Nell’era dell’informazione digitale, il concetto di verità è divenuto sempre più sfuggente, al punto da parlare sempre più spesso di post-verità. La disinformazione e le cosiddette «fake news» sembrano invadere ogni angolo del mondo cartaceo e online, minando la fiducia nella notizia stessa.
Tuttavia, ciò che potrebbe sembrare una lodevole battaglia contro la disinformazione rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più oscuro.
L’istituzione di un «Garante per il controllo delle fake news» all’interno delle agenzie di stampa evoca infatti l’ombra del «Ministero della Verità» descritto da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984.
Il MIniveri è uno dei quattro ministeri che governano lo Stato immaginario di Oceania, che si occupa dell’informazione e della propaganda. Il Miniver ha, cioè, il compito di produrre tutto ciò che ha a che fare con l’informazione: propaganda di partito, editoria e programmi radiotelevisivi, ma anche, ad esempio, la letteratura. Questo ente si occupa anche di riscrivere e di falsificare l’informazione riguardante il presente e il passato, per rendere le fonti conformi alle direttive e all’ideologia del Partito. Il Ministero della Verità si prefigge quindi lo scopo di avere il monopolio sulla verità nel dibattito pubblico e serve per propagandare bugie create ad arte e continuamente redatte e falsificate.
Ne La libertà di stampa, Orwell osservava che «se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore».
Allora era in gioco una «cieca lealtà all’URSS» che, per difendere gli interessi dell’URSS, avrebbe accondisceso non solo a «tollerare la censura, ma anche una deliberata falsificazione della storia».
Sono passati più di settant’anni, i protagonisti sono cambiati, ma la situazione sembra essere rimasta la stessa. Oggi gli interessi da tutelare sono diversi, ma siamo tornati a mettere in dubbio non solo la libertà di stampa, ma persino la libertà di pensiero, scivolando sempre di più verso l’istituzione di uno psicoreato.
Fake news: una moderna caccia alle streghe
In questo scenario si inserisce l’attuale battaglia mainstream contro le cosiddette “fake news” che sembra riecheggiare l’operato del Miniver e riproporre una nuova forma di Maccartismo 2.0: si tratta, cioè, di una articolata caccia alla streghe che ha come obiettivo la repressione del dissenso. Entrata nel vivo negli ultimi anni, essa ha raggiunto il suo apice durante il lockdown, con la censura in Rete di contenuti che l’algoritmo di turno non riteneva convergente con la narrativa mainstream sul Covid-19.
Da una parte questa moderna caccia alle streghe strumentalizza la questione del cyberbullismo, dell’odio e della disinformazione sul web, per portare all’approvazione di una censura della Rete, arrivando a ipotizzare, dal DDL Gambaro alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle fake news, l’introduzione di nuove leggi o di forme di ammenda e di prigionia per coloro che divulghino notizie «false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi»; norme che richiamano alla mente il reato d’opinione, con il quale non si vuole colpire tanto la notizia infondata quanto piuttosto il dissenso in generale.
Il Garante anti-fake news
Ora, come se non bastassero fact-checkers, debunkers e task force varie, è stata istituita la figura del Garante anti-fake news, incaricato di definire ciò che è vero e ciò che è falso.
Sulla carta, l’obiettivo potrebbe sembrare persino nobile: difendere la qualità dell’informazione e contrastare la disinformazione. Tuttavia, l’idea di avere una figura incaricata di stabilire cosa è «vero» rischia di creare un monopolio sulla verità stessa. Che è esattamente l’obiettivo dei Padroni delle idee, continuare a mantenere il controllo suilla narrazione dominante.
Questo potrebbe, infatti, facilmente sfociare in un controllo della narrazione, dove il governo o altre istituzioni potrebbero influenzare ciò che il pubblico vede e sente, eliminando così la diversità di opinioni e la possibilità di un dibattito aperto.
La circolare del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alberto Barachini, sottolinea che il Garante è un «presidio collaborativo» all’interno delle agenzie di stampa.
Ma cosa significa realmente questa «collaborazione»? Ciò potrebbe aprire la porta a pressioni e influenze sotterranee, in cui i giornalisti potrebbero sentirsi costretti a conformarsi a una versione predeterminata della verità, per timore di sanzioni o perdite di finanziamenti statali.
La creazione di un’informazione certificata
Un altro aspetto inquietante è la creazione di un’informazione «certificata». La task force e la Commissione d’inchiesta sulle fake news e ora l’istituzione di un Garante anti-fake news, come tutte le iniziative simili che le hanno precedute e che seguiranno, hanno come obiettivo non di garantire una informazione migliore, ma la creazione di un’informazione certificata accompagnata da un’attività censoria: solo le notizie con il bollino prodotte dagli autoproclamati “professionisti dell’informazione” saranno considerate tali.
Tutte le altre potranno essere addirittura espulse dal web e con il pretesto delle fake news si potranno oscurare pagine social, account, siti e blog di pensatori scomodi, introducendo di fatto la censura.
Il sottosegretario parla di tutelare il diritto d’autore, ma questo potrebbe facilmente degenerare in una struttura in cui solo determinate narrazioni o opinioni sono concesse o promosse. Ciò potrebbe soffocare l’innovazione giornalistica e ridurre il ruolo dei media a meri veicoli di propaganda, piuttosto che di informazione critica e indipendente.
La libertà di parola e di pensiero sono pilastri fondamentali di una società democratica. La battaglia contro la disinformazione non dovrebbe essere un pretesto per minare queste libertà. L’idea di un Garante anti-fake news richiede una rigorosa vigilanza da parte dell’opinione pubblica e delle organizzazioni per i diritti civili, per evitare che si trasformi in uno strumento di controllo dell’informazione e di limitazione della libertà di espressione.
Le derive orwelliane che possono emergere da un tale sistema sono troppo pericolose per essere ignorate. È fondamentale che la società rimanga vigile e impegnata nella difesa delle libertà fondamentali, per evitare che la lotta contro la disinformazione diventi un pretesto per minare la nostra capacità di pensare e parlare liberamente.