Molti preferiscono l’acqua in bottiglia, anche se più cara. Non è solo una questione di praticità, spesso viene ritenuta più salutare. Eppure ti fa ingerire un gran numero di microplastiche.
Sul consumo di acqua in bottiglia l’Italia non è tra le nazioni più virtuose. Varie analisi e ricerche confermano che ogni cittadino consuma centinaia di litri di acqua confezionata ogni anno, ponendo il Paese tra gli ultimi posti d’Europa. Soltanto una percentuale intorno al 30% della popolazione beve regolarmente l’acqua di rubinetto, nonostante consenta risparmi significativi. Questo non vuol dire che gli italiani siano spendaccioni, ma spesso sono convinti di tutelare così la propria salute, soprattutto quella dei più fragili.
Per quanto l’Italia sia allo stesso tempo tra i primi Paesi Ue per la qualità dell’acqua del rubinetto la scelta è personale e dipende da una variabilità di fattori. Ciononostante, proprio come per gli acquedotti, è importante conoscere i pericoli anche dell’acqua in bottiglia, che può nascondere delle insidie. Il problema principale, tralasciando questioni ambientali ed economiche, è rappresentato dalla plastica delle confezioni e dalle particelle che rischiano di contaminare l’acqua. Pare infatti che ogni anno i bevitori di acqua confezionata ingeriscano un elevato quantitativo di microplastiche. Ecco cosa sappiamo.
Microplastiche nell’acqua in bottiglia
Nonostante tutti i tentativi per ridurla, la plastica è parte integrante della vita quotidiana di moltissime persone. E così, anche le microplastiche, che rendono il materiale una minaccia per la salute umana oltre che per l’ambiente e gli animali. Si tratta di minuscoli frammenti di plastica, con un diametro compreso fra 1 millesimo di millimetro a 5 millimetri, decisamente più pericolose di quanto le loro dimensioni suggeriscano, anche per l’enorme quantità ingerita involontariamente.
Secondo un recente studio della Concordia University, pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, chi beve acqua in bottiglia ingerisce oltre 90.000 microplastiche ogni anno in più rispetto agli altri. Proprio il consumo di acqua sembra essere il mezzo con cui la maggior parte delle microplastiche entra nell’organismo umano, peraltro in modo più pericoloso del solito per via dell’assunzione diretta. Ecco perché secondo la ricercatrice Sara Sajeedi, autrice principale dello studio, “bere dalle bottiglie di plastica è accettabile in caso di emergenza, ma non è qualcosa che dovrebbe essere consumato quotidianamente”.
Quante ne ingerisci ogni anno
Secondo lo studio dell’università canadese, le persone ingeriscono microplastiche ogni giorno inconsapevolmente, per un numero compreso tra 32.000 e 50.000 particelle ogni anno. Per chi consuma abitualmente acqua in bottiglia, però, ci sono almeno altre 90.000 particelle di microplastiche da aggiungere al totale, con tutte le conseguenze che ne conseguono. Azzerare completamente queste cifre è difficile nel contesto attuale, ma evitando la plastica monouso e preferendo l’acqua del rubinetto si riesce a ridurre il totale a qualche migliaio di particelle all’anno.
Un risultato niente male, considerando che le microplastiche sono accusate di compromettere l’organismo umano in vari modi. In particolare, possono causare problemi respiratori e innescare uno stato di infiammazione cronica che espone le cellule allo stress ossidativo. Così, le microplastiche possono contribuire alla formazione di alcuni tipi di cancro, problemi ormonali e riproduttivi, e anche danni al sistema nervoso. Non sembrano esserci effetti a breve termine e di fatto gli studi non sono arrivati al punto di determinare gli effetti a lungo termine con certezze assolute, ma la prudenza è d’obbligo, visto che i campanelli d’allarme non mancano di certo.
Le particelle di microplastica derivanti dalle bottiglie di plastica sono peraltro le più temibili in assoluto, non soltanto perché sono facilmente ingerite in grandi quantità, ma anche e soprattutto perché entrano direttamente nell’organismo. “A differenza di altri tipi di particelle di plastica, che entrano nell’organismo umano attraverso la catena alimentare, queste vengono ingerite direttamente dalla fonte” si apprende, un meccanismo che permette a questi minuscoli frammenti di superare le barriere biologiche e interferire con il normale funzionamento degli organi umani.
Ridurre le microplastiche ingerite
Tutta la plastica, specialmente quella monouso ma non esclusivamente, può dare origine a microplastiche e nanoplastiche (che con gli strumenti attuali non possono ancora essere misurate dagli studi scientifici in modo accurato). Sembrerebbe però che le versioni di qualità più scadente di questo materiale siano maggiormente a rischio, soprattutto con l’esposizione alla luce solare e alle variazioni di temperatura, oltre che alla manipolazione fisica. Le nanoplastiche, inoltre, si disperdono nell’aria continuamente, venendo generate in ogni fase delle bottiglie di plastica e riuscendo così a entrare in contatto con l’organismo sia tramite l’aria respirata che attraverso il contatto con la cute.
Per limitare il danno si possono assumere degli accorgimenti, per esempio non esponendo la plastica alla luce solare diretta, evitando sbalzi di temperatura ed evitando di riempire le bottigliette d’acqua terminate e così via. Precauzioni che tuttavia interferiscono solo in misura minima con la massiccia produzione di microplastiche, onnipresenti dalla fase di produzione al trasporto e allo stoccaggio.
Di conseguenza lo studio canadese, pur ammettendo la necessità di una ricerca su larga scala per determinare gli effetti dell’acqua in bottiglia sulla salute, invita a migliorare le infrastrutture idriche per garantire a tutti i cittadini l’accesso all’acqua potabile senza passare dalle bottiglie monouso.
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