Bonifico dai parenti, quando si rischia un controllo del Fisco?

Patrizia Del Pidio

17 Maggio 2026 - 12:59

Bonifici tra parenti e Fisco: scopri quando scattano i controlli fiscali legati alla presunzione legale e come difendersi grazie al principio sulla solidarietà familiare

Bonifico dai parenti, quando si rischia un controllo del Fisco?
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Per i bonifici dai parenti si rischia un controllo del Fisco? Serve una prova documentale per giustificare questo tipo di entrate? Ormai, con i controlli fiscali che si spingono anche nell’indagine sui conti correnti, ogni transazione in entrata e in uscita sembra essere rischiosa.

Ogni bonifico che si riceve può essere presunto come reddito, a meno che non si sia in possesso di una prova documentale che attesti che non lo sia. Questo accade anche laddove si riceva un bonifico per il quale non è dovuta tassazione (ad esempio una vincita al gioco, un prestito infruttifero da un amico, la restituzione di un prestito, una donazione da un lontano parente) del quale non si ha una prova documentale.

In prospettiva, quindi, ogni bonifico in entrata su un conto corrente per somme che non sono state inserite nella dichiarazione dei redditi il Fisco potrebbe chiedere il pagamento delle imposte considerandolo reddito, a meno che il contribuente, tramite prova documentale, non dimostri il contrario. In tutto questo come si classificano i bonifici dai parenti? Esaminiamo due importanti sentenze.

La presunzione fiscale anche tra parenti?

Secondo il principio della presunzione fiscale del reddito, qualsiasi versamento o accredito sul conto corrente può essere considerato reddito imponibile. Naturalmente il contribuente ha la facoltà di dimostrare il contrario presentando una prova documentale. Senza la prova analitica e documentale, però, qualsiasi somma di denaro che riceviamo sul conto verrà presunta dal Fisco come reddito non dichiarato: a questo punto lo assoggetterà a tassazione applicando anche sanzioni e interessi.

Come funziona la presunzione fiscale con i bonifici che provengono da parenti? Il sistema non riesce a distinguere se il trasferimento proviene da parenti, da committenti, da datori di lavoro o da estranei (anche se desumibile dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente). Basta il solo accredito sul conto corrente a far scattare la presunzione del Fisco, anche se le somme sono del tutto lecite e non reddituali.

Una somma regalata dai genitori o la restituzione di un prestito da parte di un fratello possono trasformarsi in un accertamento fiscale su cui dover pagare le imposte anche se non sono dovute.

Come funzionano le indagini bancarie?

Le indagini bancarie, con controlli sui conti correnti, sui prelievi e i versamenti stanno diventando uno dei mezzi di contrasto più incisivi per l’evasione fiscale. I dati condivisi tramite l’Anagrafe Tributaria e l’obbligo per le banche di condividere i dati (comprese le operazioni effettuate) dei conti correnti dei clienti permettono all’Agenzia delle Entrate di ricostruire il denaro in entrata e in uscita di ogni contribuente. Così facendo va a stabilire se le operazioni effettuate e l’ammontare di denaro mosso siano coerenti con la dichiarazione dei redditi.

Le indagini bancarie del Fisco si collocano in un meccanismo più ampio, che è quello delle indagini finanziarie e rappresentano uno degli strumenti più efficaci per scovare il reddito non dichiarato, non solo da parte di imprese e aziende, ma anche delle persone fisiche.

Le movimentazioni che si rilevano sui rapporti finanziari (conti correnti, conti deposito, ma anche libretti di risparmio) sono utilizzate dal Fisco per i propri accertamenti in due modi:

  • tramite i versamenti, se il contribuente non ha tenuto conto delle somme in questione nella dichiarazione dei redditi;
  • tramite i prelievi se non risultano dalle scritture contabili.

