiari delle agevolazioni, che vengono imputati nei Conti della PA come “spesa fittizia” che va ad aumentare il deficit, sia il minor gettito di cassa delle entrate del bilancio dello Stato per via della compensazione esercitata dai cessionari dei crediti di imposta.
Un vero pasticcio.