Berlusconi: da caimano a statista, addomesticato dallo spread

Emiliano Brancaccio

15/06/2023

Dopo la crisi divenne buon servitore dell’establishment, che ora lo ripaga con il lutto nazionale.

Berlusconi: da caimano a statista, addomesticato dallo spread

Un tempo i commentatori di grido lo definivano “anarcoide piccolo borghese”, “politico d’accatto”, “relitto craxiano”, “buffone da commedia dell’arte”, “uomo di plastica”, “caimano”, e anche molto peggio di così. Eppure oggi, nell’incredulità di mezzo paese, lo ritroviamo nel pantheon dei padri della Repubblica, elevato al rango di statista, solennemente celebrato dal lutto nazionale e dalle bandiere delle istituzioni poste a mezz’asta.

Come è possibile che il giudizio istituzionale su Silvio Berlusconi sia mutato così radicalmente? Quale potente alchimia è riuscita a tramutare un impresentabile condannato per evasione fiscale in una onorata stella del firmamento repubblicano?
Nel mare zuccheroso dei commenti di questi giorni, nessuno si è preso la briga di fornire una chiara risposta in tema. Eppure quella esiste, e si chiama “spread”.

Berlusconi fu definitivamente buttato fuori a calci da Palazzo Chigi nel novembre 2011, nel mezzo dei tumulti causati dalla crisi dell’eurozona. Fino a quel momento il suo governo aveva faticato ad adeguarsi alle lettere d’intenti della BCE e alle pressioni delle altre istituzioni europee in merito alle modalità di gestione della crisi. Berlusconi e i suoi non avevano molta voglia di finanziare il fondo europeo necessario ai salvataggi delle banche franco-tedesche, e soprattutto non volevano aumentare la pressione fiscale sui loro elettori: imprenditori, autonomi, redditieri.

Nel suo governo, non mancava chi avrebbe preferito anche l’abbandono dell’euro pur di evitare la lotta all’evasione.
In quell’orribile mese, il famigerato spread - il differenziale fra tassi d’interesse sui titoli italiani e tedeschi – arrivò a superare i 5 punti percentuali, un livello insostenibile per i debiti nazionali, pubblici e privati. Nell’opinione pubblica venne quindi fatta circolare la tesi che solo una severa cura a base di austerity potesse salvare il paese dalla bancarotta. Fu così che l’allora impresentabile Berlusconi venne brutalmente rimpiazzato dal tecnocrate Monti ai vertici del governo.

In realtà, il cambio di esecutivo non produsse le magnifiche sorti annunciate. Come in seguito ammise lo stesso Monti in un dibattito con il sottoscritto, i sacrifici imposti dalla politica di austerità non contribuirono a ridurre lo spread, che infatti dopo pochi mesi schizzò nuovamente oltre i 5 punti. Soltanto la successiva svolta di politica monetaria inaugurata dal “whatever it takes” di Draghi poté rimettere i tassi d’interesse sotto controllo ed evitare l’implosione della zona euro.
Quella svolta di governo, tuttavia, un risultato secondario lo ottenne. Berlusconi accusò pesantemente il colpo, avvertì la forza di un potere superiore e da quel momento iniziò a cambiare decisamente la postura verso le istituzioni.

Non più menefreghista ma europeista; non più eretico protettore dei piccoli capitalisti nazionali, allergici al fisco e alle regole, ma ortodosso baluardo dei salotti buoni del grande capitale europeo; non più ostile al controllo del Quirinale ma servitore fedele del medesimo. Non più corna e linguacce ma inchini e riverenze. Se oggi la salma del vecchio caimano viene celebrata con tutti gli onori, è solo perché a suo tempo la tremenda frusta dello spread ha fatto il suo effetto: lo ha piegato e lo ha addomesticato.