Warren Buffett ha sempre detto di non capire la tecnologia, ma Berkshire Hathaway ha triplicato la propria posizione in Alphabet, il colosso di Google, in un solo trimestre. Forse il vecchio oracolo di Omaha sa qualcosa che il mercato non ha ancora prezzato del tutto.
Nella più recente 13F depositata presso la SEC, il documento trimestrale con cui i grandi gestori istituzionali americani comunicano le proprie partecipazioni azionarie, è emerso un dato che potrebbe passare inosservato ai più: Berkshire Hathaway avrebbe portato la propria esposizione su Alphabet da circa 7 milioni di azioni a oltre 22 milioni, con un controvalore stimato attorno ai $2,7 miliardi al momento della rilevazione. Non si tratta di un aggiustamento marginale di portafoglio. Si tratta di una riallocazione strutturale che merita attenzione.
Va detto con onestà: Buffett non gestisce più in solitaria le decisioni di investimento. Ted Weschler e Todd Combs, i due deputy investment manager di Berkshire, sono probabilmente i responsabili di questa scelta. Ma il punto non cambia: la holding approva, monitora e mantiene. E Berkshire non è nota per tenere posizioni di cui non condivide la logica di fondo.
Alphabet non è solo un motore di ricerca: è un’infrastruttura
Chi guarda Alphabet come un’azienda pubblicitaria sta osservando solo la superficie. Il modello di business di Google è, nella sua essenza, un sistema di cattura e monetizzazione dell’attenzione umana su scala globale. Ma sotto quella superficie si trovano strati tecnici e competitivi che pochi investitori retail analizzano con la dovuta profondità.
Google Cloud, la divisione cloud della società, ha registrato una crescita annua superiore al 28% nell’ultimo trimestre disponibile, con ricavi che si avvicinano ai $12 miliardi trimestrali. DeepMind, il laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale acquisito nel 2014, ha prodotto AlphaFold, uno strumento che ha rivoluzionato la biologia computazionale, e sta lavorando su modelli che si integrano direttamente nei prodotti Google. Gemini, il modello linguistico multimodale dell’azienda, si posiziona direttamente in competizione con GPT-4 di OpenAI, con il vantaggio strutturale di poter essere distribuito su miliardi di dispositivi Android e attraverso l’ecosistema Google Workspace.
In altri termini, Alphabet non sta rincorrendo l’intelligenza artificiale. Sembrerebbe già dentro l’intelligenza artificiale, con anni di investimento alle spalle e una distribuzione capillare che nessun competitor puro-AI potrebbe replicare nel breve periodo.
Il segnale nascosto nella scelta di Buffett
C’è un aspetto che potrebbe essere sottovalutato nel dibattito sull’acquisto di Berkshire. Negli ultimi anni, la holding aveva accumulato una quantità di liquidità straordinaria, vicina ai $170 miliardi in cash e treasury bills. Una riserva che molti leggevano come segnale di cautela rispetto alle valutazioni del mercato. Il fatto che parte di questa liquidità stia trovando impiego in una società come Alphabet potrebbe suggerire che, almeno per alcuni segmenti del mercato tecnologico, il rapporto rischio/rendimento sia diventato più favorevole agli occhi di chi storicamente compra solo ciò che considera sicuro nel lungo periodo.
Non si tratta di un segnale definitivo. I mercati azionari, incluso lo S&P 500, restano esposti a variabili macroeconomiche complesse: la traiettoria dell’inflazione americana, l’evoluzione del debito federale, le tensioni geopolitiche e la dinamica degli utili aziendali nel 2025 e 2026. Nulla di tutto questo è prezzato con certezza.
Ma ignorare cosa fa Berkshire Hathaway con i propri capitali, in un momento in cui ha meno posizioni di quante ne abbia mai avute, potrebbe rivelarsi un errore di omissione difficile da giustificare.
Berkshire non compra storie. Compra fondamentali, flussi di cassa e posizioni competitive difficili da erodere. Che questa mossa su Alphabet si riveli brillante o prematura lo dirà solo il tempo, e il mercato raramente si preoccupa di essere gentile con chi fraintende i segnali. Ogni decisione di portafoglio porta con sé un rischio che nessuna analisi può eliminare del tutto: vale la pena tenerlo presente, sempre.