Le banche italiane nel 2023 hanno registrato utili da capogiro. Stiamo parlando di un totale di 43 miliardi e 431 milioni, una cifra record non solo rispetto al passato, ma anche se rapportata rispetto ai sistemi bancari degli altri paesi europei.
Gli utili stratosferici delle banche italiane hanno spinto anche i titoli in borsa. Per esempio, l’indice Ftse mib all banks, rappresentativo dell’andamento delle banche italiane nella borsa di Milano, nell’ultimo anno è cresciuto di quasi il 50%. Cioè per ogni 1.000 investiti ne avreste guadagnati quasi 500.
A livello europeo, tuttavia, l’indice in borsa è salito di ‘appena’ il 21%. A cosa sono dovute queste differenze?
Abbiamo scritto più e più volte di come l’aumento dei tassi dalla BCE stia ingrassando gli utili delle europee. Basti pensare che le riserve in eccesso - e dal quantitative easing in poi stiamo parlando di migliaia di miliardi di euro – depositate sui conti della BCE rendono il 4%, senza alcun vincolo o impegno di sorta.
In questo senso ci può aiutare un recente report della banca d’affari Jefferies, che offre una spiegazione semplice e lineare del perché l’Italia sia uno dei Paesi in cui gli utili degli istituti di credito siano aumentati di più nel corso degli ultimi 18 mesi.
In buona sostanza, secondo Jefferies le banche italiane hanno trasferito una quota minima del rialzo dei tassi sui rendimenti dei correntisti, appena l’11% dell’aumento totale. Peggio di noi solo la Spagna con l’8% mentre la media dell’Eurozona è del 18%.
Ed effettivamente la grandissima parte delle banche italiane ai correntisti continua a non riconoscere proprio un bel nulla (eccezion fatta per alcuni conti deposito vincolati, però, sul piano temporale).
Specularmente, quelle banche così avare nei confronti della propria clientela sono le stesse che hanno alzato maggiormente i tassi su ogni forma di finanziamento. In questo caso il coefficiente che riporta la quota di aumento dei tassi riversato sulla clientela è del 74% contro il 67% della media europea.
Praticamente le nostre banche non riconoscono nulla ai depositanti ma chiedono tassi stellari a chi è in cerca di un mutuo o di un prestito.
Al di là delle ampollose riflessioni degli analisti che troppo spesso giustificano questo andazzo adducendo una presunta «fragilità» del nostro sistema bancario, la realtà è che in Italia la competizione tra banche è venuta meno da tempo, anche e soprattutto per via della privatizzazione di questo comparto.
Il caso di MPS rappresenta la ciliegina sulla torta: dopo avervi investito miliardi e miliardi di fondi pubblici, non appena la banca risolleva le sue sorti (anche grazie a questo aiutino made in BCE) ed il suo valore in borsa inizia a risalire, lo Stato mette in vendita il 25% delle azioni. Sia mai che si decida di disubbidire ai diktat europei e avere una banca a maggioranza pubblica che possa fare vera concorrenza a tutte le altre sul mercato.
Infine, un’altra amara considerazione: anche in questo contesto si fa sentire la progressiva scomparsa dei corpi intermedi un tempo volti a tutelare consumatori ed imprese.
Così come accaduto con i sindacati che hanno permesso 30 anni ininterrotti di svalutazione salariale sulle spalle dei propri iscritti, anche in questo contesto l’impressione è che il singolo individuo o la singola impresa siano completamente abbandonati a se stessi, in balia del dio mercato. Che alla fine della fiera altro non è che il cartello bancario stesso.