La Corte di Cassazione, nella sentenza 13122 del 30 giugno 2020 ha precisato che nell’accertamento bancario esiste una presunzione del Fisco che non necessita di prove o riscontri e che può essere superata dai contribuenti solo con prova analitica documentale e con data certa.

La sentenza che frena i controlli del Fisco

Anche se le indagini sui movimenti bancari restano uno degli strumenti centrali dei controlli del Fisco, i bonifici tra parenti devono essere valutati attentamente e non possono essere assoggettati automaticamente a tassazione. A ribadirlo è la recente ordinanza, la n. 2211 del 3 febbraio 2026, della Corte di Cassazione secondo la quale il Fisco non può presumere in automatico la natura reddituale degli importi bonificati dai parenti, ma deve valutare con attenzione le giustificazioni che il contribuente fornisce.

Si tratta di bilanciare il delicato equilibrio tra il potere di accertamento del Fisco e la realtà dei rapporti familiari. La sentenza rappresenta un importante scudo per i contribuenti contro gli automatismi burocratici.

Secondo la Cassazione, infatti, il rapporto tra flussi finanziari e la capacità reddituale di un contribuente non può essere sempre basato su automatismi che trasformano ogni somma in entrata in reddito imponibile da assoggettare a tassazione.

Come sottolineato anche in altre sentenze, nel caso del bonifico tra parenti l’onere della prova resta in capo al contribuente, ma l’Agenzia delle Entrate deve tenere conto delle giustificazioni del contribuente e il giudice ha l’obbligo di esaminare analiticamente tale prova e non può scartarla come «generica» senza motivazione.

I Supremi Giudici, però, fanno notare che la presunzione legale negli accertamenti bancari non è assoluta, ma relativa e può essere superata dal contribuente fornendo prova contraria. Il ruolo del giudice tributario è quello di valutare le prove presentate per ogni operazione. Nel caso preso in esame, però, il giudice d’appello aveva valutato la difesa del contribuente in modo generico, senza confrontare le operazioni con la documentazione giustificativa.

I giudici tributari non possono confermare un accertamento fiscale liquidando le difese del cittadino come generiche: estratti conto, scritture private e anche messaggi che spiegano la natura di un bonifico presentate dal cittadino devono essere sempre confrontate con l’operazione contestata dall’amministrazione tributaria entrando nel merito della singola movimentazione. Se un padre scrive al figlio «ti mando 5.000 euro per l’anticipo della casa», quel messaggio oggi ha un peso probatorio che in passato veniva spesso ignorato.

La sentenza della Corte di Cassazione ribadisce, ancora una volta, che pur essendo le indagini bancarie fondamentali per il contrasto dell’evasione fiscale, quelli che provengono dai parenti non possono essere equiparati a reddito da assoggettare a tassazione se il contribuente dimostra che gli importi hanno altra natura.

Controlli del Fisco sulle entrate dei conti correnti

Nell’ambito dei controlli finanziari, come abbiamo detto, il Fisco ha il potere della presunzione legale che permette di valutare se i versamenti effettuati sui conti correnti siano o meno da considerare redditi non dichiarati (evasione fiscale). Il contribuente, poi, attraverso prove documentali può sempre dimostrare il contrario.

La presunzione legale, quindi, può essere superata sempre e soltanto attraverso la prova documentale, così come stabilito da diverse sentenze della Corte di Cassazione e dalla stessa Agenzia delle Entrate nella circolare 32/E del 2006.

Sia la prassi sia la giurisprudenza prevedono che eventuali bonifici effettuati dai parenti possano essere esclusi dalla considerazione della valenza ai fini reddituali.

Nel caso, quindi, che si riceva un bonifico da parte di un parente stretto la presunzione legale si considera superata poiché il contesto rientra in quello di solidarietà e sostegno affettivo. Proprio in questo contesto si inserisce una sentenza della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Puglia, a conferma dell’interpretazione di giurisprudenza e prassi.

