Biden, una sentenza federale contro la censura politica sui social media

Redazione Money Premium

20 Luglio 2023 - 09:26

La sentenza ha stabilito che gli ufficiali della Casa Bianca non possono intervenire per rimuovere contenuti scomodi. Brutte notizie per Joe e Hunter Biden.

Biden, una sentenza federale contro la censura politica sui social media

Terry Doughty, un giudice distrettuale della Louisiana nominato durante la presidenza di Donald Trump, ha vietato agli ufficiali pubblici di contattare i social network per richiedere la rimozione di contenuti che sono «costituzionalmente protetti dalla libertà di espressione» pubblicati sulle piattaforme. Questa decisione ha dato una vittoria a diversi Stati a guida repubblicana che hanno intentato cause contro l’Amministrazione Biden, accusandola di aver superato i limiti nel tentativo di contrastare la disinformazione sulla pandemia. La sentenza, che potrebbe essere oggetto di appello e arrivare alla Corte Suprema, compromette la possibilità di contrastare la diffusione di notizie false di ogni genere.

La decisione del giudice Doughty rappresenta solo uno dei fronti su cui si combatte attualmente la guerra tra informazione e disinformazione negli Stati Uniti. La Federal Trade Commission ha da poco aperto un’inchiesta su OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, al fine di verificare se il chatbot costituisca una minaccia per i consumatori. Questa iniziativa rappresenta la prima seria minaccia regolatoria per l’Intelligenza Artificiale e i suoi dispositivi, e potrebbe essere solo l’inizio di ulteriori provvedimenti.

La disputa coinvolge anche il Congresso degli Stati Uniti e numerosi Stati, soprattutto quelli a guida repubblicana, che stanno sollevando interrogativi sulla sicurezza nazionale riguardo a TikTok, un’app di origine cinese. Alcuni arrivano addirittura a proibire l’utilizzo di TikTok, preoccupandosi poco della sua perniciosità per l’accuratezza dell’informazione, poiché la piattaforma sembra dare priorità alla popolarità piuttosto che all’attendibilità dei contenuti.

Allo stesso tempo, le polemiche nei confronti di Fox News non accennano a placarsi, nonostante l’audience apparentemente rimanga intatta. Tre ex alti dirigenti del network hanno pubblicamente espresso il loro rammarico per aver collaborato con Rupert Murdoch per trasformare Fox News in un potente mezzo di comunicazione nazionale. In una dichiarazione congiunta, Preston Padden, Ken Solomon e Bill Reyner definiscono il network come una «macchina di disinformazione». Questa presa di distanza, sebbene sia avvenuta dopo la fine del loro rapporto di lavoro con Fox News, coincide con un’altra causa per diffamazione intentata contro il network, accusato di aver diffuso e sostenuto false teorie cospirazioniste sulle elezioni presidenziali del 2020. In aprile, il network aveva già accettato di pagare una cifra record di 787,5 milioni di dollari a Dominion Voting Systems come risarcimento per aver diffuso informazioni false sulla tecnologia dell’azienda che produce macchinari per il voto.

La sentenza senza precedenti del giudice Doughty ha sollevato dibattiti e polemiche, ma è in linea con le recenti decisioni giudiziarie negli Stati Uniti, che sono state fortemente influenzate dalle nomine durante l’«era Trump». L’interferenza dell’Amministrazione federale nei contenuti pubblicati dai social network rischia di violare il primo emendamento della Costituzione americana, che garantisce la libertà di espressione. La decisione rappresenta un duro colpo per gli sforzi della Casa Bianca nel contrastare la disinformazione e i contenuti d’odio online e continuerà a suscitare dibattiti tra democratici e repubblicani nei prossimi mesi, soprattutto in vista delle elezioni del 2024 negli Stati Uniti.

Nel caso «Missouri v. Biden», i procuratori generali repubblicani del Missouri e della Louisiana hanno accusato l’Amministrazione di un’operazione di censura federale tentacolare per eliminare dai social network contenuti «contrari alla sua agenda», come l’obbligo di indossare mascherine durante la pandemia o il vaccino anti-Covid per i bambini. I conservatori contestano anche la rimozione di post riguardanti i guai giudiziari del figlio del presidente, Hunter Biden.

La sentenza di 155 pagine emessa dal giudice Doughty ha stabilito che gli ufficiali della Casa Bianca e delle agenzie federali non possono intervenire sui social network per «incoraggiare, fare pressione o indurre la rimozione o la cancellazione di contenuti protetti dalla libertà di parola».
L’attuale decisione del giudice Doughty rappresenta un punto di svolta e solleverà dibattiti nel panorama politico statunitense in merito al bilanciamento tra la libertà di espressione e la regolamentazione dei social network. Mentre il caso si sviluppa e altre cause analoghe emergono, si profila un futuro incerto per la campagna elettorale statunitense del 2024 e il dibattito sulla regolamentazione dei contenuti online continuerà a tenere banco.