Bonifici dai parenti, la sentenza

La Corte tributaria conferma che i bonifici dai parenti non devono essere automaticamente considerati come reddito. Nella sentenza 2760 del 26 febbraio 2025 i giudici danno ragione al contribuente che ha ricevuto due avvisi di accertamento destinati a una società a socio unico. Gli accertamenti vertevano su cinque bonifici effettuati dal socio a favore della società, ma la provenienza delle somme era ritenuta dubbia dall’Agenzia delle Entrate, visto che il socio era privo di redditi.

Sui conti personali del contribuente, inoltre, risultavano bonifici di diverso ammontare, considerati dall’Agenzia come reddito non dichiarato. In primo grado la Commissione Tributaria di Bari aveva dato ragione all’Agenzia delle Entrate, ma in secondo grado la Corte tributaria regionale della Puglia ha dato ragione al contribuente.

Le somme di denaro, per la Corte di secondo grado, provenivano da elargizioni familiari e non potevano essere considerati come redditi non dichiarati. Il contribuente, inoltre, aveva dimostrato che parte degli importi provenivano da conti correnti intestati alla madre (pensionata) e alla sorella (dipendente pubblico) del contribuente. In entrambi i casi i redditi erano stati tassati alla fonte (dall’Inps per la madre e dall’amministrazione di appartenenza per la sorella).

Per la Corte i versamenti in questione rientrano in quelli che sono visti come aiuti a livello familiare che possono essere riscontrabili quando si avvia un’attività di impresa. A conferma di quanto sostenuto, inoltre, i Giudici hanno preso come esempio quella che ormai è una prassi con basi solide nella giurisprudenza: i bonifici che si ricevono dai familiari non possono essere automaticamente considerati come reddito non dichiarato. In questo caso, infatti, deve essere l’amministrazione tributaria a dover dimostrare che si tratta di somme riferite a reddito non dichiarato a patto che il contribuente fornisca una prova documentale sulla provenienza degli importi.

Bonifici dai parenti, come difendersi

Legalmente non esiste un limite alle somme che si possono trasferire tra parenti: anche somme elevate sono del tutto consentite a patto che il denaro derivi da una fonte lecita che sia dimostrabile (anche se in alcuni casi, quando l’importo non è modico è necessario un atto pubblico di donazione davanti al notaio).

La sentenza della Corte tributaria del 2025, però, offre un salvagente ai contribuenti che devono difendersi dalle pretese del Fisco per bonifici o somme ricevute dai parenti di cui non si ha una prova documentale.

In questo caso, quindi, anche senza la prova documentale la presunzione fiscale si considera superata e deve essere l’amministrazione tributaria a dimostrare che si tratta di somme derivanti da reddito non dichiarato e non il contribuente a dimostrare che non lo sono. Questa sentenza inverte l’onere della prova: prima, il contribuente era considerato «colpevole» fino a prova contraria; ora, se il legame di parentela è stretto, è l’Agenzia delle Entrate a dover provare che quel denaro è, ad esempio, il pagamento in nero di una consulenza.

Nella seguente tabella riassuntiva riepiloghiamo i punti salienti delle sentenze citate mostrando la differenza tra bonifici da estraei e bonifici dai parenti.

AspettoRegola generale (presunzione fiscale)Eccezione e tutela (sentenze 2025-2026)
Natura dell’accredito Ogni bonifico in entrata è presunto reddito imponibile. Gli aiuti familiari rientrano nella solidarietà e sostegno affettivo.
Onere della Prova Spetta al contribuente dimostrare che la somma non è tassabile. Se il legame è stretto, l’onere può invertirsi: il Fisco deve provare l’evasione.
Documentazione Necessaria prova analitica con data certa (es. atto pubblico). Valgono anche prove non documentali (es. messaggi WhatsApp, estratti conto dei parenti)
Ruolo del Giudice Spesso applica automatismi burocratici. Ha l’obbligo di valutare nel merito ogni singola giustificazione.